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di Giorgio Vittadini

Presidente Fondazione per la Sussidarietà.

Nel trattare il tema dell'occupazione occorre premettere che, a differenza di quanto avviene spesso, oggi in Europa non si può parlare di occupazione senza parlare di sviluppo. Per distribuire bisogna produrre: il vero problema è, oggi, quello dell'aumento e del miglioramento della produzione. Parlare del mondo dell'occupazione senza considerare che la politica del lavoro è legata a quella industriale non ha senso. Bisogna, invece, domandarsi cosa possa favorire lo sviluppo del sistema industriale e dell'impresa e lavorare per poter creare una piena e stabile occupazione. La globalizzazione dei mercati, l'intensificarsi della competizione internazionale, non solo a riguardo delle merci, dei prodotti e delle tecnologie, ma soprattutto delle risorse umane, insieme alle tendenze demografiche e al permanere della disoccupazione strutturale, impongono rapidi interventi di aggiustamento dei processi regolativi per accrescere la competitività. In questo contesto, il costo del lavoro e le condizioni contrattuali non sono più una variabile esclusivamente dipendente dalla "lotta di classe" nazionale e occidentale, quanto piuttosto una variabile in buona parte indipendente, al pari del costo delle materie prime. Inoltre, la concorrenza non riguarda più esclusivamente le condizioni contrattuali e salariali, dato che a essere delocalizzati non sono solo i posti di lavoro di basso profilo ma anche quelli di alto profilo. Diventa, quindi, ancora più stringente la necessità di attuare una politica nuova nel mercato del lavoro. Si pensi, inoltre, che in tutto il periodo industriale la velocità di diffusione delle grandi innovazioni è stata di 40 anni. In un orizzonte temporale di 40 anni la mobilità era un'eccezione. Ora la velocità di diffusione delle innovazioni è di 2-3 anni. In questo contesto in Italia si difende il posto di lavoro a tempo indeterminato in imprese che hanno una durata media di 5 anni e che non sono più un'organizzazione stabile, burocratica, immortale come in fondo siamo stati abituati a immaginare. La permanenza media del lavoratore presso la stessa organizzazione si è dunque ridotta drasticamente e ci mette di fronte a un bivio: essere in condizione di gestire questa mobilità e di non farla diventare una situazione di insicurezza e incertezza assoluta per il lavoratore o rimanere fermi rispetto ad altri Paesi. Le organizzazioni cambiano, il lavoro cambia, la mobilità diviene la norma; la sicurezza non è più data dalla continuità delle organizzazioni ma dalle capacità professionali del singolo, dal patrimonio di sapere, di conoscenze e di esperienze che permettano di affrontare i cambiamenti. La realtà, come sempre, supera il pensiero dell'uomo e a una società più flessibile occorre rispondere con strumenti nuovi, più flessibili anch'essi; d'altra parte, la realtà di quel particolare mercato del lavoro, avente per oggetto la persona umana che lavora, impone di coniugare i cambiamenti con il funzionamento di adeguate politiche attive e con il mantenimento della protezione sociale, pur con adeguati aggiustamenti. Il lavoratore deve affrontare un'esperienza in cui è chiamato non a occupare un posto fisso in un'organizzazione che durerà per tutta la sua vita, ma ad affrontare un percorso. La sua forza sta nel patrimonio di teorie e di esperienze che ha accumulato e nel patrimonio di relazioni umane che ha tessuto. L'innalzamento dei parametri conoscitivi richiesti dall'evoluzione tecnologico-scientifica dell'economia ha evidenziato ancor più l'ovvio rapporto tra capacità produttiva e capitale umano. Il mondo produttivo moderno è in perenne evoluzione e lo sviluppo tecnologico ha imposto il "cambiamento continuo" come aspetto più importante a cui si deve fare fronte, in cui l'espansione dell'informazione e della conoscenza costituiscono l'elemento di fondamentale importanza ai fini della sopravvivenza e dello sviluppo.

L'istruzione

Di qui il ruolo eminente assunto dall'istruzione, secondo un ampio spettro di realizzazioni, dalla scolarizzazione di base alla formazione permanente in azienda. Recenti studi hanno dimostrato che innovazioni non accompagnate da contemporanei investimenti in capitale umano hanno avuto effetti addirittura negativi. I continui cambiamenti tecnologici e organizzativi tendono, infatti, a distruggere progressivamente le conoscenze acquisite dall'individuo col lavoro. Solo la preventiva acquisizione di capitale umano con il processo formativo tipico dell'istruzione consente alle persone di recepire e utilizzare le continue innovazioni. La formazione professionale, invece, non funziona e non si trovano operai qualificati: lo stereotipo della formazione professionale è quello del quattordicenne che, andando "male a scuola", si orienta verso la formazione professionale. È chiaro che in questo modo non verranno mai formati gli operai di cui le imprese hanno bisogno. Occorre, dunque, ristrutturare il sistema della formazione e modificare il rapporto tra formazione e percorso lavorativo delle persone, eliminando la gravissima separazione che è tra istruzione e formazione professionale. Un doppio canale veramente rilanciato può offrire opportunità a chi al percorso liceale preferisce approcci applicativi, costituendo la prima scelta per chi si senta più portato verso "mestieri" e specializzazioni più direttamente legate al mondo del lavoro; altresì può ovviare all'impoverimento dell'istruzione professionale, dovuto sia al venir meno della spinta ideale che era alla base del suo sorgere storico, sia a scelte scellerate, come quelle di "usare" la formazione professionale, privata e pubblica, al fine di "parcheggiare" personale in esubero da altri settori e di realizzare politiche di assunzione diretta da parte degli Enti pubblici. Occorre un sistema paritario in cui una scuola statale, che permetta al suo interno un reale pluralismo culturale, sia affiancata da scuole libere, tali da garantire la libertà di scelta della famiglia, a cui va riconosciuto il diritto inalienabile di definire le linee dell'educazione dei figli. Occorre, infine, sostenere l'eccellenza universitaria. In Italia il diploma triennale, nonostante abbia avuto effetti positivi sulla diminuzione degli abbandoni, è stato spesso l'occasione per una rinuncia alla ricerca del merito e per una riduzione del livello di conoscenze richiesto. La rinuncia del sistema universitario italiano alla ricerca dell'eccellenza è, forse, la prima causa dei problemi dell'università. Un intervento legislativo per sostenere master e dottorati delle università lombarde risulta essenziale per ovviare a tale problema. Un doppio canale di istruzione reale che permetta di crescere, affiancato da una politica del diritto allo studio è, quindi, essenziale. Occorre, dunque, investire quantitativamente e qualitativamente in istruzione. Non basta, infatti, aumentare il tasso di scolarizzazione e la percentuale dei laureati sul totale della popolazione; occorre promuovere le eccellenze. È dimostrato che una scuola e un'università di bassa qualità penalizzano i meno abbienti, perchè impediscono loro la crescita sociale. Questo vale a qualunque livello, anche per i lavoratori meno qualificati. La sicurezza, oggi, deve essere cercata nella continuità dello sviluppo professionale (conoscenze, esperienze, relazioni). A una società più flessibile occorre rispondere con strumenti nuovi. Si tratta di incoraggiare la flessibilità, ma anche di prevenire un'eccessiva frammentazione, di facilitare i passaggi fra differenti forme di lavoro e di offrire tutele sul mercato, mentre diminuiscono quelle sul posto di lavoro.

I servizi necessari fra formazione e lavoro

Il problema, dunque, è come aiutare il lavoratore in questo percorso lavorativo formativo. Quali servizi sono necessari e quali devono essere creati affinché il lavoratore non sia solo e disorientato. Purtroppo, tutti i servizi per l'impiego che le nostre province e le nostre regioni hanno ereditato dallo Stato non risolvono il problema. Questi servizi sono, infatti, essenzialmente certificativi e amministrativi. Al lavoratore che percorre questa strada devono essere fornite le informazioni di cui ha bisogno, soprattutto le informazioni relative alle occasioni di lavoro. Il lavoratore deve essere orientato a scegliere tra le occasioni lavorative e quelle formative. Nel nostro Paese, una delle difficoltà maggiori nel riformare i servizi per il mercato del lavoro è rappresentata da una mancanza progettuale che metta al centro la persona, il lavoratore. Si è posta l'attenzione servizio per servizio, funzione per funzione, con l'obiettivo di separare i diversi interventi, creando situazioni in cui chi fa formazione non fa domanda e offerta, chi fa lavoro interinale non fa orientamento e non fa intermediazione, aumentando ¿ o meglio non rispondendo fino in fondo ¿ all'esigenza della persona che è una e di fronte alla disintegrazione dei servizi acuisce il suo disagio. Il sistema del "collocamento" pubblico è stato oggetto, per vari decenni, di forti critiche per il carattere esclusivamente burocratico-amministrativo delle funzioni svolte, per le inutili e costose rigidità derivate, sia per le imprese sia per i lavoratori (illusoriamente tutelati dalla esclusività, più apparente che reale, dell'intervento pubblico monopolistico), per la sostanziale inefficacia, in ultima analisi, nel favorire la migliore allocazione delle risorse, vale a dire, in questo caso, l'incontro tra domanda e offerta di lavoro ai costi più bassi possibili. In Italia, attualmente, le istituzioni non sono in grado di rispondere alle attese del lavoratore e il singolo deve provvedere spesso da solo. Occorre costruire una nuova cultura del lavoro, con nuove forme di sostegno informativo e formativo. Alle prime la legge Biagi tenta di dare una risposta con le nuove forme di servizi per l'impiego, ma non basta una legge per cambiare la mentalità. Più difficile ancora predisporre gli strumenti per le seconde: è necessario un lavoro lungo, che lo Stato non è in grado di affrontare senza l'ausilio della società civile e della solidarietà sociale. Si tratta, infatti, di salvaguardare la specificità e insieme l'autonomia della formazione, la qualificazione degli attori, puntando sulla formazione come supporto e fattore essenziale di sviluppo, non puramente di assistenza sociale. La piena attuazione della legge Biagi non dipende solo da questo. Il valore più grande consiste nella percezione della necessità di una reale sussidiarietà nel mercato del lavoro, per permettere l'incontro tra chi cerca e chi offre lavoro, introducendo un adeguamento delle regole, con l'allargamento della tutela dei diritti e delle forme contrattuali, mettendo al centro il lavoratore (30 nuove forme di contratto, pluralità di soggetti che erogano servizi, etc.) e accompagnandolo nel processo di (ri)collocamento. La prospettiva è la creazione di un reale mercato il cui principio fondamentale sia la libertà di scelta di lavoratori e imprese per ciò che concerne la possibilità di assunzioni nominative e per la scelta di intermediari erogatori di servizi. La rilettura dei servizi alla persona secondo il principio di sussidiarietà ha portato a ripensare i servizi ponendo un problema di libertà e di responsabilità. Porre il tema della centralità della persona significa ripensare i servizi, sia restituendo alla persona/utente la libertà di scelta, in un sistema pluralistico di offerte di servizi, sia dando la libertà e la responsabilità di poter organizzare e fornire servizi.