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di Paolo Zegna

Presidente Sistema Moda Italia.

Il settore tessile abbigliamento in Italia contava, a fine 2004, circa 67.500 aziende, con oltre 543.000 addetti e 42,5 miliardi di euro di fatturato, il 60% del quale derivante dall'export (tabella 1). In questi sintetici numeri, anche se da alcuni anni in calo, stanno la forza e l'importanza del settore tessile - abbigliamento - moda italiano. Questa importante dimensione, che non è solo economica ma sociale e culturale, è la diretta conseguenza dell'ampliarsi dell'area di libero mercato dal secondo dopoguerra del secolo scorso in poi, che ha determinato un complessivo e generalizzato benessere in tutti i Paesi coinvolti. Non è, dunque, alzando barriere artificiali che si tutela il benessere del Paese e dei suoi cittadini. Le nuove aperture dei mercati, tuttavia, devono avvenire nel pieno rispetto degli accordi e delle procedure stabilite in ambito WTO a difesa di un libero mercato governato da regole comuni e valide per tutti, dove valga pienamente il principio della reciprocità delle condizioni sia tariffarie sia, più in generale, dei vincoli socio-ambientali. Oggi l'Unione Europea è uno dei mercati più aperti del mondo: import a dazio zero da 150 Paesi, tassi ridotti per altri 40 Paesi. Il dazio pieno è pari per i filati al 4%, per i tessuti all'8%, per le confezioni al 12%. Manca però la reciprocità di trattamento: i mercati dei nostri potenziali clienti (India, Cina, ecc.) sono protetti da dazi compresi tra il 15 e il 60%, cui si aggiungono spesso barriere non tariffarie (procedure doganali estenuanti, controlli tecnici costosi). Solo 12 Paesi al mondo importano dall'Europa a tasso zero. È nell'ordine delle cose, ad esempio, che le importazioni dalla Cina aumentino, ma ci deve essere, da parte degli operatori di quel grande Paese, il rispetto delle regole liberamente sottoscritte dalle parti, che garantiscano la sostenibilità economica di tali flussi commerciali da parte dell'economia europea. La recente decisione del Governo cinese di sganciare il renminbi (yuan) dal dollaro ha un indubbio e positivo significato politico. La Cina con questa decisione, seppur con tempi e modalità proprie, dimostra la volontà di operare sullo scenario globale tenendo conto delle esigenze e delle regole che sottendono al governo del mercato mondiale. Il provvedimento, tuttavia, non avrà significativi effetti economici, nel breve termine, a partire dai settori come il tessile-abbigliamento-moda, più esposti alla concorrenza cinese, nel senso che non rallenterà le loro importazioni in Europa né favorirà in modo particolare le esportazioni dei nostri prodotti verso il loro mercato. Noi sappiamo, però, che i problemi del nostro settore non derivano solo o principalmente dall'aggressività cinese. Su alcuni problemi non abbiamo possibilità di intervenire direttamente. Mi riferisco, ad esempio, alla debolezza del dollaro nei confronti dell'euro o alla decisione, da noi richiesta da lungo tempo, di rendere obbligatoria l'etichettatura d'origine per tutti i prodotti importati in UE. E questo a tutela, innanzitutto, del diritto del consumatore a essere informato sulla provenienza di ciò che acquista. Molte delle nostre aziende, inoltre, sono gravemente penalizzate da un costo dell'energia tra i più alti del mondo (in Bulgaria, crescente polo tessile, il costo dell'energia è la metà di quello italiano). A questi problemi dovrebbe indirizzarsi il Governo, a sostegno della competitività. Ma su altri e importanti problemi tocca a noi imprenditori, assieme ai nostri collaboratori, intervenire, perché la loro soluzione dipende principalmente dalla nostra responsabilità e volontà. In prospettiva, forse, la principale debolezza del settore consiste nella sua eccessiva frammentazione. Il nostro sistema dovrà migliorare continuamente sul fronte dell'innovazione di prodotto, sulla qualità, sul servizio ai clienti, sulla capacità di penetrare e fare migliore promozione nei mercati di sbocco, a partire dalla messa a punto di un sistema fieristico sempre più forte e caratterizzato. È molto probabile che per continuare a fare questo, visto il panorama molto più competitivo del mondo d'oggi, le aziende debbano trovare formule per maggiori e vere integrazioni fra di loro. La dimensione troppo piccola che oggi caratterizza il nostro mondo produttivo deve essere decisamente aumentata, per raggiungere determinate economie di scala che permettano di continuare a fare i necessari investimenti che ci proietteranno verso il futuro. In diversi campi noi potremmo fare molto di più e meglio. Per esempio accelerando tutti i possibili processi di collaborazione, per cercare di portare la nostra sfida sui mercati che già oggi rappresentano delle significative opportunità (Cina, India, Europa dell'Est, Brasile, Medio Oriente). Nei distretti e nelle imprese del tessile-abbigliamento-moda va crescendo la consapevolezza del fatto che si debba lavorare in maniera "più coesa", superando una frammentarietà che è sempre di più, a livello strategico, un fattore di grande debolezza. Di conseguenza, sappiamo di dover puntare per trovare e favorire (a livello di aziende, ma anche con il supporto delle istituzioni) le forme più idonee per consolidare il concetto di filiera, favorendo alleanze, aggregazioni, accordi di collaborazione. Io credo nelle potenzialità di una politica che chiamo di "nicchia". Nicchia non è un concetto riduttivo, anzi si sta espandendo in modo importante. Diversi grandi Paesi stanno crescendo economicamente e settori importanti della popolazione sono attratti e possono permettersi prodotti a più alto valore aggiunto in volumi significativi. A noi Italiani il compito di conquistare, con l'innovazione, la qualità del nostro prodotto, la velocità del nostro servizio e l'immagine della nostra produzione, la fetta più importante di questa nicchia.