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di Emanuela Mora

Docente di Sociologia dei prodotti culturali, Università Cattolica di Milano.

Ringrazio la dott. Michela Grana e il dott. Marco Pedroni che con pazienza e intelligenza hanno raccolto, selezionato, elaborato e presentato graficamente i dati forniti in questo breve articolo, più molti altri, che richiederebbero maggior spazio di illustrazione e commento

Milano, capitale della moda, è oggi minacciata dalla concorrenza di molte altre grandi città che, per capacità d'innovazione, sperimentazione di strategie commerciali, generazione di nuove tendenze e invenzione di nuovi stili, contendono al capoluogo lombardo il primato della creatività. Che il tessile -abbigliamento rappresenti un settore maturo non è certo una scoperta recente, ma per gli addetti del settore che gravitano su Milano e che ne hanno usato e potenziato le infrastrutture comunicative è stato doloroso scoprire che le parole d'ordine su cui è stato costruito il glamour della moda italiana, creatività e stile, non sono più un'esclusiva locale. A intaccare questo primato sono stati, da un lato, la concorrenza produttiva dei Paesi con minor costo del lavoro; dall'altro, lo sviluppo di un sistema formativo internazionale che ha visto in altri Paesi europei, come l'Inghilterra e l'Olanda, il consolidamento di scuole di creatività a livello universitario, che in Italia faticano a decollare, nonostante la presenza (in particolare a Milano) di alcuni istituti di grande prestigio, che rimangono esterni al sistema accademico anche a causa di una diffusa diffidenza tra gli operatori del settore per l'astrazione e il tecnicismo della cultura italiana. Il terreno su cui questi fenomeni hanno potuto crescere è il prodotto di tutti i profondi processi di trasformazione delle società industriali nella seconda metà del XX secolo: l'esplosione del mercato di massa e il crescente interesse da parte di tutti i tipi di pubblico per il contenuto immateriale delle merci. Ciò che ha permesso al sistema del tessile-abbigliamento e della moda italiani di ottenere le performances di successo che tutti conosciamo rischia oggi di trasformarsi in un fattore di freno alla crescita di molti singoli operatori, ma, nello stesso tempo, a livello macro, rappresenta l'evoluzione di una società i cui membri stanno diventando in generale capaci di scegliere che cosa è preferibile per loro e come amministrare le proprie risorse per ottenerlo. Una riflessione di ampio respiro sul futuro del sistema moda in Italia, dunque, non può che partire dall' attenta ricostruzione di quali sono stati e continuano a essere i punti di forza del settore, così da evidenziare anche le potenzialità che esso ancora offre, ma non dovrebbe rinunciare a interrogarsi e ad accumulare evidenze sulle ragioni dei consumatori. In un mercato frammentato come è quello attuale, infatti, essi sono gli attori sociali ed economici fondamentali, le cui azioni sempre più faticosamente possono venire comprese in base a variabili socio-metriche o a generalizzazioni di target. Sarebbe, dunque interessante indagare le strategie di gestione dei budget monetari e di quelli simbolici da parte dei consumatori, considerati però come persone che compiono scelte e assumono decisioni su come amministrare i propri patrimoni e non come destinatari di strategie di marketing, fosse pure quello più avanzato, emotivo ed esperienziale. Nell'attesa che maturi tra gli addetti del settore la curiosità di conoscere più da vicino gli interessi e le ragioni dei propri interlocutori e che quindi vengano prodotti dati meno stagionali di quelli delle ricerche di mercato sui consumatori, sono stati organizzati alcuni dati di stock che aiutino a comprendere le risorse dell'eccellenza di Milano e della Lombardia in un settore come quello della moda, a elevata intensità di lavoro. Proprio in considerazione di quest'ultimo aspetto, abbiamo utilizzato i dati relativi al numero di addetti delle unità locali nelle classi di attività prese in esame. Sulla professionalità degli addetti e sulla qualificazione delle risorse umane si gioca infatti, come vedremo, una buona parte delle potenzialità di un settore che da manifatturiero sempre più si sta trasformando in servizio alle imprese e alle persone. Nonostante la globalizzazione trasformi la struttura della filiera materiale, provocando la delocalizzazione della produzione e la concentrazione della distribuzione, la completezza della filiera, materiale e immateriale, continua a essere la peculiarità del sistema moda italiano. Di esso la Lombardia, con i suoi distretti tessili e con la concentrazione a Milano delle attività di servizio immateriale alle imprese, è uno dei nodi più integrati (Graff. 1 | D e 2 | D). Nel corso degli ultimi quindici anni, però, Milano e la Lombardia perdono addetti nei settori produttivi, rispetto ad altri distretti del tessile, come Toscana e Lazio, che pure comprendono città in cui la moda gioca un ruolo rilevante sia dal punto di vista economico sia da quello più comunicativo e culturale (Tab. 1 e 2).Questo processo è visibile anche nel settore dei servizi alle imprese e in particolare nella pubblicità: con la diffusione del sistema moda a livello nazionale e lo sviluppo di una rete capillare di realtà produttive, un settore maturo come quello dei servizi, che originariamente ha avuto il suo cuore propulsore a Milano, si è ridistribuito anche nelle altre regioni, pur confermando la vocazione di Milano e della Lombardia nelle attività che latamente possiamo considerare comunicative (Cfr. Graf. 3) Dal censimento del 1991 a quello del 2001, invece, risultano in crescita a Milano gli addetti del settore design, a conferma del ruolo di Milano come centro della progettazione e della creatività, pur tenuto conto che questo dato non riguarda solo il settore della moda, ma anche quello del design di mobili e accessori (Tab. 3). I dati di stock, dunque, mostrano un riassestamento della filiera del tessile-abbigliamento a Milano e in Lombardia, che indica uno spostamento dell'impegno dalle attività produttive verso quelle di progettazione e servizio. È nell'ambito di queste ultime che è ragionevole ipotizzare si siano creati gli spazi per lo sviluppo futuro del sistema. Qualche elemento per riflettere su questo scenario può venire da un'analisi del sistema formativo dedicato alla moda e al tessile-abbigliamento. L'offerta formativa in questo settore, infatti, prevede curricula non molto standardizzati e che mutano in relazione alle esigenze manifestate dagli operatori economici. Possiamo, dunque, supporre che i corsi programmati dai vari Enti pubblici e privati corrispondano, di anno in anno, alle aspettative di sviluppo occupazionale del settore. Su questo aspetto, però, è del tutto insufficiente la disponibilità di dati ufficiali. Per tale motivo siamo in grado di fornire solo alcune stime derivate da un censimento degli Enti e dei corsi effettuato dal nostro centro studi nel 20021 e aggiornato nella primavera del 2005, per quanto riguarda le attività degli Enti già compresi nella rilevazione precedente. Questa pur inadeguata base dati mostra alcune interessanti evidenze. In primo luogo, occorre riconoscere una significativa flessione del numero di Enti che propongono corsi moda, possibile segnale della crisi che il settore sta attraversando. Delle 231 censite nel 2002, solo 104 erogano ancora corsi moda nel 2005. Inoltre, va sottolineata una particolare concentrazione delle scuole di moda nelle Regioni con spiccata vocazione produttiva, come Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio. In Lombardia, Toscana e Lazio i corsi coprono l'intera gamma della filiera, nell'area della progettazione, quella della produzione e quella della comunicazione. Interessante è notare che, dal 2002 al 2005, si effettua un generale riorientamento dell'offerta formativa: aumentano i corsi riferiti alle figure della progettazione, diminuiscono quelli nell'area della produzione, mentre si mantengono quasi costanti quelli relativi alle figure della comunicazione e commercializzazione (Tab. 4). Nel 2005 il numero relativamente maggiore di corsi è dedicato alle figure dello stilista e del designer e a quella del modellista. Si nota la scarsità di corsi dedicati al prodotto uomo.

Conclusioni

Che cosa ci suggerisce il confronto tra la struttura produttiva e quella formativa? In estrema sintesi, possiamo dire che la Lombardia e Milano, territori nei quali le filiere materiali e immateriali sono presenti nella loro completezza, nonostante il ridimensionamento quantitativo subito negli ultimi quindici anni, dispongono oggi di un capitale umano che copre le necessità operative e progettuali di tutta la filiera, mentre l'offerta formativa locale indica l'intenzione di incrementarlo. Tale capitale costituisce una risorsa o un vincolo? La risposta non è scontata. Da un lato, infatti, possiamo dire che un sistema occupazionale consolidato e ben integrato può far funzionare la filiera secondo schemi e modelli rodati e automatizzati. Non necessariamente, però, riesce a promuovere innovazione nei processi e nei rapporti tra i vari stadi di una filiera che ha un'estensione globale. Da un altro punto di vista, l'incremento delle professioni progettuali, con una forte componente tecnologica, inietta nel sistema energie nuove e favorisce nuove forme di interazione con i settori più innovativi dell'industria. Lo spazio che sembra aprirsi per le professioni progettuali rilancia l'originario ruolo creativo (ideazione, sviluppo prodotto, prototipizzazione) di Milano e della Lombardia, in funzione di una filiera sempre più globale. E questa, per quanto più rischiosa ed esposta alla concorrenza di nuovi soggetti emergenti, sembra una strada più promettente per la valorizzazione di un patrimonio economico e culturale che vanta una storia ormai secolare e che ha segnato l'identità del territorio.

Nota

. 1 Cfr. Grana M. e Ottaviano C., Professioni della moda e percorsi formativi, Etas, Milano 2002.