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di Paolo Barbieri
Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca

I processi di istruzione e di formazione professionale dei laureati italiani, nell'analisi dei dati del Rapporto ISTUD

L'indagine è stata realizzata attraverso la rielaborazione e la lettura incrociata dei dati disponibili provenienti da fonti istituzionali (ISTAT, OECD, ILFI, ecc.). L'analisi dei dati micro ha consentito di analizzare in dettaglio sia gli esiti sul mercato del lavoro dei laureati, che il processo longitudinale di transizione scuola-lavoro e quindi di inserimento nel mercato del lavoro lombardo.
In particolare, l'utilizzo di particolari metodologie di analisi delle transizioni ha consentito di seguire nel tempo i soggetti e di verificare le conseguenze di quelle che sempre più stanno divenendo le modalità prevalenti di accesso al mercato del lavoro per i giovani: stiamo parlando delle c.d. nuove forme di impiego a protezione parziale, i c.d. nuovi lavori 'atipici'.

L'analisi dei dati ISTAT
Per quanto concerne l'analisi degli esiti occupazionali dei laureati italiani (analisi effettuata rielaborando dati di survey Istat) un primo dato da tenere come sfondo al nostro ragionamento è il complessivo 'sottoinvestimento' che caratterizza il settore dell'istruzione in Italia rispetto ai Paesi OECD: nel nostro Paese la spesa per l'istruzione pubblica e privata è pari al 4,8% del PIL, contro il 5,8% della media OECD. Il dato si traduce in uno svantaggio dell'Italia rispetto agli altri Paesi per quanto riguarda la diffusione dei diplomi di istruzione secondaria (55% contro una media del 72%) e dei diplomi di laurea (9% contro 16%).
Quest'ultimo dato, in particolare, non è dovuto a un limitato accesso al sistema universitario (che è in linea con gli altri Paesi) ma alla 'scarsa produttività' del sistema stesso e agli elevati tassi di disoccupazione intellettuale, che favoriscono permanenze prolungate all'interno delle carriere studentesche. Inoltre, il carattere di disoccupazione 'da inserimento', specifico del modello italiano, colpisce i giovani, che faticano ad accedere al mercato del lavoro.
I dati delle indagini ISTAT sull'istruzione ci restituiscono un quadro dei percorsi universitari all'interno del quale i gruppi disciplinari più 'gettonati' risultano essere quello giuridico e quello economico-statistico, seguiti dai gruppi delle scienze ingegneristiche, politico-sociali e umanistico-letterarie. L'analisi dei dati degli ultimi anni evidenzia un dato positivo, relativo al netto aumento di 'produttività' delle lauree economico-statistiche e crescite significative anche per le discipline giuridiche, ingegneristiche, umanistiche e politico-sociali.
La 'performance produttiva' (percentuale dei laureati annui sul totale degli iscritti) premia soprattutto le facoltà scientifiche e le discipline economico-statistiche, anche se va sottolineato come tutti i gruppi scientifici abbiano registrato tassi di laureati più sostenuti rispetto ai restanti gruppi disciplinari ' cioè capacità di portare alla laurea e quindi al mercato del lavoro un numero maggiore di giovani. In questa 'classifica' Medicina svetta per la quota più elevata di laureati sugli iscritti, ma, come è noto, si tratta forse della facoltà più 'fidelizzante'.(vedi grafico)
Si nota inoltre come laurearsi fuori corso rappresenti quasi la norma per gli studenti universitari italiani (solo Medicina, con un 53% di laureati fuori corso, riesce a contenere lo 'sforamento' degli anni di studio previsti): non si tratta, dunque, di problematiche connesse al tipo di materie ed alla difficoltà del corso di laurea: sembra invece che il fatto di prolungare il periodo di studi universitari rappresenti un costume diffuso e probabilmente socialmente considerato 'normale'.(vedi grafico)
Per quanto riguarda l'accesso al mercato del lavoro dei laureati, si osserva come le facoltà che hanno tassi di occupabilità dei propri laureati più elevati, sono costituite dalle facoltà tecnico-scientifiche (Ingegneria, Architettura, Chimica e farmaceutica, Economia e statistica), sostanzialmente le stesse facoltà che si erano mostrate anche più 'efficienti' dal punto di vista della 'produzione di laureati'.
Ma che accade dei nostri laureati, una volta lasciato il sistema educativo? Qual è il tipo di occupazione cui accedono? Quali le sue caratteristiche, ed in particolare, quanto l'occupazione che i giovani trovano è effettivamente 'quella per cui hanno studiato', quella cioè che consentirà loro di mettere a frutto il capitale umano accumulato in anni di investimenti?
Fra quanti, una volta laureatisi, hanno avuto accesso ad un impiego regolare e continuativo, si distinguono tre gruppi:
' un primo cluster costituito da quei gruppi disciplinari (gruppi medico, chimico-farmaceutico, ingegneria, architettura, agrario, giuridico, geo-biologico, psicologico) i cui laureati dichiarano che la posizione occupazionale che sono andati a ricoprire una volta esaurito il ciclo di studi universitari, corrisponde al livello di capitale umano posseduto;
' un secondo cluster (gruppi scientifico ed economico-statistico), minoritario dal punto di vista delle discipline coinvolte, che potremmo definire di 'incerti' in quanto il livello di insoddisfazione dei giovani circa l'utilizzo del capitale umano nel lavoro è di poco superiore al livello medio complessivo;
' infine, un terzo cluster (gruppi politico-sociale, letterario, linguistico, insegnamento) di 'insoddisfatti', cioè di individui che hanno dichiarato di svolgere un lavoro per il quale il capitale umano di cui sono entrati in possesso nel corso degli studi universitari è ridondante, superfluo. È questo il gruppo di coloro che si sono dichiarati 'sovra-qualificati' per il lavoro che sono andati a svolgere, il quale ' a loro giudizio ' necessita un livello di qualificazione inferiore a quello da loro posseduto.
È importante sottolineare l'omogeneità culturale dei gruppi disciplinari coinvolti nel cluster degli 'insoddisfatti': si tratta soprattutto dei laureati nelle scienze umanistiche, un settore in cui evidentemente formazione impartita e richieste del mercato del lavoro non hanno ancora raggiunto un matching ottimale.

Il processo di inserimento nel mondo del lavoro dei laureati italiani
Sin qui i risultati ottenibili analizzando i dati Istat. Una seconda base dati utilizzata ha permesso di seguire il processo di inserimento al lavoro dei laureati e di 'accompagnarli', per così dire, nei primi anni di lavoro. In questo modo, la ricerca ha affrontato direttamente la questione dei rendimenti dei titoli di studio anche rispetto ai percorsi individuali di costruzione di una personale carriera lavorativa.
Come ormai sappiamo bene, gran parte dei 'nuovi ingressi' nel mercato del lavoro sono caratterizzati da posizioni lavorative 'atipiche' o variamente 'precarie' e/o a garanzie limitate.
La questione che la ricerca si è posta ha riguardato le conseguenze, sulle carriere individuali e sui processi di formazione professionale dei soggetti, di un eventuale ingresso nel mercato del lavoro in posizione 'precaria' (contratti a termine, atipici, ecc.).
Il fatto innegabile, infatti, dei nuovi strumenti di regolazione degli accessi dei giovani al mercato del lavoro (e tanto più in Lombardia) è che essi hanno indubbiamente ampliato le opportunità d'accesso ad un impiego dei giovani: ma che accade di questi, una volta effettuato il 'primo passo' all'interno del mercato del lavoro?
In termini semplici, il dubbio che per il nostro Paese (e per le sue aree a maggiore densità occupazionale) si pone oggi, riguarda proprio il destino professionale di quei giovani che entrano nel mercato del lavoro in posizioni 'deregolate'. Il nostro Paese si sta forse incamminando sulle stesse orme del modello spagnolo ' tanto decantato quanto vessatorio ed escludente per i giovani, i quali rimangono intrappolati in un circuito di lavori precari/marginali, dequalificati e dequalificanti ' oppure possiamo sperare che la situazione sia migliore?
La ricerca ha puntato a rispondere a questi interrogativi, assolutamente non marginali se si vuole avere una panoramica completa ed esauriente dei nuovi strumenti di regolazione del mercato del lavoro.

Il caso lombardo
Ciò che in questa sede è possibile anticipare (per i risultati completi si rimanda al Rapporto completo, scaricabile dal sito web di Istud) non appare drammatico.
Un ingresso nel mercato del lavoro lombardo (sottolineiamo che si tratta del caso lombardo: gli stessi risultati sono più problematici in altre aree del nostro Paese!) in posizioni 'precarizzate' per quanto concerne la normativa di regolazione dell'impiego, non sembra avere effetti negativi sul proseguimento di carriera dei soggetti: in altri termini, un ingresso nel mercato del lavoro lombardo 'atipico' non sembrerebbe risolversi in uno stigma per i nostri giovani.
Al contrario, la velocità dell'accesso è fondamentale perché ' dato l'elevato turnover che si realizza nel mercato del lavoro lombardo ' accedere al mercato del lavoro è più importante che accedere in una posizione perfettamente adatta al titolo di studio posseduto. Entrare, cominciare a lavorare, darsi da fare immediatamente dopo il conseguimento del titolo di studio è probabilmente visto anche dalle imprese come un segno che il soggetto è attivo, motivato ed intraprendente.
Il dinamismo economico lombardo consentirà infatti comunque ai nostri giovani di recuperare in breve la posizione lavorativa più consona (in termini di status, prestigio sociale, requisiti specifici e di capitale umano) al titolo di studio posseduto.
Insomma, la conclusione analitica della ricerca ' per quanto concerne il mercato del lavoro lombardo ' appare sufficientemente chiara: un ingresso rapido al lavoro è ciò che più conta per le prospettive di sviluppo della carriera individuale, anche se tale ingresso avviene in posizioni 'atipiche' o non completamente confacenti al titolo di studio.
'Lavorare subito', insomma, e tutto il resto consegue.