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di Claudio Ciborra

Docente alla London School of Economics.

Riduzione del testo integrale a cura della Segreteria di redazione di Impresa & Stato.

Offrire un'analisi approfondita di Milano è un compito sostanzialmente impossibile, non solo per limiti intrinseci di tempi e risorse che hanno caratterizzato fin dall'inizio questo lavoro, ma anche, e soprattutto, per la difficoltà di riuscire a cogliere l'essenza del fenomeno delle reti in questa città. Non che i dati manchino o che più di uno studioso, analista o operatore vi si sia cimentato; il problema è che, a parere di chi scrive, i risultati sono stati scarsi. Ciò che sappiamo è che le reti ci sono e funzionano, ma il loro senso "in atto" ci sfugge e la cacofonia di analisi celebrative e interessate non fa che rendere l'accesso al fenomeno ancora più difficoltoso. Come uscire dalle secche della banalità? Come avvicinarci al fenomeno al di là della superficialità? Come leggere i dati disponibili e supplire a quelli non disponibili? Qui viene proposto il ricorso a un atto d'improvvisazione metodologica di impronta fenomenologica. Più come resistenza pervicace alle analisi tradizionali che come indicazione e guida rigorose per quanto riguarda il metodo. Siamo quasi certi che una ricostruzione e periodizzazione storica della diffusione delle reti a Milano servirebbe a poco. Abbracciando le analisi storiche, politiche e tecniche saremmo condotti a condividere lo stato di miope torpore con cui i maggiori operatori guardano al futuro, avendo in mano tutti i dati del presente: essi sembrano in grado di esprimere solo una fievole capacità di previsione e anticipazione. Vedi, al riguardo, il ricco, ma al tempo stesso limitato, numero doppio sulle reti a Milano, della rivista "Impresa & Stato"1. In quel numero si ritrovano tutti gli ingredienti di eccellenza del pensare istituzionale milanese, attuale e non, sulle reti a Milano. Essi sono, in estrema sintesi, qui ripresi per potere effettuare un salto in avanti nel prosieguo dell'analisi, più che per criticarli. Uno studio sulle reti a Milano fatta dal Politecnico: l'analisi non è particolarmente spinta o visionaria dal punto di vista tecnologico. Questo riflette lo spirito milanese sull'innovazione tecnologica: di punta, ma mai avanzato, se non decisamente a volte conservatore, come nel caso specifico nel sottovalutare grossolanamente le prestazioni del wireless. A fronte di indubbie realizzazioni di cablaggio e di servizi in rete forniti, l'ammissione che si è toccata solo la superficie in questo campo e che tutti gli attori istituzionali sono in fase di stallo, o quantomeno che l'unico operatore in cui venga riposta un certo livello di fiducia per i futuri sviluppi sia pur sempre la Pubblica Amministrazione. Anche qui emerge l'enorme ambiguità del ruolo e della "configurazione" dell'attore Pubblica Amministrazione nel campo del cablaggio, non solo come realizzazioni effettuate, ma come progetto futuro. Il Comune, la Provincia, la Regione, il Ministero: quali i livelli di collaborazione e imbricazione reciproca? L'interesse della dimensione ambrosiana sembra essere la presenza dell'attore esclusivo, che però non porta il discorso molto in là, si pensi ai limiti geografici del comune di Milano e delle reti che in esso insistono. Improvvisazione metodologica e scelta, da interpretarsi - si badi bene - come esperimento di resistenza all'ovvio e alle voci interessate, di un approccio fenomenologico fondato su alcuni principi chiave:

1) diffidare delle analisi e discussioni di settore;

2) immergersi nella situazione del networking a Milano (non osservare le reti ma seguire il più possibile il "fare rete" a Milano);

3) lasciare lavorare l'intuizione su cosa il fare rete possa significare a Milano, sulla base di tre sensi fondamentali della situazione: contenuto, relazione, attuazione;

4) contemplare la miriade di apparenze (i dibattiti attuali e i dati) che circondano, velandolo, il fenomeno;

5) incuriosirsi delle apparizioni, cioè delle emergenze strane, dei puzzles e dei paradossi che il fare rete a Milano nell'ultimo decennio ci presenta;

6) districarsi fra apparenze e apparizioni per arrivare a un senso unitario della situazione, per cogliere l'essenza del fenomeno, là dove ciò sia possibile.

Il risultato di tutte queste contorsioni metodologiche non è stato brillante. La speranza è di riuscire a far intravedere modi per scardinare l'assetto delle non-spiegazioni attuali e di porre sul tavolo alcune interpretazioni di carattere provvisorio, lasciar intravedere possibili sviluppi o la necessità di radicali re-interpretazioni, muoversi verso la formulazione di un programma di ricerca interessante e che possa dare ragionevolmente qualche frutto se svolto con risorse, tempi e intelligenze adeguate. Per identificare la situazione in cui oggi ci troviamo per quanto riguarda il fenomeno delle reti a Milano, è necessario individuare tre sensi fondamentali del "fare rete", qui esplorati sulla base di una ricerca empirica (tramite interviste a decision makers e alcuni studi di caso) e bibliografica2. Il senso di contenuto riguarda essenzialmente la configurazione della rete telematica, la sua evoluzione e il livello effettivo di utilizzo (alcuni dati di benchmarking ci aiutano nel valutare, sia pure indirettamente, le modalità di utilizzo delle reti istallate). Il senso di relazione concerne il fare rete in un contesto di riferimento più ampio, quello di Milano come nodo di una rete globale di città. Questo riferimento relazionale allargato serve a capire se e come il dotarsi di reti telematiche possa avere a che fare con il ruolo che Milano gioca nelle reti degli scambi e delle innovazione fra città, cioè se e come la connettività digitale possa collegarsi alla connettività economica e urbana su scala globale. Infine, il senso di attuazione riguarda il fare rete come evento concreto in cui gli attori sul territorio milanese sviluppano, e soprattutto usano, reti telematiche in situazioni reali, in diversi ambiti e settori. Si tratta di cogliere con dei brevi studi di caso se, nel passaggio all'azione del fare rete, le tematiche emerse dalle due esplorazioni di senso predenti, appaiano, si mostrino, agiscano. Tutte e tre le direzioni di ricerca e riflessione sono volte a registrare le apparenze, scoprire le apparizioni per cogliere l'essenza del fenomeno, unico fattore che ci può far sperare in una minima capacità predittiva di questo lavoro.

Senso di contenuto: Milano e le sue reti

Il senso di contenuto del fare rete a Milano risiede innanzitutto nell'hardware, software e cavi (e nuovi apparati per il wireless) istallati nella città e nel territorio limitrofo, regionale e padano. Si tratta, in sostanza, dell'infrastruttura nel cui ambito avviene il networking. Come per ogni altra grande infrastruttura si assiste, ovviamente, a una sedimentazione d'infrastrutture diverse, alla deposizione di uno strato nuovo su quelli precedenti, con relativi problemi di interlocking, sostituzione e coesistenza. Nel caso specifico, si hanno la rete telefonica tradizionale, costantemente rinnovata nelle sue centrali di commutazione e nei mezzi legati (cavi), la rete dei cellulari, diverse reti dedicate di grandi organizzazioni private e pubbliche. Il senso di contenuto del networking a Milano, oggi, si può accontentare del risultato finale di un processo avvenuto nell'ultimo ventennio: Milano come città fra le più cablate d'Europa, se non del mondo. Ovviamente, città diverse hanno avuto storie distinte con sequenze differenti. Alcune hanno investito più nel cavo coassiale per la TV (CATV); altre hanno saltato la fase della CATV, come Milano, e si sono attivate per la banda larga legata a Internet; altre ancora, in fase sperimentale, hanno investito in una rete in fibra ottica per servizi a banda larghissima. È ragionevole concludere che Milano ha davvero un ruolo eccezionale di leader. Al 12/2003 la lunghezza totale complessiva delle infrastrutture TLC istallate: il 69% delle vie milanesi è cablato e si è ormai giunti a una saturazione, o comunque alla fine dell'enorme sforzo di posa di cavi dell'ultimo quinquennio. Fra gli operatori uno, Metroweb, partecipato dal Comune/AEM, ha quasi il 56% della rete. La recente ricerca di Politecnico Innovazione (2004) sottolinea anche l'importanza della presenza del servizio a 10Mbit/s di Fastweb, rilevando però che, superati i confini della città, e già in provincia, un tale servizio avanzato risulta assente. Ciò può offrire un vantaggio relativo alle aziende che si localizzano in città invece che sul territorio circostante (la clientela Fastweb è essenzialmente costituita da piccole aziende). I dati di utilizzo dell'infrastruttura, d'altra parte, sono preoccupanti, per quanto non esistano nè ricerche in proposito nè piani di identificazione e animazione dell'uso se non intesi come ipotesi non sostenute da programmi precisi. La ricerca di Politecnico Innovazione, avendo analizzato 37 casi di utilizzo di Fastweb e non avendo riscontrato particolari usi innovativi, conclude che la PMI non è ancora sensibile alla banda larga, neppure nei casi di eccellenza individuati nel corso dello studio PI e che la tecnologia ADSL viene ritenuta sufficiente. Il rapporto di ricerca si rivolge dunque alla Pubblica Amministrazione come possibile motore dell'innovazione di utilizzo3. Se poi si guarda alla governance del processo di utilizzo, ognuno sembra procedere in ordine sparso e rigidamente separato, in particolare Comune, Provincia e Regione. Ciascuno di questi Enti ha, in misura differente, idee e programmi (sembra in particolare la Regione e la Provincia), ma il Comune di Milano non ne è coinvolto o ritiene non esserne adeguatamente informato. Con tale frammentazione radicale della governance è difficile pensare che dai poteri pubblici, pur attivi sponsor e attori diretti del cablaggio, possa venire alcunché di efficace e generalizzabile per quanto riguarda l'utilizzo. Si rilevano costantemente sottoutilizzi o abbandoni: occorre rinunciare all'idea che le nuove infrastrutture possano replicare il decollo e la diffusione spettacolare delle reti GSM per i telefoni cellulari. Esistono precedenti illustri4: Milano non fa eccezione. Anche Internet non ha cambiato in maniera significativa le carte in tavola e lascia gli operatori in dubbio su quali contenuti, quali modalità d'uso, quali attori vadano coinvolti, e l'attore pubblico riesce a inventarsi un ruolo diverso da quello dell'agente promotore di cablaggio; quando deve animare circuiti virtuosi d'utilizzo, cade la sua funzione dinamica di progetto e proposizione e riemerge la funzione burocratica incapace d'interventi flessibili ed efficaci sul territorio e sulla società. D'altro canto, il mercato e il privato latitano, data la mancanza di chiare prospettive di rapidi guadagni, e l'Ente pubblico sembra esser privo dell'immaginazione, della capacità di coordinamento e governance per supplire alla market failure. Un'altra lezione da ricordare è che la sofisticazione (eccellenza) dell'infrastruttura non necessariamente si accompagna a superiori livelli d'uso, sembra anzi essere vero il contrario. Esistono indicazioni indirette, in questo senso, per il caso milanese/lombardo: si evince che una regione complessivamente meno cablata, quale l'Emilia Romagna, e meno nodo nevralgico di attività TLC (per cui la Lombardia rimane al vertice nazionale), ha dinamiche d'uso superiori o equivalenti all'area lombarda. In particolare, si ha superiorità dell'Emilia Romagna: l'eccellenza tecnologica stenta a tradursi in eccellenza di utilizzo. Fare rete, comunque, non è solo costruire e utilizzare le reti TLC. È una competenza di relazione che trascende il dato tecnologico. È a questo aspetto che occorre ora volgersi per accedere ad altre apparizioni del networking a Milano.

Senso di relazione: Milano come importante nodo della Global City Network

Il fare rete è una capability di una città come membro/nodo di una rete di altre città. Indubbio, da questo punto di vista, il ruolo di testa di Milano rispetto al resto del Paese, anche se in un certo declino a vantaggio di Roma, come mostrato da alcune delle analisi presentate dal gruppo di lavoro. Tuttavia, nell'era della globalizzazione, occorre valutare quale sia l'insieme delle relazioni di Milano col resto delle città a lei più vicine su scala europea e mondiale. Quale è il profilo delle relazioni, la loro forza e la loro dinamica? Ovviamente l'infrastruttura può migliorare e sveltire tali relazioni, e costituisce una piattaforma di supporto necessaria ma non determinante. Contano le capacità e le modalità di fare rete nel business, nella politica e nel sociale. Come, dunque, arrivare a fotografare le reti globali di città e il loro turn taking? Come dare evidenza a un pensiero relazionale sulla città che dia alla rete un ruolo privilegiato di rappresentazione? Guardare alle città come contenitori di attività e farne un ranking in base alle dimensioni delle relative organizzazioni ci porta immediatamente a una rappresentazione gerarchica. Occorre, invece, fissare l'attenzione sulla rete, sulle città come processori di flussi e generatrici di innovazione. E, in questa prospettiva, quale immagine di Milano e con che ruolo nelle reti globali fra città emerge? Città statica o dinamica? Centrale o periferica? Entrepot o centro di innovazione? Connessa o isolata? Il prof. Taylor e il suo team dell'Università di Loughborough ci forniscono un primo studio empirico del network delle world cities, (P.J. Taylor, World City Network, Routledge, 2004). Lo studio si basa sul ragionamento seguente: l'innovazione, la trasformazione da entrepot a nodo dinamico della rete, al di là delle particolari cause e fattori regionali, tecnologici o commerciali, non può che avvenire attraverso una serie di attività "complementari", di servizio e di supporto, quali la consulenza, il sistema finanziario, le assicurazioni etc. Quindi, un'idea della rete di città e della posizione all'interno della rete può essere dedotta dalla configurazione in rete dei servizi su scala globale, della loro presenza nelle diverse città nonchè delle loro relazioni. Lo studio di Taylor fornisce un quadro solo per l'anno 2000, un anno non troppo distante e non di particolare spicco nel declino illustrato dai rapporti svolti sulla storia recente di Milano. Purtroppo non possediamo una serie dinamica e quindi non sappiamo se il profilo specifico di Milano, che andiamo a illustrare come importante nodo all'interno della rete globale delle città, sia in corso di modifica e in quale direzione. Come detto, l'idea che sta al centro della global urban analysis di Taylor è che le città, più che gli stati, fanno l'economia e la fanno interagendo direttamente fra loro, sempre più su di una scala globale. Fondamentali, da questo punto di vista, sono quelle imprese di servizio (agenzie di pubblicità, società di consulenza, studi legali internazionali, società assicurative, istituti di credito e finanziari) che garantiscono gli scambi fra le città e, in generale, il coordinamento dell'attività economica su scala globale. Il grado di connettività, o se si vuole la capacità di fare rete, di giocare un ruolo chiave nella rete globale di tali scambi, si può misurare a partire dalla presenza incrociata delle società globali di servizi. È quello che fa Taylor per un campione di più di 350 città al mondo e per 100 diverse società di servizi nei settori appena elencati. La connettività fra due città è data dal prodotto delle presenze di una stessa società di servizio nelle due città. La connettività rispetto a un servizio è dato dalla somma delle connettività con le altre città in quel settore. Gli indici sono calcolati a partire da una matrice di presenza delle 100 società in un sottoinsieme composto dalle più importanti 123 città. Ne risulta, innanzitutto, un indice globale di connettività che serve a ordinare le 123 città considerate. Ai vertici risultano New York e Londra; sorprendentemente Milano si colloca all'ottavo posto, davanti a Los Angeles e preceduta solo da Hong Kong, Parigi, Tokyo, Singapore e Chicago, città di dimensioni ben maggiori, importantissimi porti o capitali di grandi Nazioni. Una serie di analisi e confronti più di dettaglio sembrano confermare che il posto così elevato come attore, connesso e quindi dinamico, di rete ottenuto da Milano non è frutto di una fortunata combinazione di indici o il risultato di una defaillance dell'algebra matriciale. In particolare, Milano risulta decima se le città si ordinano rispetto al valore totale delle 100 aziende di servizi. L'indice di connessione fa salire Milano all'ottavo posto, perché dà più importanza alle aziende più grandi presenti in ogni città. Una serie di cartogrammi scompone il contributo all'indice di connessione dei diversi settori delle società di servizio. Milano risulta di connettività elevata nei settori credito e finanza, pubblicità, consulenza, assicurazioni e studi legali; un altro indice, che misura il potere di attrazione di Milano verso le diverse attività di servizio (potere di rete), vede ai massimi livelli di nuovo New York e Londra; Milano risale ai vertici rispetto all'indice di gateway city, cioè di luogo in cui "bisogna esserci". È una rendita di posizione nella rete, non necessariamente legata al fatto di essere un nodo di comando e controllo (caso di New York e Londra): Milano, Madrid, San Paolo, Hong Kong e Singapore e Sidney sono le città che risultano le più importanti gateways del pianeta. Ma perché Milano? Milano (mai il termine terra di mezzo fu più felice nel caratterizzare questo ruolo di gateway di Milano nella global city network) svolge un ruolo meno importante, ma non trascurabile, di Zurigo o di Mosca rispetto ai mercati emergenti. Un'industria non considerata nella matrice iniziale di connettività è quella dei media, che per i ricercatori del team di Taylor, è una variabile proxy delle ICT. Di nuovo Milano emerge come nodo a elevata connettività insieme a numerose città europee, mentre è ridotto il suo ruolo, se si misura dal punto di vista della presenza incrociata di NGOs. Ulteriori analisi contribuiscono a precisare il profilo di Milano come città nodo della rete globale. Un aspetto importante è quanto il ruolo di una città nella rete sia determinato dal suo peso rispetto all'hinterworld (hinterland composto dalle altre città vicine) che in qualche modo rappresenta (come testa di rete locale). Così, in Stati centralizzati come la Francia, Parigi ha un indice di alta connettività anche perché accentra tutti i servizi del suo hinterworld. Milano risulta, al contrario di altre città europee come Zurigo, Lione, Colonia o Manchester, non avere una forte specificità rappresentata dal suo rispettivo hinterworld. Possiede, dunque, un profilo a-specifico, un pò come Londra o New York: delle vere città cosmopolite e poco legate al loro retroterra. Un'analisi più di dettaglio dell'hinterworld di Milano mostra, ancora una volta, i suoi legami con New York, Londra e il resto d'Europa, mentre indica una relativa non presenza sui mercati asiatici. Milano ha anche una certa capacità nel formare cliques fra città (sottoinsiemi di rete a elevata connettività), in particolare fra quelle non core. Come risultato complessivo di tutti questi indici in una mappa della globalizzazione, che di fatto indica una gerarchia fra le città al mondo, Milano si situa appena alla periferia del core più interno delle città al centro della rete. Sorprendentemente, nessun'altra città gode di una pari prossimità al core delle sette città centrali. Queste apparizioni dovrebbero far riflettere sulle effettive skills o capabilities della Milano come "terra di mezzo". Altre ricerche, come quella della Camera di Commercio di Milano sullo scenario milanese (Maggio 2004), mettono in luce capabilities distintive che probabilmente fanno parte dello stesso ceppo: si tratta dell'importanza dei Gruppi di Impresa, o metaimprese. Il rapporto CCIAA nota, in sintonia con i dati mostrati sopra, l'importanza del fenomeno delle multinazionali, che per competere globalmente si strutturano attraverso reti di unità di business di piccole dimensioni (il rapporto conferma che Milano concentra il 43% del totale nazionale delle società estere o costituite all'estero). Abbandonata l'idea della crescita dimensionale, risulta importante, per un universo di piccole imprese, la capacità di intensificazione delle relazioni fra le imprese, di valorizzazione dei loro capitali relazionali. A Milano è presente il 20% delle imprese organizzate a gruppo sul totale nazionale, che costituiscono i due terzi degli occupati totali; a loro volta, questi gruppi comandano unità delocalizzate extraprovinciali, su di una scala senza riscontro nel resto del Paese. Questi primi dati, letti in chiave relazionale, dovrebbero indicare la strada per individuare quelle capabilities autentiche da terra di mezzo che possono essere sostenute dalla nuova infrastruttura ICT e soprattutto dei criteri-guida per la progettazione di servizi volti a rafforzare le capabilities stesse, colmando in questo modo il vuoto di innovazione di utilizzo che sembra caratterizzare le reti telematiche a Milano oggi.

Senso di attuazione: fare rete a Milano

Scopo di questa parte del rapporto è di riuscire a cogliere in atto il fare rete a Milano, rinvenendo eventuali specificità. A questo scopo, sono state effettuate una decina di quick etnographies su casi di reti (utilizzo) per qualche verso ritenuti significativi: per il settore, per sentito dire, per la volontà di andare a pescare delle nicchie di utilizzo alternativo a quelle più istituzionali o scontate. Alcuni dei casi più significativi sono commentati qui di seguito.

- Caso settore moda: si tratta di un sito al servizio delle testate italiane ed estere delle riviste di moda, che fornisce analisi della stampa di settore; un'applicazione riguarda la valorizzazione del brand delle varie griffes. Un servizio di data base e rassegne stampa consente di veicolare alle griffes presenti nel quadrilatero milanese della moda. Si tratta, in sostanza, dell'innesco di una configurazione telematica su una preesistente, dovuta all'importanza del settore, importanza della presenza su Milano e la sua clientela moda.

- Rete Civica Milanese: la Rete Civica Milanese si presenta come una delle prime iniziative italiane a livello di rete civica, ricca in termini di utenti, forum e programmi. La definizione del prodotto/servizio con cui la RCM si caratterizza è la seguente: "noi ci siamo sempre pensati come abilitatori degli attori sociali, con il compito di mettere a disposizione un ambiente per comunicare alla comunità locale. I progetti sono i nostri e i loro: i nostri perché portiamo avanti questa idea e i loro perché sono i progetti che loro fanno". In questo senso, i responsabili della rete civica milanese rifiuterebbero di descrive la propria esperienza nei termini di un "servizio" o di un insieme di servizi resi alla cittadinanza. L'obiettivo che si pongono è, piuttosto, quello di mettere a disposizione della comunità locale gli strumenti della comunicazione mediata da computer per aiutarla a "farsi presente a se stessa", contribuendo così alla realizzazione di una vera e propria forma di "cittadinanza telematica". Tale concetto, come la pratica di organizzazione e gestione della rete civica che ne deriva, è giocato su tre dimensioni chiave: l'abilitazione tecnica, la costruzione di socialità e un rigoroso rispetto per dinamiche di sviluppo bottom-up. L'eterogeneità di tali tipologie di servizi, che non si risolve in caoticità grazie al comune riferimento alla realtà locale, si presenta in forma ancor più radicalizzata qualora si passi ad analizzare gli specifici forum di discussione (e i sottogruppi cui danno vita) attivi all'interno della rete civica: si tratta di un vero e proprio bazar in continua evoluzione, che moderatori e community manager tentano di ricondurre all'ordine attraverso cicliche operazioni di riorganizzazione strutturale dei contenuti. Al tempo stesso, il territorio milanese sembra costituire il limite maggiore della rete che, nonostante sia stata la prima a essere accessibile su scala nazionale via Internet, non sembra avere dato luogo a dinamiche di rete extra-civica vera e propria.

- Camera di Commercio: di particolare interesse in questa sede è il fare rete per una realtà quale la Camera di Commercio. La rete è sia mezzo per l'erogazione dei servizi, sia infrastruttura e oggetto di intervento attraverso cui gli obiettivi del business possono essere realizzati. In tal modo, se è possibile riconoscere nella progettualità della Camera di Commercio cinque definite e distinte aree di attività (erogazione di servizi, abilitazione, promozione del networking, monitoraggio del territorio, e comunicazione pubblica), il duplice statuto attribuito alla rete finisce col costituire un potente momento di costruzione di sinergie tra area e area e con il contribuire in modo rilevante all'allineamento di ciascun settore a un'unica e coerente strategia. Qui interessa approfondire l'uso delle reti per quanto riguarda l'inserimento del contesto locale in circuiti internazionali, ove il soggetto operativo principale è rappresentato dall'Azienda speciale Promos, che svolge soprattutto attività informative, di abilitazione, di assistenza e supporto. In questo senso, il riferimento non è unicamente alla - in qualche modo ovvia - dimensione europea, attorno alla quale si articola una vera e propria rete globale (con particolare attenzione al mercato asiatico). A tale principale asse di apertura, la Camera di Commercio ha scommesso, infatti, di affiancarne un secondo, fortemente centrato sul bacino mediterraneo: con lo slogan "Milano Capitale del Mediterraneo", la Camera di Commercio riassume una politica di complessificazione delle relazioni imprenditoriali che ha l'ambizione di trasformare, e non solo simbolicamente, una posizione decentrata sui circuiti europei (quale quella dell'Italia), in una vera e propria posizione-interfaccia in grado di restituire alla realtà imprenditoriale locale (ma non solo), il ruolo di nodo centrale strategico. Costituisce esempio di tale sforzo non solo l'apertura di sedi decentrate (per ora in Egitto, al Cairo, cui se ne andranno però affiancando altre, a partire dalla Siria), ma anche un progetto come ANSAMED (in collaborazione con l'ANSA), che ha l'obiettivo di costruire una vera e propria agenzia informativa (in inglese, italiano e arabo) con interesse fortemente centrato sul mediterraneo. Va, infine, ricordato come la stessa Camera di Commercio di Milano, per propria natura, non costituisca che il nodo di un network di pari estensione nazionale (Camere di Commercio) ed europeo (Eurochambre). Le reti telematiche non sono, dunque, unicamente centrali per l'obiettivo della promozione del networking, ma vanno sempre più costituendo un'infrastruttura tecnologica in grado di potenziare la struttura reticolare dell'istituzione stessa, intensificando al contempo una cooperazione che si esprime oggi, a livello internazionale, nella costituzione di una galassia di gruppi di lavoro tematici. Senza entrare nel merito dei dettagli tecnici e della gamma di applicazioni delle reti nell'ambito delle Camere di Commercio, un commento più generale può essere comunque fatto sul maggiore potenziale che questo tipo di rete rispetto ad altre, presenti o con origine dal territorio milanese, o comunque legate a istituzioni presenti sul territorio, quale il Comune, la Provincia, la Regione. Mentre i confini di queste sono stabiliti dal territorio, spesso in maniera artificiosa per quanto riguarda la realtà di business, i confini delle Camere e delle loro reti sono legati a dove si espande, si innova o è presente l'attività dei membri. Che può essere l'Asia se lì vi è particolare espansione. Naturalmente, la rete delle Camere sarà più aperta sui mercati esteri, su iniziative di innovazione. Più difficile, invece, che il Comune possa uscire dalla logica della macchina burocratica o rimanga comunque fortemente limitato nel trovare applicazioni innovative e a largo raggio per le reti, come appunto le attuali difficoltà messe in luce anche da rapporti recenti (vedi numero 67/2004 di "Impresa & Stato").

Una questione di metodo

Ad oggi occorre constatare l'assenza, e quindi l'urgenza, di coordinate nuove con cui pensare al ruolo di Milano come "oggetto", o meglio res pubblica, per analizzarla e coglierne le dinamiche. Dove sta la questione di metodo qui ritenuta critica? Nel fatto che più si succedono gli studi in ambito milanese, più appare evidente il rischio che si spacchi il capello in quattro su piani di analisi ripetitivi e che si passi accanto alle questioni fondamentali senza mai coglierne i tratti salienti: le questioni di fondo sul nodo di Milano rimangano ineludibili, quelle ontologiche fondamentali ci sfuggono, mentre il dibattito epistemologico stenta. Spesso si insiste sul declino di Milano con riferimento a dinamiche urbane, sociologiche, occupazionali e così via. Vengono mostrate le tensioni e le potenzialità dovute alla emigrazione, le trasformazioni non sempre lineari o funzionali fra aree periferiche e urbane, lo shrinking di alcune dimensioni cittadine, la fragilità della nuova occupazione. Esiste, tuttavia, un problema metodologico: si analizzano punti di usura e stress di una Milano, nodo o piattaforma, ma non si spiega di cosa sia formato il giacimento su cui tale piattaforma è installata. Quale il suo oro nero? Quali i suoi confini? Quali le sue dinamiche di fondo? Probabilmente si tratta di giacimenti che durano anche da svariati secoli e che possono essere sotto stress relativo, ma che innanzitutto andrebbero capiti, alla luce di "Milano nodo 8 o 10" attraverso cui passano i flussi globali di expertise, commerciali, servizi etc. Menzionare moda o design non giustifica una ricchezza che viene molto da più lontano. Ed è ancora più interessante che non sia facile, nonostante tutti gli studi, capire la natura del giacimento della ricchezza milanese, nè i suoi confini. Manca una più attiva geometria dell'immaginazione che, sia il giacimento design o ricerca in IT, pensi in modo creativo ai confini di tale giacimento, sia includendo cose vicinissime, ma escluse da confini nazionali vecchi, sia cose e attività solo in apparenza distanti geograficamente, ma vicine da un punto di vista operazionale. Identificare il giacimento necessita la massima liberta d'immaginazione. Milano è un'area gateway, non ha un monopolio su una risorsa fisica ben chiara, se non quella della non distanza, dello stare nel mezzo, dell'intermediazione, disposizione che, forse, si ritrova molto più accentuata e visibile fuori della cerchia dei navigli. La configurazione strategica di Milano come piattaforma collocata, in altre parole, risulterà da vettori di azione storica, elementi infrastrutturali e contingenti, ma senz'altro mai delimitabili geograficamente ad aree più o meno vaste. La configurazione di Milano dipenderà dagli indici di disponibilità all'azione di communities di riferimento e delle loro competenze relazionali. Nella prima parte del lavoro si riprendeva il discorso, luogo comune, in mancanza di meglio, della cultura del fare, della capacita del realizzare: qualunque cosa sia, essa proietta Milano in posizione centrale nelle reti dei flussi globali di servizi. Milano mostra di avere accesso a un giacimento di disponibilità all'azione, di cui una mappa di risorse cognitive e fisiche andrebbe effettivamente fatta, combinando in modo creativo repertori di risorse, competenze e capacità che abbiamo visto emergere come importanti nel corso di questi secoli.

Conclusioni

Le competenze, o capabilities, di Milano come global network city esistono e risiedono, probabilmente, nella capacità di fare rete fra città in Italia (come testa di rete), in Europa e su scala globale (con un bias verso i grandi centri dell'Occidente, meno sull'Asia). Queste capabilities, o capacità relazionali, sono rintracciabili in varie microsituazioni e contesti, ma rimangono ancora ampliamente implicite. Ulteriori studi sono necessari. Come si mostra anche nel caso delle imprese è tuttavia l'infrastruttura soft, costituita da queste capacità e conoscenze operative il livello di base, lo strato di supporto su cui possono decollare l'infrastruttura hard, la rete ITC e i suoi servizi. Il caso di Milano sembrerebbe in questo senso lampante. Milano è una network city, ha una infrastruttura di avanguardia, ma le due dimensioni si ignorano e non sembrano dare luogo ad alcuna sinergia o interazione positiva. L'infrastruttura hard è per ora sottoutilizzata, perché non sostenuta da quella soft del capitale relazionale. Solo una migliore integrazione delle due, a parere di chi scrive, potrebbe generare quei servizi utili e capaci di innescare un circolo virtuoso, volto a rafforzare e innovare le capabilities relazionali di base. La riflessione e la ricerca non possono che vertere, oggi, su queste ultime per identificarle meglio, osservarne l'evoluzione, capire come possano essere attivamente coltivate e infine supportate dalle reti telematiche.

Note

1. Cfr. numero 63/64 del 2003.

2. Il dott. Simone Tosoni ha collaborato per gli studi di caso e il dott. Andrea Resca per la raccolta di parte del materiale bibliografico.

3 . Inoltre, come sottolinea un'indagine Censis, Milano ha un rating medio basso per quanto riguarda i siti istituzionali dei Comuni capoluogo italiani (al 15esimo posto): l'essere un operatore di avanguardia non si traduce, per la Pubblica Amministrazione, nell'essere un utilizzatore di eccellenza (la Provincia Milano è al quarto posto). Anche il Rapporto BISER 2003 di benchmarking fra 26 regioni europee di notevole rilevanza economica e industriale, che pure conferma la ricchezza della Regione Lombardia, trova gli usi delle infrastrutture ITC al di sotto della media, salvo nell'uso dei cellulari e nel traffico intraregionale di e-mail.

4. La storia è piuttosto vecchia: i teleporti e la cablatura di Manhattan condussero solo in parte i loro obiettivi iniziali. Ne risultò una speculazione edilizia a Staten Island, che consistette nella costruzione di nuovi edifici per uffici accanto alla farm per le antenne e per quanto riguardò la fibra ottica a Manhattan il principale utilizzo venne dato da un miglioramento spettacolare delle comunicazioni telefoniche via voce all'interno di Manhattan.