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di Alessandro Colombo
Docente di Economia, Università degli Studi Milano Bicocca.
Nell'imponente trasformazione dello spazio politico globale, innescata dal collasso dell'ordinamento spaziale della guerra fredda, Milano e il Nord Italia sono investiti direttamente da due mutamenti di enorme portata e dalla loro ancora incerta combinazione. Il primo mutamento è, naturalmente, il grande processo di ricomposizione e riorganizzazione del continente europeo seguito al superamento della grande lacerazione bipolare. Questo processo - che gli europei e la loro cultura politica si ostinano a considerare come rappresentativo di una tendenza generale presente nelle relazioni internazionali contemporanee - costituisce, in realtà, una nuova manifestazione di eccezionalità dell'Europa rispetto alle altre aree regionali. Da un lato, la tendenza all'aggregazione che ha prevalso nell'Europa occidentale dal 1989 non soltanto si è contrapposta, ma si è persino nutrita della tendenza alla frammentazione che ha prevalso altrove attraverso quel colossale processo di cooptazione che è stato l'allargamento a Est dell'Unione Europea. Dall'altro lato, in questa riorganizzazione spaziale, l'Europa ha potuto contare su una proliferazione istituzionale che non ha equivalenti nelle altre aree regionali, e di cui l'Unione Europea e l'Alleanza Atlantica costituiscono i pilastri fondamentali. Sebbene tuttora in corso, la riorganizzazione dello spazio europeo ha già prodotto alcuni risultati di grande portata. In primo luogo, dapprima in Europa centrale e poi, sebbene in misura diversa, in Europa meridionale, si è spostata la fascia liminare tra lo spazio comune delle istituzioni euro-atlantiche e i Paesi esclusi. Mentre nel contesto della guerra fredda, essa coincideva con la cortina di ferro e poneva sul confine dell'Occidente la Norvegia a Nord, la Germania al Centro e l'Italia a Sud, con un prolungamento egeo costituito dal complesso greco-turco, nel contesto attuale Scandinavia e Germania sono finalmente sfuggite alla propria condizione liminare (ereditata, rispettivamente, dai Paesi baltici e dalla Polonia), mentre non l'hanno ancora fatto né la costa adriatica dell'Italia né, a maggior ragione, la Turchia. In secondo luogo, la dissoluzione delle due Europe di impronta bipolare ha prodotto la formazione di una nuova fascia periferica, molto articolata al proprio interno ma, comunque, in rapporto ancora incerto con il nucleo continentale. Una prima periferia, che costituisce anche il rovescio del processo di integrazione continentale culminato nel nuovo allargamento di Unione Europea e Alleanza Atlantica, è quella che si è andata formando nella fascia centro-orientale che collega Ucraina, Bielorussia e Moldova, come effetto dell'esclusione dalle politiche di allargamento delle istituzioni euro-occidentali. Una seconda periferia, più meridionale, è rappresentata dalla penisola balcanica, a propria volta scivolata verso Sud per effetto dello sganciamento riuscito della Slovenia e di quello più controverso, della Croazia. La terza periferia, più tradizionale, è la cosiddetta sponda Sud del Mediterraneo, che ha risentito negativamente dell'apertura a Est delle istituzioni euro-occidentali, senza cessare di essere investita da correnti di instabilità politiche superiori alla propria capacità di auto-organizzazione e destinate, pertanto, ad attirare anche in questo caso la penetrazione dall'esterno. Infine, una quarta periferia comprende i due Paesi più importanti per la futura configurazione dello spazio europeo e, più generalmente, euro-asiatico: Russia e Turchia. Oltre a sollevare delicatissime questioni culturali e identitarie, l'evoluzione dei rapporti con questi Paesi ha un impatto immediato sulla redistribuzione dei centri e delle periferie nell'Europa centrale e in quella meridionale, con prevedibili ripercussioni anche sulla collocazione del Nord Italia. Ma una rappresentazione della geopolitica europea che si fermasse alla distinzione e al rapporto tra lo spazio comune delle istituzioni euro-atlantiche e lo spazio esterno non coglierebbe l'aspetto forse più rilevante per la collocazione dei singoli attori (e, quindi, delle singole città). Il terzo risultato provvisorio della riorganizzazione complessiva del continente è la riemersione, all'interno stesso degli spazi comuni e tendenzialmente indifferenziati promossi dalle istituzioni euro-atlantiche, di una pluralità di spazi regionali e sub-regionali eterogenei, fondati solo in parte sulla prossimità geografica e culturale e in rapporto ancora fluido tra loro. Basti pensare all'estensione e al consolidamento del tradizionale complesso scandinavo, alla proliferazione di istituzioni e iniziative di sviluppo specificamente "regionali" nella nuova regione del Mar Nero, oppure al progressivo coinvolgimento dell'Italia stessa nel Sud dei Balcani (in una misura proporzionalmente superiore a quella di tutti i suoi partner europei e atlantici), dallo choc delle crisi migratorie della prima metà degli anni Novanta all'assunzione del comando dell'operazione Alba fino all'offerta delle proprie basi e del proprio territorio come base operativa cruciale delle operazioni militari in Kossovo. Resta, infine, l'aspetto più trasparente della riorganizzazione spaziale degli anni dopo la guerra fredda, nonché l'elemento fondamentale della geografia di connessioni e disconnessioni nella quale si esprime: la ripresa e la rinnovata competizione degli assi di collegamento continentali. Alimentata, da un lato, dal processo di sviluppo della penisola iberica e, dall'altro, da quello ancora più imponente della reintegrazione dei Paesi dell'Europa ex-comunista, la ricostruzione di questi assi è anche una delle principali policies dell'Unione Europea in materia di comunicazioni e trasporti, con il progetto comunitario dei corridoi paneuropei varato alla Conferenza di Creta del 1994. Sebbene ciascuno di tali corridoi conservi opportunità e problemi propri, il loro disegno complessivo riflette almeno due trasformazioni significative dello spazio europeo. La prima, più scontata, è la rotazione orizzontale resa possibile dalla ricostruzione degli assi Est-Ovest o, per meglio evidenziare la direzione storico-concreta del processo, Ovest-Est, simboleggiata dalla tendenza al ripristino dell'asse Londra-Parigi-Berlino che, prima della seconda guerra mondiale, costituiva la struttura portante del continente. L'altra grande trasformazione della geopolitica europea è la riapertura (potenziale o già parzialmente in atto) di una serie di corridoi verticali, situati a est di quelli che attraversavano già l'Europa occidentale comunitaria, diretti verso l'Ucraina e la Russia e destinati a incontrarsi con gli assi orizzontali, formando una griglia sempre più fitta che ha già avuto, e continua ad avere, un impatto significativo sulla geografia delle città europee.
Il crollo della centralità europea
L'enfasi che il discorso pubblico sullo spazio pone sulla globalizzazione economica, da un lato, e sul processo di unificazione europea, dall'altro, rischia di nascondere un mutamento ancora più radicale, che tocca non più la riorganizzazione interna ma il posto stesso dell'Europa nella geopolitica delle relazioni internazionali. Nello stesso momento in cui ha posto fine alla lacerazione dell'Europa, infatti, il collasso del bipolarismo ha posto fine anche a quello che restava della sua centralità. É vero che il suo ruolo di centro di irraggiamento globale (di istituzioni così come di conflitti), gravemente incrinato dopo la Prima Guerra Mondiale, era già venuto meno all'indomani della seconda, con la formazione del sistema internazionale bipolare e la divisione stessa del continente in due sfere di influenza il cui epicentro cadeva, almeno in parte, al di fuori di esso. Ma sebbene non fosse più la fonte del nuovo conflitto globale, durante la guerra fredda l'Europa rimaneva pur sempre il suo fronte principale, cioè il luogo nel quale si sarebbe combattuta, in caso di guerra, la battaglia decisiva e nel quale, nel frattempo, non se ne poteva combattere nessuna. D'altra parte, grazie a ciò, essa poteva continuare a percepirsi e a essere percepita come uno spazio separato e, sebbene non più come protagonista ma come posta in gioco, come uno spazio più importante degli altri. Con la fine della guerra fredda, anche questo residuo di centralità di cui l'Europa aveva beneficiato come teatro principale dello scontro tra le superpotenze viene irresistibilmente (sebbene lentamente) meno. Nell'attuale contesto internazionale, l'Europa si trova in una posizione che, in termini storici, è nuova e unica: l'Europa non domina né è dominata, non è isolata né è in grado di controllare il mondo. Per la prima volta nella storia, l'Europa è una regione qualunque di un sistema internazionale globale. Quando, in precedenza, essa era solo una fra le tante regioni del mondo (prima del periodo dell'espansione europea), il mondo era meno interdipendente; ora il globo è uno solo e l'Europa non ne costituisce più il centro. Sebbene sia stato sottovalutato o addirittura rimosso, sia nella riflessione contemporanea delle Relazioni Internazionali sia nel discorso ufficiale dell'Unione Europea - che, anzi, sembra disciplinatamente impegnato a tacere su qualunque possibile rapporto tra integrazione e marginalizzazione dell'Europa - non c'è dubbio che la fine della centralità europea sia il principale evento della storia delle relazioni internazionali del Novecento, nonché la principale eredità che questo lascia al secolo successivo. Oltre all'ovvio strascico dei conflitti di legittimità che stanno investendo il patrimonio culturale e giuridico dell'Europa e la sua pretesa di universalità - conflitti che, a propria volta, sono ipocritamente (e un po' pateticamente) nascosti dietro la formula dei conflitti di civiltà - il compimento di questo processo apre il futuro dell'Europa a due scenari totalmente diversi, ma egualmente distanti dall'eredità dei secoli passati. Il primo, verso il quale sembra indirizzarsi non a caso il codice geopolitico dell'Unione Europea, è quello di una multipolarizzazione del sistema internazionale, all'interno del quale l'Europa rivestirebbe appunto il ruolo di polo politico ed economico, in coordinamento e competizione con i poli già consolidati del Nord America e dell'Asia orientale e di quelli emergenti del subcontinente indiano e dell'America Latina. L'altro scenario, che informa al contrario l'attuale politica estera degli Stati Uniti, è quello del mantenimento della globalità politica, strategica ed economica a guida americana, ma in un contesto nel quale il peso dell'Europa sarebbe destinato a diminuire sia rispetto al passato sia, soprattutto, rispetto a quello di altre aree regionali. Proprio quest'ultimo è stato, fino a ora, l'impatto immediato del dopoguerra fredda. In una "parentesi unipolare" contraddistinta dal tentativo degli Stati Uniti di mantenere l'una a fianco all'altra la propria vocazione egemonica e la propria vocazione globale, l'Europa ha già subito un brusco ridimensionamento strategico, almeno nel senso che è stata retrocessa al livello di altre regioni o, peggio, a semplice retroterra delle aree regionali verso la quali sembra orientarsi la nuova politica di sicurezza degli Stati Uniti. Se, infatti, la globalità della nuova guerra al terrorismo e alla proliferazione di armi di distruzione di massa ha ancora un teatro più importante degli altri - come ne aveva uno la competizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica - questo teatro non è più l'Europa, ma un arco dell'instabilità tutto asiatico disteso dal Golfo Persico e dal Mediterraneo orientale al Caucaso e al Caspio fino all'Ovest della Cina, con un possibile prolungamento fino all'Indonesia e alle Filippine. A questo declassamento si è accompagnato un mutamento altrettanto radicale sebbene, questa volta, tutto interno all'Europa. A mano a mano che essa perde ciò che resta della propria centralità, il suo baricentro strategico è destinato a spostarsi dal vecchio centro renano alle nuove periferie orientali e sud-orientali. Spogliato del gergo proprio della cultura politica internazionalistica degli Stati Uniti, è qui che va rintracciato il fondamento storico - concreto della contrapposizione tra vecchia e nuova Europa riproposta dall'amministrazione Bush. Una volta proiettata verso le regioni limitrofe del Medio Oriente, del Caucaso e dell'Europa orientale, la politica estera degli Stati Uniti è spinta a privilegiare le fasce periferiche dell'Europa rispetto a quella che, da una prospettiva globale, figura più come una retrovia che come un nocciolo continentale. Da questa prospettiva, Bulgaria e Romania finiscono paradossalmente per apparire più interessanti della Francia - proprio mentre la Polonia e i Paesi baltici rischiano di ereditare, insieme alla liminarità, anche la centralità strategica della Germania. In questo duplice slittamento, l'Italia si trova a occupare una posizione tradizionalmente mediana (e, non a caso, politicamente ambivalente). Come appendice meridionale del continente europeo, essa ne condivide la possibile marginalizzazione, con l'aggravante della maggiore vulnerabilità che le deriva dalla vicinanza alle fasce di instabilità del sud dei Balcani e della sponda sud del Mediterraneo. Come estrema periferia del complesso euro-mediterraneo, d'altra parte, l'Italia si vede conservato, se non accresciuto, il proprio interesse strategico nella politica globale degli Stati Uniti, messo clamorosamente alla prova in occasione della guerra in Kossovo e confermato negli ultimi mesi dal ridispiegamento sul territorio italiano di unità e comandi della struttura atlantica - a cominciare dal prossimo trasferimento del comando della flotta Nato dalla Gran Bretagna a Napoli.
Milano, città di mezzo
Stretto tra la riunificazione e il ridimensionamento dell'Europa, il recupero da parte di Milano del suo ruolo tradizionale di "città di mezzo" non può sfuggire a una condizione ambigua, che si riflette anche politicamente nell'inedita crisi della coincidenza tra dimensione europea e dimensione atlantica e nella diversa rappresentazione che ne consegue dello spazio europeo e della sua articolazione in centri e periferie. Mentre, nell'architettura dell'Unione Europea, il "centro" continua a gravitare attorno a Francia e Germania, l'architettura della politica estera americana tende ad adottare una prospettiva capovolta, facendo guadagnare alle fasce liminari ciò che fa perdere a quelle centrali. In questa competizione, il ruolo di Milano e del Nord Italia si complica (così come si complicano le scelte della politica estera italiana). Se, come appendice meridionale del centro europeo, il Nord Italia rischia di subire la marginalizzazione dell'Europa nella politica globale degli Stati Uniti, come appendice settentrionale della periferia europea può persino beneficiare dei nuovi orientamenti americani, ma a rischio di indebolire la sua connessione con il centro continentale. Abituati a un confortevole, duplice bandwagoning europeo e atlantico, gli attori nazionali devono sperare in una rapida composizione della frattura per non essere costretti a scegliere di attaccarsi a uno dei due carri, rischiando di finire ai margini o fuori dall'altro.





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