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di Luigi Roth
Presidente Fondazione Fiera Milano, Vicepresidente Cassa Depositi e Prestiti.
Quando abbiamo cominciato a pensare, con Fondazione Fiera Milano, alla trasformazione della Fiera, per cui avevamo un mandato, ci siamo resi conto che, più di ogni altra cosa, avevamo bisogno di fiducia. E bisogno, anche, di far capire a tutti i nostri interlocutori che ci stavamo impegnando in questo progetto in una logica di rete, di condivisione degli obiettivi e delle responsabilità. In una parola, di sussidiarietà. Quale fiducia? La fiducia delle istituzioni, del mercato, delle imprese, delle associazioni, del mondo della finanza, dei cittadini di Milano e di quelli di Rho e Pero. In cambio di questa fiducia, il nostro obiettivo era quello di cercare di conciliare gli interessi di tutte le parti, in proporzione al loro peso e contributo, perché tutti fossero partecipi con noi di questo grande progetto. Questo per noi significava "rete". All'inizio è stato difficile farci capire. In parte, perché mancavamo di una definizione: abbiamo utilizzato temporaneamente quella di "autonomia funzionale", di soggetto autonomo che svolge una funzione precisa all'interno di un sistema. Anche la metafora dell'essere nodi di una rete di collegamento tra imprese, istituzioni, realtà locali e globali, allora, non faceva presa. Il fatto era che la nostra realtà, come fondazione e come impresa al tempo stesso, non era compresa chiaramente: in realtà eravamo "quelli che stavano trasformando la fiera", e ci veniva chiesto quando e se avremmo finito i lavori del Nuovo Polo di Rho Pero, o che cosa sarebbe cambiato nel vecchio quartiere, tutto qui. Domandare se stessimo facendo un progetto innovativo, invece, non sembrava così importante o necessario. Poi i fatti hanno cambiato la situazione. Trasformando il territorio, dimostrando di mantenere gli impegni, creando connessioni davvero operative e di funzione tra noi e gli altri, il concetto è stato recepito, reso manifesto. Perché è cresciuta, appunto, la fiducia, che è il primo collante fra le reti, primario fattore di sviluppo economico locale. E così è diventato interessante il metodo utilizzato: altre imprese, realtà simili, i media, le istituzioni, anche fuori dalla Lombardia, ci hanno chiesto di raccontarlo, per capire - soprattutto - se fosse possibile impiegarlo in situazioni analoghe. Milano aveva bisogno di innovazione allora, così come ne ha bisogno oggi. Fiera Milano è una piattaforma, un gateway che porta il made in Italy nel mondo e le imprese del mondo a Milano. Ma al di là dell'essere strategico dal punto di vista dell'economia lombarda e nazionale, il nuovo sistema fieristico rappresenta un nuovo modello di gestire un'opera, un'idea nuova di committenza, di uso della finanza, di rapporto pubblico/privato. Un modello di impresa che, oggi, ha finalmente un nome: fondazione di sviluppo. La fiducia può fare molto, in economia. Può dare l'avvio a grandi progetti, e non soltanto oggi.
Il "rinascimento" milanese
In molti parlano di "rinascimento" milanese, ma io andrei ancora più indietro nel tempo, poco dopo l'anno Mille. Nelle sue Storie del Mondo, il monaco Rodolfo Il Glabro, scriveva che, all'avvicinarsi del terzo anno dopo il Mille, si videro rinnovare e costruire in Europa molti edifici religiosi. "Un bianco mantello di chiese sull'Europa", lo chiamava. Ma non erano solo chiese: in quei tempi furono realizzate opere idriche colossali, canali navigabili e i primi borghi fortificati e organizzati. La causa di questa attività così intensa? Nell'anno Mille il mondo non era finito, come in alcune interpretazioni dell'Apocalisse, e riappariva una sensazione di fiducia, tra i chierici e tra coloro che possedevano ricchezza e conoscenza. E l'Europa, ancora arretrata, visse in quel tempo una stagione di "grandi opere" religiose e civili. Così a Milano, lo è stata la Scala e lo è oggi Fiera. La prima rappresenta la "cattedrale" della musica, con il suo valore di simbolo culturale e della tradizione. La seconda, un'opera civile, è la Fiera, un nucleo strategico dell'economia dello scambio, che supporta a monte lo sviluppo delle imprese, con progetti di innovazione, e a valle gli scambi commerciali. Nel caso della Fiera, le reti sono state un punto di forza. E lo potranno essere per le altre opere che, numerose, stanno nascendo.
Conclusioni
Concludo con una riflessione sul nuovo modello di impresa che, ritengo, Fondazione Fiera Milano oggi rappresenti: la "fondazione di sviluppo". Un modello che opera su progetti specifici, per l'interesse collettivo, a fianco delle istituzioni. E che rappresenta una "rete contestuale": a seconda del progetto che intraprende crea alleanze, cerca committenze o impiega capitali sani e si impegna a portare a termine opere utili per il territorio e per la sua economia. Questo il caso particolare di Fondazione Fiera Milano. Credo, però, che il suo non sia lontano dal modo in cui possono operare altre realtà locali. E credo anche che queste forme di sviluppo "intermedio", in particolare le fondazioni, possano portare un grande supporto alla nostra economia, fatta di realtà di media grandezza spesso costrette al confronto con i giganti del mondo globale.





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