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di Mauro Ceruti

Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università degli Studi, Bergamo.

Il paesaggio urbano della Milano del prossimo decennio sarà segnato dalla fioritura di "grandi progetti" che trasformeranno funzioni, accessibilità, valori estetici e scenari culturali e sociali di vaste aree, oggi in gran parte marginali. Questa fioritura, insieme alla permanenza di una notevole disponibilità di aree, ancora destinabili alla riqualificazione e al riuso, può costituire una condizione in grado di favorire la trasformazione di Milano in un laboratorio per arrestare il declino e per reinventare la missione dei centri urbani, in accordo con quanto sta avvenendo in molte metropoli europee, dalla "riconquista del mare" di Barcellona alle "birrerie della cultura" di Berlino. Ma questa trasformazione potrà avere luogo solo a patto di tenere ben presenti alcuni obiettivi strategici. In primo luogo, Milano deve comprendere di essere dinanzi a un'occasione irripetibile per rompere con la sua tradizione di "capitale morale", che poi significa soprattutto "capitale subordinata", "capitale a metà" o "capitale mancata". Oggi esiste la possibilità di infrangere la falsa alternativa fra la costruzione di un tessuto urbano intessuto di valori simbolici, che esprime un'autorità che va dall'alto verso il basso e dal centro verso la periferia (e, in quanto tale, proprio soprattutto delle capitali nazionali della storia europea moderna) e un tessuto urbano che sottovaluta o addirittura marginalizza i valori simbolici per privilegiare l'efficienza funzionale, il pragmatismo, i valori del breve termine. Oggi Milano, invece, può e deve esprimere un nuovo valore simbolico: quello delle città che si trasformano da "centri" in "nodi", che invece di esercitare un controllo monodirezionale su un territorio unico e continuo, sono sedi di relazioni multiformi entro territori molteplici e discontinui. Tuttavia, è impossibile che una città sappia esercitare questa funzione di "nodo di una rete" al suo esterno se non si concepisce anche come "rete fitta di nodi" al suo interno, se rimane prigioniera di dinamiche monocentriche, di confini rigidi, di ostacoli all'accessibilità reciproca di luoghi, di individui e di gruppi. A questo proposito, il decennio che ci attende, con la realizzazione dei "grandi progetti" situati in aree strategiche del tessuto urbano, sarà decisivo. I "grandi progetti" devono essere pensati sin da ora non semplicemente come occasioni per nuovi centri secondari, volti a riequilibrare il monocentrismo originario di Milano, ma come nodi di reti che siano in grado di moltiplicare le interazioni individuali e collettive, fisiche e informatiche. Soprattutto, non bisogna rifuggire dal trarre un bilancio complessivo della storia della modernità urbana, in particolare della sua ultima fase, caratterizzata dalla rapida ascesa e dell'altrettanto rapido fallimento della città modernista "a misura d'auto", con i suoi flussi veloci che comprimono gli spazi fra i luoghi di partenza e i luoghi d'arrivo. Nonostante le buone intenzioni che aveva nei confronti della qualità della vita delle persone, essa si è ritorta come un boomerang contro il suo stesso obiettivo di partenza. Ha rischiato di peggiorare la qualità di vita delle persone impoverendone l'esperienza, l'esposizione alla diversità dei modi di vita e delle culture, la possibilità di incontri casuali e non direzionati. In breve, ha ridotto la creatività complessiva della città e la sua capacità di innovazione. Le ricerche oggi in corso nel campo delle scienze della complessità e delle teorie delle reti ci dicono che la creatività e la capacità di innovazione delle reti, naturali come artificiali, dipendono fortemente dalla quantità e dalla qualità delle interazioni che in esse hanno luogo. Maggiore è il numero delle interazioni e dei tipi di interazioni fra nodi, maggiore è la diversità di questi nodi e maggiore è la probabilità che l'insieme, nel suo complesso, esibisca "proprietà emergenti" nuove e impreviste, non deducibili dalla somma delle parti. È indubbio che approcci di questo genere propongano un serio modello di riflessione per le scienze sociali, per l'urbanistica e per la stessa innovazione. Il problema della qualità e della quantità delle interazioni fra gli individui nella Milano contemporanea si pone con particolare importanza, perché Milano è storicamente stata, e oggi a fortiori vuole diventare sempre più consapevolmente, una "città della conoscenza", "città delle professioni", "città della ricerca". La progettualità urbana deve, quindi, prendere consapevolezza del fatto che oggi operare nell'ambito della conoscenza, delle professioni, della ricerca (e quindi anche nell'ambito dell'innovazione, della formazione, dell'organizzazione) significa tessere una ricca rete di relazioni con altri individui dotati di differenti linguaggi e di differenti punti di vista. E invece, a Milano come altrove, gli esperti e gli specialisti hanno generato una caratteristica autoreferenzialità che è stata importante per definire un'identità di gruppo ma che oggi rischia di produrre un impoverimento degli strumenti per vedere il mondo. Un'inversione di tendenza si impone, necessaria: occorre porsi alcune domande radicali. Nella fase che stiamo vivendo, esiste la possibilità di concepire luoghi di interazione simili all'agorà del mondo antico, alla piazza della città europea storica, al boulevard e al caffè della città europea moderna, quando negli ultimi decenni si è andati nella direzione esattamente opposta? Esiste, soprattutto, la possibilità di ricostruire, a livello di massa, un'accessibilità reciproca fra individui, cose che nel passato era appannaggio di élites abbastanza ristrette (aristocratiche o borghesi che fossero) e di rendere questa accessibilità un diritto e una condizione per una nuova forma di cittadinanza? Per affrontare queste domande è bene tener presente, anzitutto, che nella città contemporanea l'accessibilità fisica e l'accessibilità informatica non sono in concorrenza bensì si rafforzano vicendevolmente. Come mostra il sostanziale fallimento del telelavoro, l'accessibilità informatica non può essere un semplice surrogato dell'accessibilità fisica. La buona accessibilità informatica è, però, una condizione che moltiplica le possibilità di interazione fra i vari luoghi deputati all'accessibilità fisica; naturalmente questa era una prospettiva del tutto estranea alla città storica e moderna. Lo spettro delle diversità che una città come Milano, al pari di tante altre città, deve mettere in connessione è ampio e stratificato: diversità di luoghi (interni alla città, prossimi alla città, lontani dalla città), diversità di culture, di classi, di professioni, di conoscenze, di esperienze. Ma, soprattutto, si tratta di una diversità di individui. Uno degli aspetti più interessanti e controversi degli attuali processi di globalizzazione è il sostanziale mutamento delle identità degli individui, che si svincolano da rigide appartenenze locali e territoriali. L'individuo stesso risulta il nodo di una rete che collega diverse culture e diverse identità; egli ha il compito di mediare, costruendo - nei casi più felici - un'identità multipla ed evolutiva. Mentre in passato la cultura era un attributo che connotava esclusivamente i gruppi, oggi è passata a connotare anche e soprattutto gli individui: nella nostra società ogni individuo è depositario di una cultura più o meno differente da quella degli altri individui. Questo incrementa le difficoltà (come condividere un tessuto comune in questa società delle differenze?), ma offre anche opportunità: l'esperienza di ogni individuo è, in certo senso, un punto di vista unico e originale che può fornire il suo contributo essenziale agli altri individui. È, quindi, opportuno che la progettualità urbana tenga conto dell'importanza di questa transizione che, come dice Ulrich Beck, ha fatto nascere una sociologia degli individui quando in un recente passato era possibile solo una sociologia dei gruppi. La Milano dei "grandi progetti" non può prescindere da queste strategie, da queste domande, da queste consapevolezze.