Strategie per il rilancio economico
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di Mauro Magatti
professore ordinario di Sociologia generale presso l'università Cattolica di Milano, dove è preside della Facoltà di Sociologia.
L'economia italiana si trova certamente in una situazione molto difficile come rivelano la bassa crescita del PIL, la perdita di competitività espressa dalla bilancia commerciale, l'inflazione, i disastri di Parmalat e Cirio, la crisi Alitalia. Ed altro ancora. È ben vero che tutta la UE ha un ritmo di crescita assai rallentato rispetto a quelli USA ed internazionale ma vero è anche che per ora noi andiamo meno bene della media europea. In questa situazione il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi è intervenuto ripetutamente sui temi economici. Ideali, concretezza, concisione sono tre toni che da sempre caratterizzano gli interventi di Ciampi al quale dobbiamo prestare estrema attenzione, non solo per la deferenza che merita il Presidente della Repubblica, ma perché Egli dimostra, anche con la sua storia personale e professionale, di conoscere a fondo gli argomenti di cui tratta. Ecco perché il discorso ch'Egli ha pronunciato a marzo ricevendo i Presidenti di Confindustria e di Federturismo, due importanti associazioni categoriali, assume notevole rilevanza. Le affermazioni di Ciampi sono state di preoccupazione ma anche di fiducia. Egli ha detto che «Il sistema italiano è in un periodo, purtroppo, di stagnazione e bisogna scuoterlo. E non c'è nessun motivo perché non si scuota, perché non riprenda quella strada di crescita che possiamo ancora avere, quanto e più degli altri Paesi europei». Ancora più articolato è stato il suo intervento il 1 maggio quando ha, tra l'altro, affermato: «Il made in Italy può essere ancora vincente, ma va affermato sui nuovi mercati ad alto sviluppo prima che su quei mercati si radichi un falso made in Italy che sfrutta l'immagine così positiva del nostro stile ineguagliabile. Fuori dall'Italia dobbiamo ricordarci che, prima di tutto, siamo italiani; dobbiamo aiutarci, sostenerci a vicenda: istituzioni, banchieri, imprenditori. Dobbiamo fare sistema, far gioco di squadra... Le imprese italiane sono una ricchezza preziosa, che dobbiamo difendere. Ci sono tante industrie medie che possono fare il salto dimensionale, anche approfittando delle nuove opportunità di un'Europa più ampia, e, come ci auguriamo, più coesa. Per la competitività della nostra economia deve crescere la loro dimensione - Il modello dei distretti industriali ha incontrato dei limiti nella competizione di prezzo in alcuni settori merceologici, ma non è superato. Costituisce un capitale strategico del nostro territorio. Dobbiamo affinarlo, diffonderlo ed ampliarlo». Si pongono allora due problemi per l'Italia(1): quello di competitività delle nostre imprese; quello di competitività del sistema Paese. La competitività delle nostre imprese è oggi messa a dura prova dall'euro forte, che ha danneggiato il nostro export extra-UE, e dalla concorrenza asimmetrica dei Paesi Asiatici ed in particolare della Cina. Nessuno vuole imbastire una battaglia di impossibile retroguardia protezionistica ma nessuno può sottovalutare la sleale concorrenza asiatica. Perciò l'azione avviata su scala europea dal Governo per la tutela del made in Italy deve essere proseguita come una priorità e non annacquata in soluzioni di compromesso. Il gravame dell'euro forte, vantaggioso per altri aspetti alla UE e all'Italia, deve essere bilanciato da un significativo alleggerimento della fiscalità sulle imprese. In particolare va subito ridotta la fiscalità sugli investimenti in ricerca e sviluppo e sulle risorse umane a ciò destinate. I modelli applicativi di questa politica, in qualche misura previsti anche dalla finanziaria, sono molti. Ma tanti rimangono gli interrogativi aperti, compreso quello se era meglio varare l'IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) voluto dal Governo o sostenere laboratori già esistenti e già collaboranti positivamente con le imprese distribuite sul territorio. Nel medio-lungo periodo è necessaria però una crescita dimensionale delle nostre imprese, che potenzi gli indiscutibili fattori di qualità ch'esse oggi esprimono nelle PMI. Nel manifatturiero l'Italia, con il 24% del valore della produzione europea in imprese con meno di 250 addetti, è il Paese della UE con la massima concentrazione aziendale in questa dimensione piccolo-media. Tale dato assume ulteriore rilevanza se si considera che le imprese con meno di 250 addetti rappresentano in Italia il 77% degli addetti manifatturieri del nostro Paese. Ed ancora in Italia le imprese con meno di 50 addetti hanno un valore della produzione annua che è circa il doppio di quello della Germania, mentre nelle imprese sopra i 250 addetti quello della Germania è quasi tre volte quello dell'Italia. Con questo non vogliamo proporre una crescita dimensionale a qualunque costo, ma piuttosto un consolidamento dei sistemi territoriali a rete intorno a qualche impresa di maggiore dimensione, alla quale affiancare anche qualche laboratorio per la ricerca tecnologica. La competitività del sistema Italia è l'altro nostro problema, come rivelano tutte le graduatorie internazionali. Le imprese italiane non paiono sfiduciate (come risulta da una indagine condotta di recente per conto di Confindustria) malgrado le grosse difficoltà dovute all'inefficienza infrastrutturale del nostro Paese e all'aggressività competitiva dei Paesi emergenti. È questo un ottimo indicatore perché senza la fiducia degli imprenditori il sistema produttivo non avrebbe futuro. Ma quando si approfondiscono le risposte si nota che, mentre è buona la fiducia dell'imprenditore sulla sua impresa (specie per creatività, capacità d'iniziativa, efficienza, risorse umane), cala nettamente la fiducia sulla tenuta del settore e del sistema industriale. Non c'è contraddizione tra una fiducia microeconomica e una preoccupazione macroeconomica, perché questa seconda dipende dalle politiche economiche e dall'efficienza di sistema.
Una politica di innovazione sistemica
Sono le debolezze nelle infrastrutture, nell'energia, dove l'abbandono del nucleare fu un errore gravissimo (visto anche che importiamo energia nucleare da Paesi a noi confinanti), nella Pubblica Amministrazione, nella distribuzione, nella formazione e in altro ancora. Tutto ciò aumenta i costi di produzione, spinge in alto l'inflazione, alimenta rendite. Una volta queste inefficienze venivano superate dalle svalutazioni compensative (impropriamente definite competitive), che adesso sono fortunatamente finite con grande vantaggio per il nostro debito pubblico e per l'abbassamento dei tassi di interesse. Ma alle stesse non è stata sostituita una politica di innovazione sistemica. Il fatto è che nessun Governo, anche se di legislatura, può mettere in cantiere e attuare da solo riforme che superino decenni di inefficienze, mascherate prima dalle svalutazioni, dai cui effetti macrofinanziari potenzialmente devastanti ci siamo salvati solo grazie all'euro. Bisogna dunque trovare degli accordi economico-finanziari di unità nazionale e di pattuizione tra le forze sociali per progettare ed agire innovativamente su almeno un arco decennale. In tale strategia sarebbe meglio non ridurre le tasse sulle persone fisiche, magari a danno degli incentivi alle imprese, destinando invece alle infrastrutture e all'innovazione tecnologica gli importi corrispondenti. In conclusione. Nel 2000, l'UE ha fissato la "strategia di Lisbona" con orizzonte 2010 e con il suo centro nella innovazione e nella conoscenza. La stessa procede debolmente ma tuttavia esiste. L'Italia ha fatto meno in termini di progettualità se si eccettua, in certa misura, quel "Patto per l'Italia" firmato nel 2002 dal Governo e da tutte le Parti sociali (esclusa la CGIL) e poi in gran parte dimenticato. Bene ha fatto però sul fronte dell'occupazione il cui andamento positivo consegue sia alle riforme del mercato del lavoro (con la progressiva applicazione della Legge Biagi), sia alla (parziale) emersione del sommerso. In questa prospettiva andrebbe accelerato il cammino delle riforme e insieme andrebbero colpite le troppe rendite di posizione che ancora caratterizzano lo scenario economico italiano. Gli imprenditori chiedono di far funzionare la logica del mercato, del confronto aperto, della concorrenza leale, spesso il contrario delle inefficienze e delle vischiosità che contraddistinguono il rapporto con la Pubblica Amministrazione. La razionalità e la rispondenza agli auspici condivisibili del Presidente Ciampi suggerirebbero perciò alle forze politico-partitiche di sospendere le violente polemiche quotidiane, che spesso scadono a livelli assai sgradevoli, e di puntare invece sui fattori che possono far riprendere la nostra economia.
Nota
(1) Questi temi, come quelli prima citati, sono stati spesso affrontati dall'Autore su «Il Sole 24 Ore».





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