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di Umberto Paolucci

Vice President, Microsoft Corporation; Senior Chairman, Microsoft Europe Middle East Africa.

Milano era un sogno, lo scenario ideale della mia vita da grande, così come me lo immaginavo da ragazzo di un paese di provincia, di un piccolo paese sul mare dove venivano in vacanza d'estate, le favolose estati degli anni 50 e dei primi 60, i mitici "signori" milanesi, che prendevano in affitto ville, avevano belle macchine, e figlie spesso bellissime e irraggiungibili, nella loro raffinatezza cittadina. Tutti i miei studi, prima a Rimini e poi a Bologna, sono stati proiettati verso un futuro nel palcoscenico della "grande Milano". Della quale mi piaceva tutto, anche i difetti, come la nebbia o lo smog, che vedevo come segni distintivi della grande città, della vita che pulsava veloce, o come le automobili che non avevano gli stessi colori che avevano da noi, perché le polveri di carbone le coprivano per mesi, e le trasformavano in modo irreversibile. Era quindi bellissima la Giulietta TI bianca, perché a Milano era di fatto grigia, segno di grande distinzione ed eleganza. Il "cumenda" era forte e cosciente della sua forza, a Roma ci andava il meno possibile, e all'estero, salvo casi rarissimi, ancora meno. La cultura dominante, la lingua e il dialetto, le cose che contavano, accadevano qui. Non bisognava andarle a cercare. Globale non significava niente, l'autoreferenzialità era una caratteristica vincente. Adesso, anche le cose belle che abbiamo e che facciamo, sembrano non valere più nulla, sembra che molti non ci credano più. Abbiamo perso gli occhi della gioventù? Li ha persi tutta la città? Siamo, come ha ben detto il Presidente Formigoni, "anzianotti e benestanti" e pensiamo di poter vivere di rendita? O di retorica? O dell'eredità del passato come garanzia per il futuro? Dopo tutto, la ricchezza è sempre passata di qui, non potrà non passarci più. E a chi potrebbe risolvere il problema, cioè a coloro che soffrirebbero di più se il problema non venisse risolto, nessuno dice niente. Mi riferisco ai giovani: nessuno parla ai giovani. Li bombardiamo di cattive notizie e offriamo loro dei modelli di sviluppo e degli esempi che temo non abbiano alcun senso. Avremo lavoro per tutti i comunicatori e "pierre" che numerose università stanno febbrilmente sfornando, decine di migliaia, quando non ci sono gli ingegneri e i fisici e i matematici, le vere classi creative, che sono quelli che creeranno le notizie e le storie di successo che i comunicatori dovranno raccontare?

Cosa fare?

Attorno alle città, in passato, c'erano i campi e poi, nell'era industriale, le fabbriche. Ora, nell'era dell'informazione, ci devono essere le fabbriche della conoscenza, che possono produrre direttamente il prodotto finito oppure le macchine per costruirlo. E queste macchine sono chiaramente le università, i centri di formazione, i think tank. E la gara è chiaramente a chi fa le macchine migliori, le più flessibili ed efficienti nel costruire quei prodotti (la conoscenza) che, con la velocità di cambiamento che caratterizza l'età dell'informazione, si modificano rapidamente. E la conoscenza ha una bassa stickiness rispetto ai luoghi, l'aderenza a un luogo fisico è molto più labile rispetto ai prodotti del passato, perché la conoscenza si vende e si trasmette su un mercato che è allo stesso tempo globale e virtuale, quindi non legato a un determinato luogo. Le macchine per costruire conoscenza, competitività e valore, come le università, quelle sì che possono essere più radicate, possono prosperare, o inaridirsi, su un tessuto culturale che non può non avere delle radici, anche se poi si arricchisce continuamente di apporti esterni: guai all'autoreferenzialità. Ma anche guai alla mediocrità, all'essere indifferenziati. Certamente Milano non può appiattirsi e puntare tutto su poche aree di eccellenza, ma se queste non sono sufficienti, e non sono individuate, definite, coltivate, perseguite, declinate in tutte le loro implicazioni, comunicate, allora non c'è scampo. Quindi, analisi chiara delle eccellenze e anche delle aree deboli sulle quali non puntare più, apertura all'esterno, non solo per non perdere valore e persone, ma per saperle attrarre, sviluppare e conservare. Il ruolo dell'università è quindi fondamentale e preoccupanti sono le classifiche a livello mondiale che non ci vedono eccellere, preoccupante è la proliferazione di facoltà senza obiettivi di eccellenza; preoccupante è vedere che la stragrande maggioranza dei nostri corsi sono solo tenuti in italiano per italiani; preoccupante è vedere che non esistono da noi, salvo poche eccezioni, università strenuamente e organizzativamente proiettate verso l'esterno (pensiamo ai Chancellor di Cambridge e Oxford) e preoccupante è rendersi conto che i nostri rettori sono, invece, impegnati in battaglie che troppo spesso sono di pura sopravvivenza. Allora bisogna che le università milanesi si facciano promotrici di un cambiamento forte, di una partnership più forte con il privato, non solo di matrice italiana, per potere vincere questa gara. Con le sue 10 università, Milano è in una posizione unica nella creazione di cultura della ricerca. Si deve puntare su alcuni poli universitari realmente in grado di competere con i grandi centri europei. Milano dovrebbe avere un'università che possa essere realmente fra le prime 3-4 in Europa. Missione eccellenza, dunque, per porre fine a quel fenomeno che ci può togliere le energie migliori, il brain drain, la fuga dei cervelli, e ripristinare quella catena del valore sull'investimento in capitale umano, che vede ora gli anelli più deboli nel collegamento con la ricerca e con le aziende più innovative. E nella ricaduta imprenditoriale, anche e soprattutto verso le piccole e medie imprese, che dovrebbe essere obiettivo di ogni facoltà promuovere.

Milano e le ITC

Non solo rischi e opportunità, ma anche qualche cenno sui nostri punti di forza nel campo che conosco meglio, l'ITC, le tecnologie dell'informazione e della comunicazione: ¿ la Lombardia concentra più di un quarto del fatturato dell'information technology. La spesa informatica per addetto è circa il 30% in più rispetto alla media nazionale, e qui è basato il 27% delle imprese di software e servizi in Italia, con un indice di specializzazione settoriale nell'IT che è del 50% superiore alla media delle regioni italiane. Molti di questi punti di forza ruotano intorno alla zona metropolitana di Milano e su di essi bisogna fare leva anche creando poli di incubazione per sostenere la nascita e crescita di imprese innovative, dando corpo all'idea dei distretti digitali virtuali;

- il progresso fatto dalle reti metropolitane in fibra ottica è enorme e Milano ne è beneficiaria numero uno;

- la gran parte degli uffici di headquarter delle società informatiche italiane è concentrata a Milano o nell'hinterland, creando un mix unico di volume di business, presenza internazionale e innovazione tecnologica;

- realizzazione già estesa nel territorio milanese di centri di formazione permanente (anche per essere in linea con il programma di lifelong learning della Commissione europea) per consentire ai nostri anziani e a coloro che non hanno avuto ancora l'opportunità di avvicinarsi al mondo dell'informatica di essere autonomi nell'usufruire i servizi avanzati disponibili;

- necessità di una diffusione ancora più spinta dell'inglese, coinvolgendo i giovani - attraverso scuole e università - in programmi di collaborazione e scambio internazionali, e incoraggiando la presenza di modalità di intrattenimento (cinema, teatri) in lingua originale;

- concreta possibilità di eccellere nei servizi di e-government, coinvolgendo anche le istituzioni sanitarie ed essere leader nei rapporti a distanza con cittadini e pazienti;

- possibilità di essere leader nella "convergenza digitale", ad esempio nell'utilizzo digitale dei beni culturali;

- opportunità di dare un esempio in Lombardia di quello che si può fare nel campo del turismo, anche grazie a un uso saggio e avveduto dell'ITC, nel quale la situazione del nostro Paese non è adeguata alle sue potenzialità. Non possiamo essere dietro la Spagna, ma purtroppo questo è avvenuto.

Conclusioni

Il successo di Milano può essere garantito solo dall'intreccio di alcune grandi componenti socio-economiche: infrastrutture, università e ricerca, cultura e turismo, impresa e tecnologia. E dalla loro integrazione e armonizzazione, con la creazione di un profilo inimitabile, di una identità unica e vincente. E i nostri giovani? Una piccola, modesta proposta all'amico Carluccio Sangalli. Perché non pensiamo insieme a un'iniziativa per ridar loro un nuovo entusiasmo, nuova fiducia, nuove speranze? Dove, se non da Milano, una iniziativa così può partire? Io metto subito a disposizione una piccola idea, che potrebbe confluire in un progetto più articolato per dare nuova visibilità ai giovani su quello che sta accadendo nel mondo delle imprese. Nel nostro Centro Congressi per l'Innovazione, inaugurato l'anno scorso a Segrate, potremmo organizzare insieme quattro sessioni di tre ore ciascuna, in giorni diversi, per toccare 1000 giovani in totale, e parlare loro di cosa significa cultura dell'innovazione e del cambiamento, di come si gestisce la complessità per ricavarne semplicità e valore. Dar loro una vista dall'interno di una grande impresa globale, come la nostra, con i suoi valori, i suoi successi e le sue sconfitte, le lezioni imparate e l'entusiasmo per le opportunità che il futuro ci potrebbe riservare. E poi ci potrebbero essere altre imprese, in altri settori, per mostrare, nei fatti, che a Milano le cose stanno accadendo e che Milano è un punto nodale nell'economia globale. Che da Milano è bello partire, perché poi sarà ancora più bello tornare!