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di Giulio Sapelli

Docente di Storia Economica, Università degli Studi di Milano

Interrogarsi su Milano vuol dire interrogarsi sul suo futuro e far ciò è possibile solo in una prospettiva internazionale. Milano osservata "fuori da Milano", è assai più ricca di insegnamenti per inverare un nuovo e diverso processo di crescita e di sviluppo di quanto non accada allorché osserviamo Milano "da Milano". Vi sono tre condizioni essenziali per un epilogo che guardi al futuro. La prima condizione è l'innovazione culturale, necessaria per divenire veramente e definitivamente un polo attrattore, un nodo che viene attraversato, usato, arricchito dall'uso. Milano come attrattore diviene un vero e proprio bene pubblico. Ma questo implica non tormentarsi più con l'ipostatizzazione di una identità che non ci è più necessaria. Non sappiamo che farcene dell'identità ambrosiana. Lasciamola alle società di storia patria. Essere gateway implica non avere identità, oppure avere quella cangiante di non averne alcuna. O di aver quella del meticciato, della frammentazione, della ridefinizione continua dei confini e quindi delle personalità. La seconda condizione è quella di ridefinire profondamente il concetto stesso di élites. Le nuove élites non debbono più essere localistiche, ma debbono essere pienamente espresse da questa nuova concezione dell'identità cangiante e meticcia. Le nuove élites di cui ha bisogno Milano vivono più fuori Milano che in Milano. Appartengono ai network e alle cerchie sociali che si intersecano con Milano e con le altre capitali mondiali dell'economia reale e virtuale La terza condizione è una rivoluzione culturale simile a quella che investì Milano nell'agone a cavallo della prima guerra mondiale, con il futurismo e poi, negli anni trenta, con il razionalismo e, ancora, negli anni cinquanta del Novecento con l'astrattismo. Le rivolte culturali nelle arti e, in primis, in quelle della comunicazione visiva e della processualità dei comportamenti corporei sono oggi strumenti eccezionali per veicolare cambiamenti nelle professioni del fashion, dell'ITC. L'universo simbolico antico può essere usato per qualificare la rivolta come strumento di una rinnovata industria culturale. Si pensi al ruolo dirompente che potrebbe avere La Scala, riconosciuta nel mondo come un'icona di Milano, se il contenuto di questo iconico contenitore, vero e proprio oggetto di culto dell'universo simbolico delle plebi universali, venisse trasformato. Se si passasse dalla melassa melodrammatica e bandistica dell'ambrosianeità alla rivolta epocale dell'avanguardia trans contemporanea. Londra è divenuta capitale del fashion sulla base della rivoluzione delle e nelle arti, così come lo è divenuto New York e come lo sta divenendo Seul. Parigi decade nonostante l'immenso patrimonio simbolico di cui dispone perché non riesce a innescare questa trasformazione e perché affoga nel nazionalismo identitario. Qui più di altrove si evidenzia il fatto che Milano necessita di una rottura storica, di una definizione continua e instabile di un paradigma nuovo e diverso. È l'emergere di una nuova soggettività plurima, che nella città deve trovare le sue migranti pulsioni per innovare. È con la lotta culturale per inverare questi nuovi paradigmi simbolici della grammatica cittadina che dobbiamo riesaminare i punti di forza di Milano per riscrivere la sua storia e iniziarne una nuova narrazione.

I punti di forza della città

La finanza è stata e deve rimanere un punto di forza. Ma deve sempre più internazionalizzarsi e globalizzarsi. Il terziario avanzato deve rimanere un punto di forza e vieppiù trovare una sua qualificazione attraverso le nuove élites, che sono in larga misura con esso professionalmente identificate. I servizi, le strutture delle multinazionali operanti nella città, i centri direzionali, debbono sempre essere il punto di eccellenza, via via riqualificato e alimentato di energie nuove gobettianamente intese. Ecco, ora, il terzo punto di forza: le cosiddette "eccellenze" o "risorse eccellenti", materiali e immateriali, che si concretano nella formazione delle persone. Credo che occorra impegnarsi nella creazione di nuovi centri di eccellenza che si fondino sulle strutture del mercato e che unifichino humanities and business, ossia l'alta cultura e l'orientamento al fare intrapresa: questa è la nuova frontiera dell'eccellenza. Il quarto elemento di forza deve divenire la valorizzazione delle libere soggettività, che ho prima sintetizzato con le nuove rivolte culturali di cui Milano deve essere centro di aggregazione e di valorizzazione, in primis nelle arti. Non spendo altre parole su questo punto, ma credo che esso sia essenziale in una società dove oggetti e merci di culto, simboli e icone sono strumenti fondamentali per la creazione del valore. Il quinto punto di forza è quello dell'intermediazione commerciale. Certo, ecco dinanzi a noi la Fiera di Milano. Ma siamo certi che essa guardi al futuro? Siamo certi che non sia necessario, in un "mondo web", operare con altrettanta forza per l'e-commerce e per l'e-business, che sono la quintessenza della nuova economia? È vero: è terminata l'esuberanza irrazionale, ma dalla net economy non si torna indietro e Milano, città di attraversamento e identità cangiante e meticcia, dovrebbe divenire un nodo essenziale del network di questo straordinario strumento di crescita. Perché qui sta il sesto punto di possibile forza: una Milano meno milanese e autocentrata, che guarda più al mondo e meno a sé stessa e all'Italia, che si candida a essere città del mondo prima che città italiana o europea.

Un nuovo modello di governo urbano

Per far questo occorre riformulare profondamente i modelli di governo urbano. La rappresentanza territoriale è inadeguata allo scopo, sia del governo cittadino sia di quello nazionale e transnazionale, l'ho già affermato in molti miei lavori. Ma se è vero tutto quanto si è sin qui detto e, soprattutto, quanto hanno detto gli studiosi che mi hanno accompagnato in questo comune cammino, il governo municipale deve divenire plurimo, trasversale e funzionale, più che territoriale, monolitico e autoreferenzialmente territoriale, come attualmente è. Milano, come le città di tutto il mondo, ha bisogno di meno democrazia e di più tecnocrazia, di meno rappresentanza stabile e più di deleghe temporanee e meritocratiche. Ha bisogno di ripensare profondamente, anche grazie all'esperienza delle autorità indipendenti, i modelli del governo delle città globali. Ma affermare questo vuol dire giungere la cuore del problema. Vuol dire essere convinti che la legittimazione dell'essere associati in una città non deve più provenire dallo Stato e da identità politiche che non hanno più nessuna capacità di produrre obbligazioni. Deve unire, oggi e in futuro, ciò che per sua essenza divide, ma che ora può diventare un nuovo strumento di legittimazione e di azione trasformatrice insieme, grazie a una nuova morale diffusa di sostegno: il mercato che, una volta costruito istituzionalmente, è strumento di regolazione e di allocazione di tutte le risorse, che non è eticamente spregevole produrre e distribuire tramite esso. Le comunità di destino sono tutte cadute: tutte si sfarinano e si consumano. Le comunità di destino si ricostituiscono volta a volta, in un lavoro di Sisifo che pare infinito, ma che è sempre presente, attivo e operante. Le identità comunitarie non debbono più esistere, se non come atti volontari e determinati in vista di scopi temporanei. Solo in tal modo l'innovazione può risorgere e costruire una nuova gerarchia reticolare dell'essere cittadini. A Milano e altrove.