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di Sergio Billè
Presidente di Confcommercio.
Paolo Grassi, indimenticabile artefice del Piccolo Teatro, diede di Milano la definizione forse più efficace: "è una città che, vivendo e operando sotto la Madonnina, è capace di fare anche dei miracoli. E non solo per modo di dire". Milano e tutta la grande area che la circonda hanno sempre avuto, difatti, rispetto al resto del Paese, almeno tre qualità peculiari: certamente più cultura d'impresa, un maggiore intuito nel prevedere e poi interpretare i processi di sviluppo, ma anche una marcia in più per quanto riguarda qualità delle scelte e tempi di esecuzione dei progetti da realizzare. Non sono mancati momenti assai difficili - e il crollo del mito del grande disegno industriale è certamente uno di questi - ma ogni volta la città ha saputo avere il colpo di reni necessario per poter continuare a guardare avanti e costruire, così, un suo altro e, almeno in parte, diverso futuro. E quale sarà questo futuro è ormai presto detto perché tutto fa pensare che proprio a Milano stia prendendo piede quel progetto di sviluppo che, come in altre parti d'Europa, non potrà che avere il suo volano in una forma di assai stringente e programmata interazione fra tecnologie, mondo dei servizi, sistema finanziario e quel che ancora resta di realmente produttivo sul versante industriale. Certo, per la realizzazione di questo progetto, che rappresenta ormai l'unica carta vincente di un modello di sviluppo che possa essere ancora competitivo in Europa, vi sono problemi endogeni ed esogeni da affrontare e risolvere. I primi sono quelli di un sistema che per troppo tempo si è cullato nell'idea che il nostro vecchio modello industriale potesse resistere ai colpi di una globalizzazione che ormai, sui mercati, avanza a un ritmo che sta diventando quasi ossessivo e non fa più prigionieri. E che, per troppo tempo, ha "lasciato a secco" il grande sistema del terziario di mercato - servizi, commercio, turismo - come se il suo sviluppo e il suo ammodernamento potesse realizzarsi per partenogenesi. È stato questo un errore strategico che oggi il Sistema Paese sta pagando caro. Eppure ci sono dei dati che parlano chiaro: il terziario di mercato è il comparto che più di ogni altro contribuisce - per quasi il 60% - alla creazione del valore aggiunto, l'espansione dell'area dei servizi è ormai un dato acclarato ed irreversibile in tutti i Paesi dell'Eurozona, i 5 milioni di nuovi occupati sono stati assorbiti, in Italia, nell'arco dell'ultimo decennio, solo o in grandissima parte proprio dal terziario di mercato, infine i settori che, all'interno del terziario di mercato, stanno ormai, in Europa, producendo sempre maggiori quote di ricchezza sono quelli della ricerca, dell'informatica e dei servizi a imprese e famiglie. E anche una città come Milano, da sempre pioniera nel campo dell'innovazione, incontra oggi obiettive difficoltà sia nell'amalgamare risorse sia nello sfruttare potenzialità che, per troppo tempo, sono state lasciate ai margini o derubricate perché non considerate essenziali per lo sviluppo. Intendo riferirmi ai ritardi che, in questi anni, si sono purtroppo accumulati, anche in quest'area, in settori come la ricerca, la formazione e i progetti di realizzazione di quelle reti informatiche che sono ormai diventate indispensabili per accrescere la competitività del Sistema. E non sarà ora facile, in pochi anni, recuperare il tempo che è stato perduto. Ma sono i problemi "esogeni" che ci destano maggiore preoccupazione. Parlo delle difficoltà di rapporto che parti attive del sistema economico continuano ad avere con le istituzioni. È evidente, infatti, che un nuovo modello di sviluppo, per avere sufficiente respiro, forza e latitudine, deve poter far leva su un quadro di programmazione economica nazionale che si muova nella stessa logica e che abbia gli stessi obiettivi e le stesse finalità. Questo oggi, purtroppo, non accade e questa sempre più evidente "discrasia" tra bisogni e urgenze del Paese reale e comportamenti delle istituzioni rischia di diventare, oggi, il problema dei problemi. La verità è che oggi - per dare corpo al sogno di una finalmente ritrovata competitività - istituzioni, politica e parti sociali devono cominciare a interagire fra loro in un altro modo, abbandonando schemi di approccio e forme di dialogo che si sono rivelati in gran parte sterili. Governo centrale, Regioni, Comuni, istituzioni importanti, quali le Camere di Commercio, devono trovare il modo di attivare, con il mondo delle imprese, proprio sull'esempio lombardo, forme di dialogo e di intesa diverse e più produttive - per lo sviluppo del sistema - di quelle attuali. Non culliamoci nell'idea che l'Europa, domani o chissà quando, possa risolvere questi nostri problemi. Non li ha risolti fino ad oggi e non potrà, proprio per la latitudine e la complessità dei problemi che oggi ha di fronte, risolverli domani. E Milano, per contrastare l'onda della crisi economica che ha raggiunto ormai quasi tutti i settori del sistema, sta facendo già molto, ma è impensabile che questa città possa fare tutto da sola. Da qui, però, deve partire la scintilla di cui c'è bisogno per cominciare a creare un nuovo corso, una nuova sponda, un nuovo modello di incontro tra istituzioni, parti sociali e componenti attive del Paese. È una grande responsabilità che Milano non può e non deve più delegare a nessuno. Il suo modello formativo può e deve diventare, in qualche modo, il modello formativo di altre aree del Paese. Il suo impegno nelle tecnologie e nei servizi avanzati deve diventare il know how di cui anche altre regioni del Paese possono avvalersi per migliorare il grado della loro competitività. Il suo impegno per un sempre più libero mercato che sia sempre di più alleggerito dai pesi della vetero - burocrazia deve poter diventare un modello anche esportabile altrove. È una sfida che Milano deve raccogliere. E sono sicuro che la raccoglierà. Anche perché non è più possibile che il nostro Paese, in questa affannosa corsa verso una nuova competitività del sistema, si divida tra "isole" - Milano appunto - che, nonostante tutto, riescono ancora a produrre sviluppo, e altre "isole" che non riescono, invece, né a carburare nuovi progetti né a produrre vera innovazione. Questo è il vero problema da risolvere. E se non verrà finalmente risolto, in tempi sufficientemente brevi, crescita, competitività, rilancio non resteranno altro che tanti bei sogni nel cassetto.





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