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di Santo Versace
Stilista e Vice Presidente di Altagamma.
Sulla passerella delle grandi sfilate di moda del mondo, non solo transitano i frutti evoluti della nostra creatività e del lavoro di équipe complesse, ma si determinano, talora in brevi attimi, le fortune individuali, si delinea il futuro delle imprese, la conferma o il declino di marchi affermati, l'irruzione di nuovi talenti. Insomma, non è certo una novità dire che la sfilata di moda è, per creatori e stilisti, uno dei momenti più delicati da affrontare. Usciamo dall'ambito protetto e protettivo dei nostri atelier per essere valutati, esaminati talora con severità, esposti a critiche non sempre serene e imparziali, attesi con più o meno benevola attenzione alla conferma delle aspettative e del nostro prestigio. Ovviamente non abbiamo nessuna esitazione o ansia nel giocare in trasferta, nel partecipare, cioè, alle sfilate prestigiose di New York e Parigi, ma non possiamo non sottolineare come gareggiare in casa ci piaccia enormemente. Non già per l'atmosfera domestica e ancora una volta protettiva, che potremmo ingannevolmente aspettarci, ma, all'incontrario, perché Milano, da anni e per palese e condiviso giudizio, ha una posizione di leadership tra i sistemi mondiali di sfilate. È qui la passerella più severa ma anche prestigiosa! Il rischio, che il sistema milanese ha finora affrontato a mio avviso senza il necessario rigore, è quello di adagiarsi sugli allori, di riproporsi senza analizzarsi, di convincersi dell'ineluttabilità del successo. Ebbene, su questo punto credo che si dovrebbe al più presto correre ai ripari, perché in questi anni la concorrenza, di New York e Parigi in primo luogo, è diventata più efficace. La soluzione? Sulla base della mia esperienza posso affermare che il sistema milanese ha una sola carta vincente da calare, peraltro già utilizzata in passato per spiazzare gli "avversari" e affascinare i consumatori di tutto il mondo: quella dell'innovazione strategica, intesa come energia vitale, non solo delle singole marche leader, ma del sistema nel suo complesso. Per innovazione strategica intendo innanzitutto innovazione di prodotto. Formula semplice da esprimere ma che richiede l'ingrediente umano più difficile da reperire sul mercato: servono nuovi grandi creatori. Non mi riferisco a una categoria astratta; penso alla storia, la nostra storia. Negli anni Settanta Milano poteva schierare una sorta di Nazionale composta da assoluti fuoriclasse. Vivevamo la stagione esaltante dell'apparizione e trionfo planetario dei grandi creatori della moda contemporanea. Non solo geniali creatori di moda; anche grandi comunicatori e testimonial di un valore immateriale ma nel contempo tanto concreto, come il gusto e lo stile del vivere italiano nel mondo. Ovunque si resero riconoscimenti, prestigio e fama a questi protagonisti del "Nuovo Rinascimento" dell'Italia. Si coniò questa definizione per rappresentare la straordinaria ricchezza di innovazione culturale che essi sapevano riversare nel vivere contemporaneo. Allora, i grandi creatori e i personaggi trainanti del mondo industriale della moda elaborarono, con naturalezza, un progetto strategico dal quale derivarono molte cose. Innanzitutto, si sviluppò la strategia comune di posizionarsi nella fascia alta del mercato. Si crearono, senza rivalità e tensioni, varie alleanze tra i creatori e le imprese consolidate del settore dell'abbigliamento e, per la prima volta, ebbero successo iniziative politiche di marca. In quegli anni, in quel clima fervido ed entusiasta, nacque Milano Collezioni in Fiera, con l'intento di dare corpo a un sistema ordinato di sfilate. A quegli anni bisogna ritornare per trovare il primo significativo sforzo di proiezione nei mercati internazionali, la creazione dei punti vendita monomarca. Per un "Terzo Rinascimento" E oggi? Di quello spirito, di quella dinamica e costruttiva atmosfera, è rimasto poco. Credo che l'unica soluzione possibile per un "Terzo Rinascimento" sia impegnarci per far crescere una nuova generazione di grandi creatori, quelli che dovranno rivitalizzare il nostro domani. Questo traguardo, ne sono certo, passa attraverso lo sforzo per convincere i talenti emergenti di tutto il mondo a venire a lavorare il Italia. Abbiamo bisogno di nuova linfa, creatività, energia innovativa. Chi si deve impegnare? Lo possono e lo devono fare sia le imprese dei creatori quanto in generale le imprese italiane della moda. Sono tutte imprese a struttura familiare. Una peculiarità, per vari aspetti, del nostro Paese. Una formula di straordinario successo, studiata e analizzata ovunque nel mondo. Oggi, però, anche sulla base della mia personale esperienza, sento di poter affermare che quando queste imprese diventano mature devono assumere, nella gestione, la mentalità della public company. Coerentemente, per il ruolo del creatore, autentico propulsore dell'impresa, non si pongano confini angusti: lo cerchino all'esterno, in Italia, o nel mondo se necessario. Ma il creatore, anche un grande creatore, non basta. È fondamentale puntare all'eccellenza. Un obiettivo che le marche leader sanno raggiungere. Non per tutti però è cosa facile e, purtroppo, l'immagine complessiva di un sistema, nel caso specifico del sistema moda italiano, si delinea sugli elementi di retroguardia, sulle realtà imprenditoriali meno brillanti. Mi rendo conto che si tratta di un tema delicato, da affrontare senza spocchia e sufficienza. Al contrario, credo che si possano formulare soluzioni credibili, solo con grande attenzione alla pluralità degli aspetti problematici e usando grande sensibilità. Le settimane della moda Nello specifico di MilanoModa sono però altrettanto certo che occorra trovare una risposta equilibrata sul tema della selezione per l'inserimento nei calendari, con ricadute sull'aspetto della durata della settimana di moda. Il collante necessario è quello di ritrovare una coesione strategica tra i protagonisti. Solo in questo modo, e mi ricollego alle prime valutazioni espresse, Milano potrà mantenere il ruolo di capitale internazionale della moda. Come si può ritrovare questo spirito? Credo che la compattezza tra le case e le imprese di moda possa aversi solo facendo un salto di qualità. Intendo dire che è necessario che si misurino su scelte importanti, su temi vitali, e che escano dagli ambiti angusti e dalle modeste controversie aziendali sugli orari di sfilata. Serve in definitiva un disegno strategico di grande respiro, che fissi obiettivi e condizioni quadro. Senza un progetto, nessun traguardo importante è raggiungibile. Vorrei richiamare a questo proposito un motto che Altagamma, l'associazione delle imprese eccellenti della quale sono stato Presidente Fondatore nel 1992 e tuttora Vice Presidente, ha adottato: "Collaborare per meglio competere". Credo che questo concetto debba diventare patrimonio anche del sistema milanese delle sfilate. Le passerelle milanesi: proposte e problemi Una soluzione per consolidare la leadership del sistema milanese delle sfilate su New York e Parigi può solo essere quella di rivoluzionare il calendario, rendendolo contemporaneo. Oggi, i destinatari delle sfilate non sono più gli addetti ai lavori, ma i consumatori. Ecco perché sarebbe opportuno presentare a Milano le collezioni all'inizio di ogni stagione e non sei mesi prima rispetto a quando i prodotti sono acquistabili nei punti vendita. Gli stilisti potrebbero incontrare i grandi buyer internazionali nei loro showroom secondo i tempi attuali e le sfilate verrebbero programmate nella stessa stagione della collezione che sfila, permettendo così al sistema internazionale dei media di ampliare l'effetto della manifestazione. Ai consumatori sarebbe possibile accedere immediatamente ai prodotti ammirati in passerella, senza che l'attesa di mesi spenga o modifichi il loro interesse o desiderio di acquisto. C'è un aspetto del problema che ha un riscontro di immediata e penso comune percezione: le assenze. Mancano gli addetti alla produzione, mancano le scuole professionali e non si riesce a fare formazione per le figure che servono alle imprese. Il tema è rovente, ma pensate al paradosso di imprese italiane del settore moda intenzionate a non delocalizzare all'estero le loro produzioni e magari costrette a farlo per mancanza di tecnici e operai qualificati! Milano vive una condizione meno disperante: manifesta una notevole offerta formativa per gli addetti ai settori moda e design, particolarmente a livello manageriale e, come è stato autorevolmente sostenuto anche in questa sede, a livello di stilisti e modellisti. Però, anche in quest'isola per certi aspetti meno infelice, abbiamo osservato negli ultimi anni l'insorgere di problemi seri: le strutture formative specializzate si sono grandemente ridotte, a causa della congiunturalità negativa del settore. Credo che spetti a noi, come classe dirigente del settore moda, preparare un piano strategico e di sviluppo del settore, sulla cui base articolare programmi per il futuro delle imprese. Credo che dovremmo chiedere alle famiglie italiane, non un'entità astratta ma il nucleo base della nostra struttura sociale, una sorta di investimento fiduciario, perché decidano di avviare i loro figli verso la formazione professionale nei settori della moda. In conclusione: servono pensiero strategico e innovazione. L'alternativa è un inesorabile declino.





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