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di Aldo Grasso

Docente di Teoria e forme delle televisione, Università Cattolica di Milano.

In questi anni si è molto discusso della cosiddetta "rivoluzione digitale", delle sue conseguenze sull'universo mediale, sia nei termini delle trasformazioni nell'offerta sia in quelli dei mutamenti nelle forme di fruizione. Spesso la discussione ha imbucato la strada di un acritico ottimismo tecnologico, che ha avuto risvolti pratico - politici nella diffusione dell'idea che le mutazioni in atto conducessero inevitabilmente a esiti positivi e progressivi. L'attenzione è stata soprattutto centrata sulla moltiplicazione dei canali e dell'offerta, come se questa fosse di per sé garanzia di pluralismo. La televisione ha senz'altro vissuto (e sta tutt'ora vivendo) una fase di importante trasformazione. Uno studioso inglese, John Ellis, ha affermato che il broadcasting è entrato nella sua "età dell'abbondanza". La televisione - ragiona Ellis - si è diffusa, fra la fine degli anni Quaranta e l'inizio degli anni Cinquanta, come risorsa scarsa. Scarse erano le frequenze che potevano essere occupate e ciò ha richiesto - tanto in Europa quanto negli Stati Uniti - una loro regolamentazione. Essa ha significato, per ciò che riguarda il modello europeo di broadcasting, un intervento diretto dello Stato nella gestione della radiotelevisione, nella forma dei "servizi pubblici" di aziende come la Bbc o la Rai. Il modello del servizio pubblico di monopolio ha retto, in Italia, un ventennio: con gli anni Settanta e poi, più sensibilmente, con gli anni Ottanta, la televisione è entrata in una nuova fase, quella della "disponibilità". La scarsità è stata vinta attraverso una serie di trasformazioni tecnologiche e altrettanti cambiamenti strutturali nel sistema televisivo. La tendenza a rendere "disponibili" più risorse e un'offerta più variegata ha assunto forme differenti nei diversi Paesi. In quelli più ricettivi e maturi - come gli Stati Uniti - ha significato la diffusione di nuove forme di Tv, come quella via cavo a pagamento. In Italia si è inaugurato il ventennio della concorrenza pubblico - privato nella forma del "duopolio", nato e sviluppatosi in assenza di regolamentazione legislativa, almeno fino all'inizio degli anni Novanta. Senza entrare qui nel merito di una vicenda alquanto complessa, ci interessa notare che il segno principale sotto il quale è avvenuto il rinnovamento del sistema televisivo è stato quello del progressivo allargamento dell'offerta e di una sua maggiore "targettizzazione". L'avvento della televisione commerciale ha introdotto significative novità nel modo di intendere il pubblico televisivo: esso si è frammentato in target specifici cui la Tv (e gli investitori pubblicitari) si sono di volta in volta rivolti. L'immagine della famiglia italiana unita davanti al teleschermo si è via via andata sgretolando: l'offerta si è differenziata per gusti e tipi di pubblico, si sono costituite "fasce orarie" molto caratterizzate, il palinsesto è diventato uno strumento per la selezione di audience omogenee (le donne, i giovani, i bambini, gli adulti ecc.). Quanto è accaduto negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta può essere letto come un processo che ha condotto a una progressiva "personalizzazione" dell'offerta. L'introduzione di strumenti quali il telecomando, il videoregistratore e, poi, la televisione satellitare a pagamento va proprio in questa direzione. Nella "età dell'abbondanza" queste tendenze si radicalizzano. Il medium diventa sempre più terminale di una "personal Tv" che si adatta a gusti e preferenze specifiche. Lo spettatore è, almeno potenzialmente, una sorta di guardiano di un panopticon complesso, fatto di mille canali e di nuove modalità interattive che, mescolando broadcasting con telematica, rendono possibili servizi al cittadino come forme di commercio a distanza. Ma cosa è cambiato, in tutto questo processo, dal punto di vista del fruitore?

I tempi della nuova Tv

La televisione delle origini, quella della scarsità, ma - seppure in maniera minore - anche quella degli ultimi venticinque anni - quella del "duopolio imperfetto" pubblico - privato - ha sempre funzionato da orologio socialmente condiviso, da "meridiana elettronica" (la definizione è di Piermarco Aroldi). La televisione ha sempre agito da "piazza comune" per l'intera Nazione, nuovo spazio pubblico che veniva ad affiancare o a sostituire forme più tradizionali di socialità. Proprio per la sua forza di "medium temporale" la televisione ha svolto il suo grande compito che, tutto sommato, possiamo giudicare positivamente: ha unificato, linguisticamente e culturalmente, un Paese ancora molto diviso, ha fatto partecipare a eventi comuni nella distanza delle abitazioni domestiche, ha sincronizzato i ritmi della Nazione intesa come "comunità immaginata" (è la definizione dello storico Benedict Anderson). L'età dell'abbondanza, così strettamente legata all'avvento della digitalizzazione del broadcasting, che ha moltiplicato i canali e le possibilità (ma non ancora, pienamente, i contenuti) pone una serie di problemi nuovi: se è vero che la tendenza portante della trasformazione in atto è una maggiore "individualizzazione" della fruizione, questo segna veramente la fine della televisione come "meridiana elettronica"? E, comunque, che conseguenze ha sul piano degli usi temporali del medium? Per sfuggire alla tentazione di interpretare in termini "tecnologicistici" il cambiamento in corso, bisogna subito sottolineare come è la società e la cultura contemporanea a manifestare una tendenza alla pluralizzazione dei tempi e dei ritmi. Non vi è più un'unica temporalità (quotidiana o stagionale) condivisa dalla maggior parte della popolazione, ma molti ritmi differenti che si intersecano e cercano di coordinarsi. Ciò è del tutto evidente se si pensa ai ritmi della vita familiare e alle strategie messe in campo dalle persone per ordinarli e coordinarli. Il tempo sociale è diventato sempre più variegato e flessibile. Secondo Roger Sue, il tempo tende a ridursi in frantumi, il tempo del lavoro perde la sua assoluta centralità, mentre il "tempo liberato" acquista maggiore valore. Il tempo liberato è un bricolage di tempi differenti e diviene il luogo dell'investimento principale della vita dell'uomo. Queste trasformazioni macro - culturali trovano una specularità nelle modificazioni nel modo di intendere il tempo televisivo e, soprattutto, negli sforzi per concepire nuove forme temporali più adatte all'individuo della tardomodernità. Vengono così a emergere nuove forme di palinsesto, che sono rese possibili dall'evoluzione tecnologica e dalla digitalizzazione della Tv. Sulle reti digitali satellitari e, successivamente, sulle reti digitali terrestri (sebbene l'offerta sia ancora in via di costituzione) emergono forme di palinsesto "tematico". Nelle televisioni generaliste il tempo televisivo è isocronico rispetto al tempo sociale: a seconda della fascia oraria in cui si trasmette sono messi in onda programmi adatti al tipo di pubblico che potrebbe essere davanti alla televisione nel momento considerato. La televisione generalista è molto condizionata dai ritmi culturali di una popolazione. Le televisioni tematiche si differenziano da quelle generaliste: il tempo televisivo è più slegato dal tempo sociale, o meglio, riflette un tempo sociale meno uniforme. La tecnologia digitale rende, inoltre, possibili forme palinsestuali che si emancipano dalla rigidità temporale tipica del medium. Nei palinsesti cosiddetti near video on demand uno stesso programma (o una serie di programmi) è variamente ripetuto in modo da rendere più flessibile la sua fruizione. Il vero e proprio video on demand rende, infine, del tutto inservibile il concetto di palinsesto: qui è lo spettatore che si costruisce il proprio palinsesto, traendolo da un archivio potenzialmente sconfinato. L'impressione che si ha ripercorrendo le attuali fasi di mutazione del sistema mediale e televisivo è che un modello non sostituisca quello precedente, ma vi si affianchi. In altri termini, è ovvio che la televisione generalista, con la sua funzione di sincronizzare una comunità molto vasta, di raccoglierla attorno a una comune piazza, non cesserà questo compito. Contemporaneamente, tramite i nuovi mezzi digitali e l'informatica - fra loro sempre più in simbiosi - si affermeranno usi più personali e interattivi dei media e del terminale televisivo. A un tempo comune si affiancheranno sempre più una molteplicità di tempi articolati e complessi. E, anche in questo processo, la televisione - come medium centrale e pervasivo - avrà un ruolo fondamentale.