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di Angelo Provasoli

Rettore Università Bocconi, Milano.

Fra i vari aspetti che assume la mobilità delle risorse umane vorrei sottolinearne uno, che concerne da vicino il mio attuale lavoro di rettore di università. È l'aspetto della mobilità dei cosiddetti "cervelli", vasta categoria di cui fanno parte ricercatori e docenti universitari, diventata un benchmark di largo utilizzo per valutare attrattività e potenziale di sviluppo di territori, aree urbane, università. D'accordo con le tesi di Piero Bassetti: non si risolve il brain drain e tantomeno lo si rovescia in brain gain con provvedimenti tampone. Nella società e nell'economia "della conoscenza" esso è uno degli aspetti più cruciali della competizione fra sistemi e aree economiche. Certamente un aspetto importante del problema è il differenziale dei livelli retributivi per gli addetti alla ricerca, riscontrabile fra l'Italia e i Paesi più avanzati. Tuttavia, non è l'unico aspetto né, forse, il più importante. Il ricercatore, infatti, per essere motivato e quindi produttivo, ha bisogno di un contesto favorevole, oltre che di una equa remunerazione: attrezzature e risorse per studiare, un ambiente sociale inclusivo e gratificante, un gruppo di pari stimolante, non autoreferenziale, non chiuso in conventicole a difesa di privilegi. Sarebbe azzardato sostenere che tutto ciò viene attualmente offerto (tranne rare quanto lodevoli eccezioni) dal sistema italiano. E, a ulteriore supporto di questa tesi - cioè che l'attrattività deriva da un complesso di fattori sociali e culturali, non solo salariali - c'è l'esempio di Paesi come India e Cina, che da qualche tempo registrano anche flussi di ritorno dei loro ricercatori dagli Usa e dall'Europa, nonostante stipendi assai inferiori. La soluzione da perseguire - per passare a una situazione virtuosa di brain gain - dipende dalla capacità di creare le condizioni favorevoli alla permanenza - o addirittura al richiamo - di risorse umane a elevata qualificazione nel nostro Paese. All'esistenza o meno di tali condizioni concorrono molti fattori, alcuni di essi attengono alle decisioni politiche, altri riguardano il modello di specializzazione del Paese; altri sono di ordine sociale e culturale. Essi, dunque, implicano in alcuni casi cambiamenti molto importanti, non realizzabili a breve. Ma certamente uno dei fattori più importanti è costituito dalla qualità del sistema universitario, dalle sua modalità di funzionamento, dalle sue relazioni con l'ambiente sociale ed economico. Soprattutto in Italia, infatti, il sistema universitario sembra essere una variabile indipendente - o minimamente dipendente - sia dalle decisioni politiche, sia dal contesto generale. Lo si può vedere chiaramente, da ultimo, nel modo in cui il sistema reagisce all'introduzione degli elementi di cambiamento portati dalle riforme che si sono susseguite negli anni, e oggi a opera del Bologna Process. Dalle università si sono levate poche e isolate voci per denunciare le modalità feudali dei concorsi, l'asservimento delle proposte formative alle convenienze contingenti di gruppi o di singoli, l'assenza di criteri meritocratici nella selezione e nelle carriere, le vaste aree di parassitismo improduttivo, l'equivoco di criteri di valutazione fondati su indicatori quantitativi che non riescono a registrare la reale qualità del servizio reso alla collettività da un'università e via dicendo.

La riforma universitaria: punti di forza ed elementi dimenticati

Sembra che si ritenga naturale e possibile perseguire gli ambiziosi obiettivi dichiarati dai firmatari dei vari memorandum del Bologna Process senza cambiare in modo significativo le modalità di funzionamento del sistema. Ma, soprattutto, è sintomatico come sia passata sotto silenzio e praticamente obliterata dalle coscienze quella che poteva essere una fra le innovazioni più importanti della riforma, cioè la previsione di un percorso professionalizzante, votato a un immediato sbocco nel mondo del lavoro dopo i primi 3 anni, accanto a quello "metodologico" destinato a portare al biennio - già "specialistico" e oggi "magistrale". Un triennio a forte caratterizzazione professionale potrebbe elevare la qualità delle risorse più richieste nel mondo del lavoro per ruoli intermedi, laddove non è più sufficiente la preparazione fornita dalla scuola secondaria e non ancora necessaria una approfondita preparazione accademica. Potrebbe offrire un importante strumento di crescita anche qualitativa alle necessità del sistema di imprese italiano, caratterizzato dall'azienda piccola e media, che spesso non riesce a trovare le figure professionali adatte ai propri bisogni e alle proprie dimensioni. Potrebbe fornire la base di partenza a un processo virtuoso di formazione continua, essenziale in tempi di rapidissima obsolescenza del sapere tecnico-scientifico.

La riforma: problematiche organizzative e gestionali

È chiaro che, per la maggior parte delle nostre università, ri-articolare l'offerta formativa in questa direzione significherebbe dover pianificare e realizzare rilevanti cambiamenti. Infatti, non tutti i corsi di studio si presterebbero nello stesso modo a individuare percorsi professionalizzanti credibilmente collegati a sbocchi professionali reali. Molte università, composte da numerose facoltà con caratteristiche e vocazioni diverse, dovrebbero ammettere una pluralità organizzativa che renderebbe assai più complessa e faticosa la loro gestione. In secondo luogo, le facoltà che volessero realizzare anche trienni professionalizzanti dovrebbero cominciare col progettare specifici percorsi formativi, non semplicemente sulla base di una replica del sistema di distribuzione regolato dagli accordi di potere fra baronie e istituti, ma viceversa coniugando ai saperi accademici "l'ascolto" delle voci delle aziende e delle professioni. Poi, esse dovrebbero organizzare e gestire questi percorsi formativi specifici, che non sarebbero "gli stessi corsi" di prima meno qualcosa, ma dei corsi nuovi e "diversi". Perciò dovrebbero affrontare sicuramente più elevate complessità organizzative e gestionali e forse maggiori costi. Né sarebbe semplice far accettare alla categoria dei docenti universitari il concetto che insegnare in un corso professionalizzante non sarebbe un declassamento, la formalizzazione di ruoli di serie A e B. Impresa difficile in una categoria che ha storicamente la struttura gerarchico-egualitaria della Chiesa, dove ogni seminarista può legittimamente aspirare a diventare Papa.

Gli stimoli al cambiamento per le università

Quante sono le università disponibili a fare questo passaggio? Sarebbe meglio chiedere: perché dovrebbero farlo? Affrontare tutti questi problemi, conflitti, costi, in vista di quali vantaggi? Dal lato dell'offerta, infatti - cioè dal lato del sistema universitario e delle scelte politiche - non si vede, per ora, nessun incentivo. Potrebbero esserci incentivi provenienti dal lato della domanda, cioè dagli studenti e famiglie, da un lato e dal mondo del lavoro, dall'altro. Da questa parte, tuttavia, ci imbattiamo in una caratteristica tipica di questo mercato (quello della formazione superiore) cioè in una situazione di fortissima asimmetria informativa. Da ciò dipendono scelte spesso irrazionali. È noto il paradosso delle facoltà scientifiche abbandonate dagli studenti e dei corsi di scienze della comunicazione superaffollati da migliaia di futuri disoccupati o sotto-occupati - la valutazione è dei colleghi di quelle medesime facoltà. Inoltre, gli studenti sono ancora, nella massa, dei "consumatori passivi": si limitano a scegliere dallo scaffale del supermarket universitario il prodotto che gli piace di più - o che gli spiace di meno - ma non pensano ancora che potrebbero "chiedere" qualcosa di diverso, adatto ai loro bisogni (quando cominceranno a farlo avremo seri problemi). Il mondo del lavoro, d'altra parte, è in una posizione attendista. Da ricerche che la Bocconi ha svolto in proposito, emerge un atteggiamento un po' scettico, wait and see. Le aziende, oggi, non hanno per nulla chiaro che tipo di laureato (triennale, magistrale) verrà fuori dalla riforma dell'università. E lasciamo pure da parte il mantra dei corsi professionalizzanti. Le aziende saranno disposte a riconoscere un plus a chi studia 5 anni rispetto ai "vecchi" laureati dei corsi di 4 anni? Oppure preferiranno ripiegare sulla più confortevole, nonchè finanziariamente conveniente, equazione "3+2 = 4" e non cambiare una virgola delle politiche di assunzione? E, in tal caso, quali saranno le prospettive di laureati triennali? Non abbiamo risposte basate su dati attendibili, ancora soltanto segnali deboli e sensazioni; ma la scelta dei riformatori di equiparare - nel perdurante e anacronistico sistema di riconoscimenti legali - la vecchia laurea alla nuova "magistrale" appoggia l'equazione "3+2=5" e non è, da questo punto di vista, un buon segnale al mercato.

Il sistema accademico milanese, tra eccellenze e performance insufficienti

Abbiamo, dunque, un sistema formativo che nel suo complesso sembra muoversi con un passo inadeguato rispetto alla velocità dei cambiamenti del contesto. Però, all'interno del sistema, emergono realtà che sono più dinamiche. Milano è certamente fortunata, potendo contare su 10 università, pubbliche e private, che possiedono, singolarmente considerate, alcune situazioni di eccellenza, riconosciute anche internazionalmente. Ma se le consideriamo come sistema, dobbiamo riconoscere che la loro performance collettiva è assai al di sotto non solo delle necessità, ma anche delle potenzialità. Potremmo fare molto di più. Una delle cause è da ravvisare nella scarsa capacità, da parte del contesto ambientale, di integrare le scelte di governo territoriale e le scelte necessarie per assicurare le "normali" condizioni di crescita e di lavoro delle proprie università. In questo modo viene grandemente limitato il potenziale contributo alla mobilità di risorse umane pregiate e conseguentemente allo sviluppo della città.

La Bocconi, fattore di brain gain

Vorrei portare il caso della Bocconi: di per sé non può considerarsi una istituzione "mobile", ma sicuramente un importante fattore di mobilità intellettuale. Ogni anno si iscrivono circa 2.800 nuovi studenti. Essi provengono per il 75% da province diverse da Milano, per oltre il 60% da regioni diverse dalla Lombardia, per il 10% circa da Paesi diversi dall'Italia. Una distribuzione simile riguarda gli oltre 1000 iscritti a master di primo livello, corsi di perfezionamento e dottorati. I master in business administration della Bocconi richiamano a Milano oltre 500 partecipanti ogni anno, oltre due terzi di essi dall'estero - da oltre 60 Paesi. Si tratta dei futuri membri di una categoria ad alta mobilità professionale, sociale e territoriale.La business school della Bocconi, la SDA, ogni anno è frequentata da circa 18.000 manager, per oltre il 60% provenienti da regioni diverse dalla Lombardia, che seguono corsi di durata variabile. Vi è anche un significativo flusso positivo di "cervelli" che vengono richiamati a Milano da università di tutto il mondo per fare ricerca e docenza. I ricercatori stranieri in Bocconi attualmente sono oltre 130 ed è previsto un forte aumento nei prossimi anni.L'aumento dell'internazionalità della faculty è, infatti, condizione per richiamare un numero ancora maggiore di studenti stranieri nella nostra università.Un altro aspetto che vede la Bocconi fattore di brain gain è la scelta dei laureati di restare a lavorare nell'area milanese: si tratta di oltre il 75% dei laureati totali, quindi, oltre ai lombardi, oltre la metà dei non lombardi.La nostra università è fortemente impegnata in obiettivi di sempre maggiore internazionalizzazione, obiettivi che intende estendere nei prossimi anni. L'internazionalizzazione presuppone flussi in entrata e/o in uscita. Altre università europee perseguono un modello di internazionalizzazione push, costituendo sedi in altri Paesi. Per adesso riteniamo che la scelta migliore, che valorizza meglio le nostre risorse e che si combina più proficuamente col modello di sviluppo italiano, sia la modalità pull: rendere la nostra realtà attrattiva per recuperare e trattenere le risorse pregiate che possono aumentare la nostra capacità competitiva.

Gli ostacoli allo sviluppo della mobilità intellettuale

Ma il perseguimento di questi obiettivi, i nostri come quelli delle altre università milanesi, è reso difficile a opera di vincoli esterni, vere e proprie strozzature, che possono rendere vana qualunque ipotesi di sviluppo. L'insufficiente capacità di accoglienza della città è il primo e maggiore ostacolo per uno studente italiano o straniero che voglia studiare a Milano. Le università italiane non dispongono degli endowments di quelle anglosassoni, né del supporto pubblico di quelle tedesche o francesi, che consentono di disporre di strutture adeguate ad accogliere studenti e docenti provenienti da fuori.Il mercato immobiliare milanese è impraticabile per le normali famiglie con uno/due redditi, gli studenti pagano per un letto in camere multiposto più di quanto uno studente spende, nella pregevole città universitaria di Wurzburg, per un intero appartamento. Le università non dovrebbero essere distratte dal loro mestiere - ricercare e insegnare - per fare le immobiliari. La Bocconi ha compiuto sforzi straordinari per offrire oltre 1000 posti in proprie strutture, ma riesce a soddisfare solo la metà delle richieste.Un secondo aspetto del problema è quello degli incentivi atti a richiamare studenti eccellenti nelle nostre università, non solo dal resto d'Italia ma dagli altri Paesi del mondo, un passaggio obbligato se non vogliamo restare fuori dai segmenti più alti della formazione - lauree di secondo livello, master, dottorati/Ph.D.. La competizione si gioca, a livello internazionale, non solo sulla qualità dell'offerta scientifica e didattica, ma anche sulla disponibilità di supporti finanziari: borse di studio, prestiti d'onore, ecc. Il nostro sistema nazionale ha predisposto dei meccanismi, attraverso gli ISU ecc., per realizzare il diritto allo studio degli studenti italiani.Occorre chiedersi se non sia necessario inventare qualcosa in più, se siamo tutti d'accordo che attrarre studenti di elevata qualità sia un obiettivo "strategico" per la città. Non possiamo pensare di specializzarci in studenti "di alta qualità e di alto reddito".La mobilità, infine, ha aspetti banalmente logistici, punto dolente di tutti coloro che "devono" muoversi nella nostra area urbana estesa, congestionata e con infrastrutture insufficienti. Lo sanno molto bene gli studenti "pendolari", i docenti che tengono corsi in università diverse e distanti, le migliaia di manager e quadri che vanno e vengono dalle sedi della SDA sostenendo immani costi di tempo perso nei trasferimenti.Ho conservato due ritagli di stampa, curiosamente apparsi sullo stesso numero del Sole 24Ore di alcuni giorni fa1. Il primo dice: "Raddoppiati i manager italiani all'estero: in tre anni sono aumentati del 90% i dirigenti made in Italy". Il secondo: "Lavoro lontano? Meglio la cassa integrazione": il caso di alcuni lavoratori della Val Seriana, provincia di Bergamo, che rinunciano a un impiego stabile per non dover percorrere ogni giorno 13 chilometri di una statale fra le più intasate e lente del mondo.Potrebbero essere la sintesi di questo intervento.

Note

1. 14 febbraio 2005.