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di Cesare Romiti

Presidente onorario Rcs Mediagroup; Presidente Fondazione Italia Cina.

Milano è senza dubbio un nodo della rete globale. Ma la Milano della rete globale è anche un nodo un po' perverso, perché la funzione di nodo della rete - è dimostrato nei fatti e lo confermano proprio gli studi e le ricerche realizzati dalla Camera di Commercio - presenta un problema di fondo. Milano non è solo città o provincia, metropoli fatta di centro e periferie o megalopoli che comprende anche l'hinterland. È la somma di tutto, è il territorio (in parte anche extraregionale) in cui gravita e di cui è, a sua volta, polo d'attrazione. Negli anni, la metamorfosi di questa fisionomia continua a consolidarsi. Le strutture delle reti reali e virtuali al servizio di Milano dovrebbero, perciò, essere sempre più efficienti e funzionali. Il problema è che le dotazioni che fanno rete superano i confini delle singole amministrazioni. Sotto la spinta dell'economia continuano, anzi, a erodere sia i terreni di giurisdizione dell'organizzazione pubblica sia gli spazi tradizionali della politica, facendo emergere - talvolta con fragore - il bisogno di una nuova dimensione di governance e di trovare una soluzione (o meglio, la soluzione) che permetta a Milano di realizzare il suo futuro. Se si considerano gli ultimi due interventi di particolare importanza conclusi a Milano non si tratta di un'impresa impossibile. Parlo della ristrutturazione del Teatro alla Scala e del nuovo polo fieristico di Rho-Pero, portato a termine in soli due anni e mezzo di lavoro - addirittura in anticipo di due mesi - insieme al prolungamento della linea rossa della metropolitana. Nei due casi le istituzioni nazionali, la Regione Lombardia, il Comune di Milano e tutti gli Enti locali sono riusciti a fare sistema e l'hanno fatto indubbiamente con successo. Occorre, allora, che questi due episodi non restino isolati, perché oggi l'economia di Milano e del suo territorio è soffocata da carenze logistiche e dalla mancanza di collegamenti adeguati. Lo stato delle infrastrutture di comunicazione e di trasporto è, invece, precario e mina la competitività del sistema economico. Le vicende dell'autostrada Bre-Be-Mi e della Pedemontana sono clamorose. Senza uno strumento e una sede di sintesi, in termini di competenze e responsabilità, certe realizzazioni rischiano di non vedere mai la luce. E se Milano non ha tutte le strutture per essere in rete - e per fare essa stessa rete - la sfida è già persa. Inutile aspirare a un futuro d'eccellenza e a competere con le altre maggiori metropoli europee. Il concetto e la realtà di Milano come nodo nella rete globale esasperano proprio questo problema. Prima di tutto, perché la Milano del Duemila, cioè la Grande Milano, ha già dilatato enormemente i suoi confini e si confronta sempre più con la segmentazione del potere decisionale. In secondo luogo, perché Milano e il suo territorio non possono più contare su spinte autopropulsive e giocare un ruolo autonomo, capace, per esempio, di trainare lo sviluppo dell'Italia e di contribuire a quello europeo. A differenza del passato, quando si è affermata come epicentro propulsivo, oggi Milano appare e va considerata un player: un giocatore come tanti altri.

Milano, player globale

Come molte metropoli continentali, per difendere la sua posizione competitiva deve impegnarsi a intercettare tutti gli impulsi vitali e di maggiore intensità che innervano la rete (dall'Europa comunitaria piuttosto che da quella dell'Est; dal Mediterraneo così come dai Balcani). Le concezioni di nodo e di rete globale si basano, infatti, su un'evoluzione dettata da innovazioni, fenomeni e trend che maturano e si incrociano nella società e nell'economia di tutto il mondo. Per proporsi quale global player - un autentico global player - a Milano non basta, tuttavia, intercettare le tendenze di fondo, deve in realtà imparare a leggerle, interpretarle e anche gestirle. Deve indirizzare il proprio futuro, i suoi investimenti e tutte le risorse più importanti su quelle lunghezze d'onda che fanno da trama allo sviluppo dell'economia e della società internazionale, della comunità globale. L'eccellenza non può più essere, oggi, l'attributo di singole isole. In un territorio come quello di Milano, il plusvalore necessario a creare lo sviluppo complessivo è frutto soprattutto del lavoro di raccordo e coordinamento. In molti casi anche il metodo è sostanza. C'è stato, infatti, un tempo in cui la crescita milanese si è alimentata delle iniziative di tutte le principali entità del comprensorio, sia pubbliche sia private. Mi riferisco soprattutto alla grande imprenditoria e all'Eni, alla Breda e all'Ansaldo delle partecipazioni statali, alla Borsa e alle maggiori banche con la loro piazza finanziaria, alle maggiori compagnie di costruzione. Penso alle società leader nelle telecomunicazioni e nell'informatica, ai capisaldi del terziario avanzato e dei servizi professionali, alle case editrici e all'industria culturale, agli epigoni del design e della moda. Godevano tutte di una propria forza, di grande spirito d'intrapresa e di tanta capacità propositiva e propulsiva, di conseguenza si muovevano in autonomia e la somma dei loro interessi rappresentava un valore aggiunto per Milano. La loro crescita era quella dell'intero sistema produttivo e le loro strategie finivano per impostare il futuro stesso della città e della provincia, perché anche i poteri pubblici e locali tendevano a seguirne la spinta, accompagnandone i progetti. Oggi, lo spirito e le condizioni sono del tutto differenti, non basta più sommare gli interessi. Senza coordinamento e armonia i risultati si rivelano disomogenei. Il processo di "che cosa fare, come poterlo fare e di chi fa che cosa" va spostato a monte di tutto. Troppo spesso succede che una verifica di fattibilità fra i diversi decisori e gli Enti coinvolti avvenga ad anni di distanza dall'approvazione di un piano o di un programma. In genere, accade soltanto nel momento in cui si prende atto che senza un accordo e una decisione condivisa non sarà possibile realizzare quel determinato progetto. E se alla fine arriva un'intesa, sarà sempre frutto di compromessi accettati per forza maggiore. Va dunque contrastata la convinzione che prima o poi si può arrivare comunque a una soluzione, perché questa pratica, in prospettiva, è e sarà sempre più sbagliata e pericolosa. La best practice che Milano deve invece adottare e far sua è di istituire un tavolo di raccordo in cui mettere insieme le proposte, una sede di confronto dove decidere come attuarle. Nel caso di Milano è il metodo che farà sempre più la differenza. Vuol dire che è indispensabile tornare a pensare e riconfigurare il paesaggio, come d'altronde si chiede a ogni governance istituzionale cui vengano affidati assets tanto validi e preziosi come quelli dei quali dispone la città. La questione, però, non si esaurisce qui. Perché per mantenersi ai livelli di eccellenza non basta tornare agli antichi primati o recuperare posizioni. In realtà si richiedono almeno due condizioni: continuare a crescere e, con lo sviluppo, portarsi a quote di competitività e di eccellenza sempre superiori. Cosa questa necessaria svolta strategica possa produrre, lo dimostra in piena luce e in misura completa tutto ciò che altre città europee (da Parigi, Londra, Berlino, Madrid e Barcellona ad altre come Bilbao, Strasburgo, Edimburgo, Lisbona) hanno saputo fare nel frattempo. Milano è la più europea delle città italiane ed è il cervello di una delle più ricche e sviluppate regioni dell'Unione, è tra il Nord e il Sud del continente, è il baricentro di una grande area che accomuna l'Italia settentrionale e l'Europa centrale, è quindi in una posizione che di per sé le assegna un ruolo strategico. Occorre perciò un progetto per riempire questo ruolo di contenuti. A mio giudizio, il futuro di Milano è quello di essere un cervello al servizio dello sviluppo, un centro pensante integrato in una grande rete europea e mondiale.

La sfida di Milano

Questa è la grande sfida. Per sostenerla servono tanti elementi. Prima di tutto bisogna coinvolgere in questa missione l'intera regione di cui si è baricentro, nel senso che il pensiero non bisogna tenerlo per sé ma metterlo a frutto, esportarlo, trasferirlo, insomma metterlo a servizio di tutto il territorio di cui si è punto di riferimento. Da soli non si cresce abbastanza, se non si fa crescere il contesto. Una seconda priorità è quella di sfruttare il proprio patrimonio di affermazioni, ossia i primati e i titoli nei settori che già qualificano la città e la sua immagine: comunicazione e telecomunicazioni (oltre il 50% delle attività nazionali di Ict-information comunication technology è milanese), creatività intesa come design e moda; ricerca scientifica - con cinque sedi universitarie e di formazione post-universitaria che colloca la città ai vertici europei - e medica (per esempio con punte avanzate come l'Istituto Oncologico, il San Raffaele, l'Istituto dei Tumori). Per questo serve un disegno progettuale, serve darsi una missione. È necessario avere un'identità, un'immagine basata su alcuni punti di forza incontestabili ed è necessario costruire su questi, riaffermandoli, la propria forza d'attrazione. La terza priorità è di riuscire a combinare nel modo più efficace tutte le risorse e i centri del sapere, ad attivare una cooperazione aperta e sistematica fra pubblico e privato e una mutua integrazione fra le strutture, rendendo tutti consapevoli che le molte energie esistenti vanno stimolate ed espresse al meglio e che occorre spendersi con coraggio. Perché, in verità, la grande capacità industriale e produttiva di Milano non ha mai generato una coscienza culturale del tutto all'altezza delle sue potenzialità né una progettualità pari ai grandi mezzi disponibili né una sensibilità politica, sociale ed economica degna delle forze schierate in campo e adeguata alle risorse impegnate. Un disegno non nasce, ovviamente, da una lista più o meno lunga di iniziative e non è un elenco di singole realizzazioni. È altrettanto vero che darsi una missione non rappresenta una semplice scelta opzionale. Di solito, ogni appello alla progettualità viene frustrato dalla constatazione che le risorse disponibili sono poche e tutte assorbite dalla gestione dei servizi ai cittadini e delle infrastrutture civili. In realtà, sono la visione e gli obiettivi a coagulare consensi e a impostare la ricerca e la raccolta delle risorse economiche, non viceversa. Se non esistono nemmeno l'aspirazione a fare e la volontà di stendere un programma o un piano di fattibilità, va da sé che risulta privo di qualsiasi senso porsi in via preventiva il problema dell'eventuale copertura finanziaria. È diffusa, inoltre, la convinzione - peraltro giustificata - che i cittadini si aspettino cose concrete, visibili, come ordine e sicurezza, vicine ai loro interessi e quindi circoscritte ai servizi e ai luoghi loro dedicati. Si dovrebbe, tuttavia, comprendere che proprio l'articolazione di un disegno di ampio respiro, con al centro un grande target, è capace di riempire di contenuti anche i normali e necessari interventi di gestione, restituendoli al loro autentico valore. Alla base delle esperienze internazionali più riuscite c'è sicuramente una forte leadership - anche politica - e questa si costruisce attorno a un'idea, un disegno, ossia aspirazioni da coltivare e nutrire. La sfida che sta di fronte a una città globale, quale Milano, ma che interessa le società avanzate tout court, si riconduce, pertanto, essenzialmente alla capacità di coniugare lo sviluppo con l'integrazione delle nuove realtà. E Milano è ricca di energie cristallizzate che devono tornare vitali e disponibili per tutti ed essere sostenute e promosse affinché sappiano far fronte al cambiamento. In termini di espansione delle attività e di diffusione del benessere, resta fondamentale quanto la città ha finora saputo fare. Ma se il suo contesto di sviluppo non è adeguato, comincia a tradire la sua stessa leadership. Le sole potenzialità economiche - pur essendo fondamentali - non riempiono, infatti, l'orizzonte di un'intera comunità e, soprattutto, non le assicurano nemmeno l'avvenire. Appare determinante, quindi, ciò che si riuscirà a realizzare nel prossimo futuro sul versante della qualità della vita, dell'ambiente e del lavoro. Non vi sono in tutta la storia moderna riscontri diversi, rispetto a questo percorso. Là dove prende corpo il progressivo degrado del sistema urbano, si registra la successiva decadenza economica e produttiva, perché alla fine si innesca inevitabilmente il declino delle funzioni di una città e delle ragioni che giustificano lo stare insieme in centri ad alta densità come le metropoli. Invece di attrarre spiriti intraprendenti e risorse, "un qualcosa che non ha voglia di farsi guardare" finisce per allontanare anche quelli già insediati. Milano come città diffusa Se la "Grande Milano" vuole conservare e meritare questa definizione, deve assolutamente restituire a tutte le sue parti e proiezioni un loro senso d'appartenenza. Dev'essere a tutti i titoli città diffusa e non un centro con attorno un enorme, indistinto hinterland. Deve evitare qualsiasi esclusione sociale, sia essa di origine etnica o meno. È davvero improbabile che la grande forza di Milano possa sopravvivere, se la cura degli interessi viene rivolta solamente alle categorie attive. L'eventuale soluzione di un problema non è mai consistita nell'emarginare o allontanare coloro che ne sono identificati come i portatori, anzi. Una città con sole opportunità professionali è una città di sacrificio, non offre una scelta di vita. È appunto da una diversa concezione di fondo che nasce il prestigio di cui sono accreditate, oggi, metropoli europee come Londra, Barcellona, Lione e Francoforte, Berlino, Amburgo o Zurigo. Per la sua vocazione strategica e il suo ruolo di traino, Milano è un'area - per così dire - ad alta intensità di domanda, perciò le risposte alle diverse sollecitazioni non prevedono condizioni di favore. Chiamare a raccolta uomini e risorse non ha molto significato se non si dà un volto alla Milano di domani con un piano articolato di interventi e proposte. Senza uno strumento di indirizzo e di impulso, percepibile a tutti, rischiano di rimanere vaghi i valori e gli obiettivi attorno ai quali vale la pena di mettersi insieme e "farsi città".