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di Josè Maria Aznar

Trascrizione dell'intervento al convegno: "Milano per lo sviluppo. Un nodo della rete globale", 21 e 22 febbraio 2005.

Ex Primo Ministro di Spagna; Docente presso l'Università Georgetown.

Il mio intervento verterà sull'economia, ma soprattutto sulla politica. Questo è infatti, a mio avviso, un buon momento per riflettere sul nostro continente e sulla nostra comunità di valori. Sono animato da una profonda convinzione europeista e ho sempre auspicato che l'Europa fosse una grande potenza a livello economico e sociale, un baluardo della massima libertà e l'alleato più fedele di chi condivide con noi gli stessi ideali di libertà: gli Stati Uniti. Sono un fervente credente nell'Europa unita, prospera, capace di difendersi, amica delle democrazie e nemica delle dittature, e per questi stessi motivi di ferme convinzioni atlantiche. Credo di aver lavorato attivamente per l'ideale europeista. Uno dei miei grandi obiettivi come Presidente del Governo, infatti, fu di fare della Spagna uno dei Paesi fondatori dell'Euro. Sono fra coloro che pensano che l'Euro sia probabilmente il più grande passo in avanti compiuto dall'Europa (la maggiore"realizzazione concreta", usando una terminologia di Schuman) nella sua intera storia. La scorsa estate, durante un atto di fondazione che ho presieduto, ho avuto la piacevole opportunità di cenare con Robert Mundell, il Premio Nobel di Economia. Mundell mi disse che nessuno, nell'Unione Europea, avrebbe creduto all'ingresso della Spagna nel'Euro, nel 1996. E aveva ragione. E le ragioni erano un debito pubblico del 7% del PIB, un'inflazione del 5%, un debito pubblico cresciuto di venti punti del PIB in pochi anni, un tasso di interesse a lungo termine del 14%, un tasso di disoccupazione del 24%. Per la Spagna era molto difficile, ma ce l'abbiamo fatta. E ce l'abbiamo fatta perché abbiamo lavorato con leadership, visione politica e convinzione. La scelta di fare riforme economiche e la stabilità finanziaria e politica hanno dato, nel mio Paese, i loro frutti. La Spagna ha soddisfatto i criteri di convergenza e ha fatto il suo ingresso nell'Euro, e ha incoraggiato altri Paesi, come l'Italia e il Portogallo, a seguire lo stesso cammino. Come mi ha spiegato lo stesso Bob Mundell, e condivido la sua opinione, l'Euro non avrebbe dato gli stessi frutti come moneta di otto Paesi anziché 11. Altro esempio di lavoro entusiasta per gli ideali europeisti è che, da cinque anni, ha avuto impulso un'agenda economica di riforme e stabilità per l'Europa. Quest'agenda aveva un obiettivo ambizioso: convertire l'Unione Europea, nel corso di questa prima decade del XXI secolo, nell'economia più competitiva e dinamica del mondo, capace di crescere a ritmi sostenuti, creare posti di lavoro e aumentare la sua coesione sociale. Era un obiettivo nato in un momento di ottimismo. Nel marzo 2000, non dobbiamo dimenticarlo, la percezione dei mercati sulle possibilità dell'economia europea erano favorevoli. Avevamo ottenuto la convergenza nominale, culminata nel maggio 1998 con la decisione di lanciare la terza fase dell'Unione Economica e Monetaria, e avevamo davanti l'introduzione dell'Euro. I problemi di consolidamento fiscale sembravano appartenere al passato. Anche i principali organismi economici predicevano che l'Europa sarebbe stata l'area di maggiore sviluppo nei due anni seguenti, 2001 e 2002. Però, questa speranza generalizzata non poteva nascondere la preoccupazione grave per i problemi di fondo dell'economia europea. Durante gli anni Novanta, gli Stati Uniti crebbero di oltre il 3% tutti gli anni tranne uno. Dall'inizio degli anni Ottanta, il processo di rapida convergenza iniziato nel dopoguerra, si era fermato. Il PIB pro capite europeo si attestò attorno al 70% di quello nordamericano. E nella seconda metà degli anni Novanta questo processo sembrava essersi acutizzato: nel periodo 1995 - 2001, gli Stati Uniti rappresentarono il 60% della crescita dell'economia mentre l'UE, con un'economia di misura più o meno simile, contribuì solo con il 10%. Era fondamentale, comunque, approfittare di questo momento di ottimismo per programmare una riforma del sistema economico europeo. L'Europa doveva assicurare un maggiore sviluppo, senza il quale semplicemente non sarebbe risultato possibile attendere alle alte esigenze sociali e ambientali che i cittadini europei domandano. In questo consiste l'Agenda di Lisbona. Sono passati cinque anni, dobbiamo fare un esercizio di sincerità. L'Europa non è stata capace di affiancarsi agli Stati Uniti come motore dell'economia internazionale. L'economia europea, in termini generali, ha attraversato una fase di grande debolezza. È sicuro che l'economia mondiale abbia subito alcuni shocks, che però non hanno colpito soltanto l'UE; alcuni di questi hanno colpito maggiormente l'economia nordamericana e, senza dubbio, essa ha reagito con forza di fronte a essi. Dal 2000, l'Unione Europea non ha avuto la crescita prevista del 3%. Invece, è cresciuta appena dell'1%, a fronte del ritmo molto superiore degli Stati Uniti. E, cosa maggiormente preoccupante, le proiezioni dicono che questa differenza potrebbe perdurare anche negli anni a venire. In questo momento, in cui i dirigenti europei devono procedere alla revisione dell'Agenda di Lisbona, dovremmo riflettere sul perché l'economia europea, da quasi vent'anni, cresce a un ritmo meno sostenuto dagli USA sia nelle fasi di espansione, sia nelle congiunture più deboli. Alcuni possono vedere in ciò qualcosa di inevitabile, quasi un fenomeno naturale. Può esserci chi pensa che, dopo tutto, non importa se l'Europa continui, in futuro, a crescere meno degli Stati Uniti, per non parlare del confronto con la Cina o l'India; che non vale la pena compiere gli sforzi necessari per approvare le riforme; che non è poi tanto grave che l'Europa continui a essere meno competitiva per le alte tasse, la rigidità dei suoi mercati del lavoro o la frammentazione dei suoi mercati nazionali. Ciò che è peggio, può esserci anche chi si rassegna a questa situazione, incluso chi l'approva. Alcuni possono dire che questo comportamento riflette un "modello europeo alternativo", nel quale il dinamismo economico non è necessario, a patto che le nostre preferenze collettive siano distinte. Ma in molti non siamo d'accordo. Al contrario, pensiamo che le riforme strutturali siano ineludibili, per difficili che siano, e che non dobbiamo rinunciare al fatto che l'economia europea occupi un ruolo di primo piano. L'Europa non può rassegnarsi. Non può conformarsi a essere di nuovo, nei prossimi dieci o quindici anni, l'area dell'OCDE con i minori tassi di sviluppo. Questo, aggiunto alla preoccupante situazione demografica, ci collocherebbe in una situazione di crescente irrilevanza sulla scena internazionale. Non è un panorama piacevole, però, se non faremo niente, è una prospettiva probabile. Nei prossimi dieci anni il centro commerciale del mondo potrebbe spostarsi definitivamente al Pacifico. Questo è un aspetto positivo, se indica che le grandi Nazioni dell'Asia hanno raggiunto un livello più alto di sviluppo; però, non lo sarebbe se indicasse che l'Europa non è stata capace di sfruttare tutte le sue opportunità. Stati Uniti e Unione Europea sono, oggi, le aree economicamente e tecnologicamente più sviluppate del mondo. Le barriere che sussistono non sono più quelle tradizionali, ma si tratta di ostacoli di natura "regolatoria". Questo è evidente in settori come i servizi finanziari, i trasporti aerei e i servizi della società dell'informazione. Eliminare questi ostacoli non sarebbe bene solo per gli imprenditori di entrambi i lati dell'Atlantico, ma anche, e forse in misura maggiore, per i Paesi emergenti. Per questo, insieme ad altre persone del mondo accademico europeo e nordamericano, ho proposto la creazione di un'Area Economica Atlantica per il 2010, che a mio giudizio non solo sarà compatibile con l'ordine multilaterale, ma sarà anche un complemento essenziale per un commercio internazionale più aperto. I problemi dell'Europa non finiscono nel suo difetto di flessibilità nell'adattare le sue capacità produttive e la sua economia, progressivamente invecchiata a causa della mancata adozione delle riforme necessarie. Infatti, molti dei mali economici dell'Europa hanno a che vedere con decisioni politiche equivocate e non solo su come migliorare la sua competitività, ma anche sul ruolo che l'Europa intende avere nel mondo. Durante gli anni che ho passato al governo della Spagna, ho potuto provare in prima persona la fondamentale differenza che esiste tra le due forme essenziali di intendere l'Europa. C'è chi crede in un'Europa più isolata, continentale, un'Europa relativamente chiusa in se stessa, un'Europa la cui missione essenziale nel mondo fosse di costituirsi come contropotere del Nord America. Di contro, c'è chi crede in una Europa Atlantica, aperta alla globalizzazione politica strategica, alleata degli Stati Uniti, con i quali non solo formiamo parte di una stessa comunità di valori, ma con i quali dobbiamo formare una comunità di azione per far fronte ai problemi globali, dal terrorismo alla proliferazione dei sistemi di distruzione di massa, dall'estensione della democrazia nel Medio Oriente alla lotta contro la povertà. Generalmente si incolpa la guerra in Irak per questa spaccatura, ma le divergenze sulle finalità dell'Europa risalgono a molto prima. L'Irak è solo servito come rivelatore, dando una foto di dove si situasse ciascuno. Da un lato Francia e Germania, dall'altro le 18 Nazioni che antepongono l'atlantismo alle altre considerazioni. Io sono un atlantista convinto. Non c'è alcun segreto, per me è impossibile spiegare la storia del mio Paese senza tenere in considerazione la sua versante atlantica e americana; e per me è impensabile concepire l'Europa dimenticando la dimensione atlantica. E altrettanto non posso concepirla senza la sua dimensione cristiana. Ma sono anche fermamente convinto che senza l'America, l'Europa non solo sarebbe impensabile, ma sarebbe proprio impossibile. Non possiamo né competere politicamente o militarmente con gli Stati Uniti né possiamo soppiantarli né, ancora peggio, possiamo garantire la nostra stessa sicurezza senza di loro. E soprattutto sono atlantista non per una questione di necessità. Credo che solo uniti, americani ed europei, possiamo indirizzare sostanzialmente, nel verso giusto, un mondo che è diventato turbolento. Spero che il Presidente Bush, nella sua visita in Europa, trovi un'attitudine costruttiva e di collaborazione. I magnifici risultati delle elezioni in Irak danno forza all'idea del Presidente Bush di estendere la democrazia nel mondo e di lottare contro la tirannia. L'America si è convertita in una forza che facilita gli scambi e mi auguro che i leader europei lo facciano a loro volta. Se vogliamo salvare la relazione transatlantica, dobbiamo capire due concetti paralleli. L'undici settembre ha cambiato il modo in cui gli americani guardano il mondo e, allo stesso tempo, l'undici settembre ho cambiato anche il modo in cui gli europei percepiscono gli Stati Uniti. Credo che il Presidente degli Stati Uniti e i leader europei debbano collaborare più strettamente riguardo agli obiettivi che devono essere comuni. Credo che, al giorno d'oggi, nessuno abbia una soluzione magica. Credo, però, che molti abbiano il potere di peggiorare le cose, il potere che io chiamo delle "idee equivocate". Sono d'accordo con coloro che lottano per rinforzare il vincolo atlantico e penso che coloro che vogliono minare un'altra volta questa possibilità stiano sbagliando. Sono d'accordo con coloro che aspirano a creare un'Europa più forte, un'Europa Atlantica, però non concordo con chi vuole che l'Europa diventi un contrappeso dell'America. Sono d'accordo con chi crede fermamente nell'universalità dei valori occidentali e nel diritto a sfruttarli da parte di tutti. Per questo motivo, coloro che hanno pochi valori o che difendono posizioni disfattiste stanno sbagliando. Sono d'accordo con chi desidera che il popolo iracheno sia libero e prospero e credo che chi vorrebbe vedere sconfitti e umiliati gli americani stia sbagliando. Sono d'accordo con chi lotta attivamente contro il terrorismo, aiutando i propri alleati ed essendo solidale quando ne hanno bisogno. Credo che chi è a favore della pacificazione o della resa sia in grave errore. Mi sento vicino a chi affronta con coraggio i problemi e lotta con tutte le proprie forze per trovare delle soluzioni. Però, coloro che tralasciano i problemi, giustificandosi dicendo che non hanno soluzioni, non seguono il buon cammino. Alcuni mesi prima che avesse inizio l'intervento militare in Irak, un giornalista mi chiese se pensassi di appoggiare la politica del Presidente Bush per abbattere Saddam Hussein. Io risposi: "Se mi sta chiedendo di scegliere tra il Presidente Bush e Saddam Hussein, ho le idee molto chiare. Scelgo senza dubbio alcuno il Presidente Bush". Feci la medesima cosa con Clinton nel 1998. E la mia decisione non si basò su argomenti di parte nè su sentimenti personali. Fu una scelta razionale tra libertà e tirannia, tra giustizia e ingiustizia, tra dignità ed egoismo, tra sicurezza e vulnerabilità. Quando l'America e l'Europa sono state alleate, il mondo ne ha sempre tratto giovamento. Al contrario, quando hanno preso vie distinte, ne abbiamo sofferto tutti. Per questo continuerò a difendere l'Europa affinché assuma il suo ruolo imprescindibile nella comunità atlantica.