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di Bruno Manghi

Sociologo.

Come era prevedibile la grande Milano conferma, in tutte le statistiche europee, una posizione elevatissima anche per quanto riguarda il lavoro umano (beninteso in tutte le sue forme giuridiche): per la quantità, la qualità, la varietà, la mobilità territoriale. Attrae lavoro da fuori e manda lavoro in giro per il mondo, è il contrario di una cittadella. Siamo di fronte a una città che, per oltre un secolo, è stata un' autentica "enciclopedia" di lavori, mestieri, forme di impresa. L'industria, per lungo tempo, ha rappresentato il tessuto più immediatamente percepibile portando nel centro fisico della città le sue sedi direzionali e collocando a lato gli stabilimenti (Porta Romana, Giambellino, Fiera, Turro, Bicocca, Portello ecc.). Non per questo si sono cancellati i mestieri, le professioni autonome, l'impiego pubblico, i servizi e, ancor meno, il commercio, gli studi professionali, il poderoso combinat finanziario, bancario e assicurativo. Anche negli anni non lunghissimi del ciclo operaio erano ben presenti i tranvieri, gli insegnanti, i ragionieri, le commesse, i tecnici. Le grandi municipalizzate erano di entità paragonabile alle maggiori imprese manifatturiere. Non solo l'industria ha prevalso senza soggiogare il resto, ma nell'industria stessa il troppo citato modello taylorista-fordista è convissuto con altri modelli ben rappresentati (fabbriche professionali, siderurgia, aziende di processo). Milano ha ospitato o costruito quasi tutto ma è stata capitale operativa di pochi settori: elettromeccanica leggera, elettromeccanica pesante, gomma, farmaceutica. In altri settori era, tuttavia, la testa di grandi impianti situati altrove: energia, tessile, chimica, lavorazione del petrolio, impiantistica. Il veloce ridursi del lavoro industriale, a partire da metà degli anni Settanta, non si verifica come altrove attraverso una migrazione delle lavorazioni, ma per un concorso di cause: parziale dismissione (alimentari), cambiamento tecnologico (elettromeccanica leggera e in parte telefonia), radicali mutamenti di mercato (elettromeccanica pesante), riduzione di importanza delle imprese (gomma, energia), ridefinizione del mercato mondiale (siderurgia). Una contrazione netta, quindi, ma non tale da cancellare il "tono" industriale e da impedire l'affermarsi, ai margini di Milano, di quelle medie aziende vitali descritte dall'indagine Mediobanca-Unioncamere e oggetto di recenti riflessioni (Colli, Berta, Bonomi). Le medie imprese hanno fatto registrare, non a caso, un incremento degli addetti del 16% mentre, sempre nel 2000, oltre 35.000 piccole imprese dell'area sono organizzate in gruppo e rappresentano il 20% del totale nazionale del fenomeno. Indubbiamente, è avvenuta una riorganizzazione profonda in settori tipicamente milanesi come l'editoria, la pubblicità e il marketing, vere e proprie costellazioni a maglie strette che combinano quartieri generali, piccole imprese e lavoro parasubordinato o autonomo. Nel terziario, la crescita assoluta (ma ancor più relativa) è simboleggiata dalla Fiera, mentre assistiamo alla difficoltà o alla scomparsa di alcune tipologie tradizionali del commercio al dettaglio. Si conferma, a distanza di 30 anni, l'enciclopedia dei lavori: nuove occupazioni "povere", meno operai semiqualificati, ancora tanti impiegati affiancati, però, da una schiera di collaboratori semiautonomi con la presenza, quasi inedita un tempo, della cooperazione sociale. In generale, le attività di manutenzione e di direzione sembrano prevalere su quelle di produzione, poiché queste hanno sperimentato un tasso superiore di cambiamento tecnico e sono più sensibili a economie di scala. Naturalmente, come negli anni Sessanta, i posti e i ruoli richiamano popolazioni nuove: immigrati, giovani italiani istruiti, pendolari di medio raggio, le "donne globali" descritte dalla Ehrenreich. Il tutto si organizza in quattro o cinque mercati del lavoro poco permeabili e con carriere professionali più incerte (questo è il punto critico nella relazione tra lavoro e coesione sociale). Il fatto che, sia sotto il profilo delle attività sia sotto quello dei modelli organizzativi, si confermi una rilevante permanenza industriale ci conforta perché segnala la capacità di non liquidare frettolosamente punti di forza storici, sebbene desti qualche preoccupazione. Un eventuale eccesso di permanenza industriale potrebbe significare che la metamorfosi in corso è ancora lontana dai suoi esiti migliori e, anzi, rappresenta una rigidità contro le esigenze di duttilità tipiche di un nodo che gioca su più reti. Tornando a considerare Milano nelle reti globali, è spontaneo interrogarsi su un possibile nesso con la qualità complessiva dei lavori. Un nesso che, tuttavia, va indagato prima che proclamato. Partiamo dal fatto che l'area vasta di Milano si presenta con una quota di giovani diplomati decisi a inoltrarsi negli studi e nella formazione superiore più elevata della media nazionale e di qualche punto più avanti rispetto ad altre città del Nord (Genova, Torino). In secondo luogo, è del tutto evidente che il denso pendolarismo quotidiano conduce nella metropoli non solo lavoratori e lavoratrici che non possono permettersi di viverci, ma anche uno stuolo di impiegati a orario rigido che sommano (ovviamente con qualche costo) il vantaggio occupazionale regolare a quello di una buona residenza provinciale. In auto, sui treni e in aereo viaggia un numero consistente di specialisti, per lo più giovani, che provengono dall'esterno della provincia e della regione, in maniera superiore a qualsiasi altra area. Un'indagine accurata sulla qualificazione dei city users, sarebbe di guida nelle scelte strategiche del trasporto, TAV, alta frequenza, Autostrade. Infine, la natura stessa dei settori e delle imprese tipiche di Milano, produce oggi, necessariamente, un livello di competenza diffusa che spinge verso l'alto quasi la metà dei lavoratori, senza bisogno di scomodare le vecchie distinzioni tra lavoro manuale e intellettuale. Questo paesaggio davvero grandioso del lavoro milanese, così innovativo e insieme leggibile in una continuità quasi secolare è, tuttavia, sensibilissimo a qualsiasi variazione della domanda e va sostenuto da un flusso di investimenti davvero considerevole e mai prevedibile. Si nota, infine, un certo sensibile declino di grandi istituzioni e associazioni che avevano assicurato un tono di civiltà complessiva all'operosità milanese, che avevano, anche attraverso il conflitto, instaurato regole di convivenza e di sostanziale cooperazione. Per concludere elencherei alcuni dilemmi o questioni aperte:

- l'attrattività verso risorse umane giovani e di qualità (ben oltre i confini nazionali) non sembra ancora al livello richiesto;

- la crescita di lavori poveri (senza rete protettiva sufficiente) sommata alla fatica di lavoratori di medio livello nel sostenere i costi metropolitani, rischia di sospingere lontano presenze famigliari e umane (spesso giovani), alterando gravemente la conformazione socio demografica del tessuto urbano;

- i flussi disordinati e veloci che contraddistinguono alcuni settori di lavoro flessibile possono provocare sofferenze e sprechi ingenti di capitale umano;

-non è facile attrezzare i giovani di ogni ceto a superare l'incombente provincialismo, sempre pericoloso ma, nel caso milanese, rischiosissimo a causa delle relazioni di rete.

Qui, più che altrove, una dotazione di cultura generale risulta vitale e non può essere richiesta esclusivamente alla scuola. Al di là di ogni considerazione, sconsiglierei di credere con troppa ingenuità che lo sviluppo continuo e sostenuto possa mettere al riparo da vaste problematiche di esclusione sociale. Il mondo e la storia moderna (dalla Londra ottocentesca alle metropoli orientali odierne) sono pieni di casi in cui sviluppo e degrado sociale convivono a lungo. Ma questo è un modello che Milano, con la sua vicenda di coesione civile, difficilmente potrà permettere.