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di Luca Valli
Direttore C.I.S.E., Azienda Speciale CCIAA di Forlì-Cesena, Fondatore del Network Lavoro Etico

I significativi cambiamenti favoriti dai processi di globalizzazione hanno prodotto nuove dinamiche economiche che richiedono sistemi e modelli di governance.

E' possibile creare le condizioni di sviluppo per un'economia fondata sulla trasparenza e sulla responsabilità sociale? E oggi, nelle strategie di un'impresa possono essere convenientemente inseriti obiettivi e traguardi, dunque investimenti, relativi alla gestione dell'impatto aziendale sulla società? Mentre nel Vecchio continente – ma non solo – il dibattito su questi temi si sta accendendo anche grazie alle problematiche poste dal recente Libro Verde della Commissione Europea sulla responsabilità sociale d'impresa, assistiamo, come per qualsiasi innovazione, a posizioni entusiaste e ad altre di tipo più conservativo. Cerchiamo dunque di capire, da un punto di vista teorico, quale può essere il modello di funzionamento di un vero e proprio ciclo economico della responsabilità sociale e, successivamente, di analizzare quali sono le attuali condizioni al contorno che devono essere governate per rendere tale ciclo effettivamente praticabile secondo una prospettiva imprenditoriale.

Il modello

Da un punto di vista generale il ciclo economico della responsabilità sociale (Fig. A) può essere sintetizzato nelle seguenti fasi:

  1. La spinta iniziale;
  2. L'individuazione degli obiettivi strategici;
  3. La scelta dei riferimenti metodologici;
  4. L'autoanalisi;
  5. L'individuazione delle aree di miglioramento;
  6. La definizione dei piani di miglioramento;
  7. L'allocazione delle risorse sui piani;
  8. La gestione ed il monitoraggio dei piani di miglioramento;
  9. La comunicazione dei risultati ottenuti;
  10. La garanzia di veridicità della comunicazione: i controlli e le verifiche;
  11. L'associazione comunicazione-prodotto: etichette sociali e marchi;
  12. La garanzia della storia dei prodotti: tracciabilità di filiera;
  13. Il monitoraggio anticontraffazione;
  14. La scelta del consumatore all'atto dell'acquisto;

1. La spinta iniziale;
2. …(il ciclo si ripete) …

Senza in questa sede entrare nel merito di ciascuna fase del ciclo, possono essere discusse due osservazioni di una certa rilevanza.

Volontarietà e circolarità del ciclo

Per come è stato illustrato, l'intero ciclo appare avviato dalla scelta iniziale, effettua da parte del top-management dell'organizzazione, di intraprendere una strategia ed un percorso fondati su principi di responsabilità sociale. Ma è giusto parlare di scelta? O sarebbe forse più opportuno, vista l'importanza dei principi in questione, impostare un ciclo fondato sulla prescrizione o sulla cogenza? Sappiamo che ad oggi vi sono interpreti sia dell'uno che dell'altro modo di pensiero; tuttavia, in un'analisi di tipo economico come quella che stiamo sviluppando, appare assai più significativo il caso di una spinta iniziale basata su dinamiche competitive legate alla generazione di valore – il quale costituisce, oltre che uno stimolo iniziale, anche un potente motore in grado di rendere sostenibile la reiterazione del ciclo e dunque la praticabilità di continue azioni di miglioramento – piuttosto che su adempimenti di tipo legislativo che per l'economia costituiscono piuttosto dei meri vincoli: banalizzando un po', ma penso rendendo bene l'idea, potremmo coniare lo slogan "benzina impiegata per provocare spostamenti nella direzione voluta piuttosto che freni o divieti di accesso". Ma qual è la benzina che sosterrebbe il funzionamento del ciclo appena delineato e perché la classe imprenditoriale dovrebbe essere volontariamente disposta a pagarne il prezzo? La dinamica teorica del ciclo fornisce una possibile risposta: nella misura in cui il ciclo si realizza in modo completo, il risultato dello stesso è rappresentato proprio dal valore aggiuntivo – riconosciuto dal cliente al momento dell'acquisto – del prodotto proveniente da filiere di organizzazioni che hanno impostato una governance dell'impatto sociale della propria attività; questo valore aggiunto è ciò che può sostenere la ripetizione del ciclo; ed il suo output rappresenta quindi anche l'input in grado di autoalimentarlo. Altre possibili risposte – che per quanto potenzialmente significative rivestono a mio avviso una minore importanza da un punto di vista di dinamica economica – possono risiedere in fattori quali:

  • tutela della propria immagine e del proprio brand sui mercati internazionali,
  • valutazione dei benefici derivanti dall'essere, in quanto impresa riconosciuta come rispettosa dei diritti dell'uomo e dei lavoratori, maggiormente attraente per le migliori professionalità (e sappiamo quanto oggi il fattore qualità delle risorse umane sia di fondamentale importanza nella competizione fra imprese).

Portata del ciclo

Da quanto sopra esposto risulta evidente che dall'efficacia del ciclo dipende la sua possibilità di reiterarsi. Per comprenderne bene la dinamica possiamo immaginarlo come un impianto molto semplice di forma circolare all'interno del quale scorre un fluido e la pompa che fornisce la forza motrice è costituita dalla scelta strategica del top-management aziendale. L'impianto lavora bene solo nel caso in cui tutte le sue sezioni siano di diametro sufficientemente ampio a garantire una significativa portata del fluido. Ritornando al nostro ciclo economico questo significa che la governance della responsabilità sociale non può permettersi di trascurare nessuna fase del ciclo stesso, adottando, per ciascuna di esse, gli strumenti di gestione più opportuni. Si noti che l'osservazione appena effettuata e rappresentata in Fig. B (nella quale il ciclo presenta una strozzatura in corrispondenza della fase dei controlli tale da ridurre quasi a zero la portata finale nonostante il grande impiego di risorse nelle fasi iniziali del ciclo) non è né solo teorica, né casuale. Da un punto di vista qualitativo essa rappresenta in modo fedele ciò a cui, nel mondo, stiamo assistendo: un grande dispendio di energie nella fase di predisposizione di nuovi approcci al tema della responsabilità sociale (con corrispondente sviluppo di contributi scientifici, metodologici, normativi e talvolta anche legislativi) a fronte di una scarsa attenzione alle fasi della comunicazione, dei controlli e delle garanzie. Ciò comporta due gravi rischi che i sistemi di governance della responsabilità sociale d'impresa devono dimostrare di essere in grado di prevenire e gestire: il primo rappresentato dalla proliferazione di standard e riferimenti metodologici che rischia di produrre l'effetto di una scarsa visibilità e chiarezza per tutte le parti interessate, le quali troveranno così sempre meno significativo orientare i loro impegni verso "iniziative nane" e fra di loro in sovrapposizione; il secondo rappresentato dal pericolo che le ingenti risorse destinate alle prime fasi del ciclo non producano risultati finali apprezzabili, provocando così un grave ritardo nella predisposizione e nel funzionamento di meccanismi di gestione delle problematiche della responsabilità sociale delle imprese in un'epoca nella quale invece le implicazioni dei sempre più rapidi processi di globalizzazione richiedono urgentemente sistemi di governance adeguati. Sarebbe a questo punto utile analizzare più in dettaglio le singole fasi del ciclo economico della responsabilità sociale sino a questo punto discusso solo da un punto di vista generale: dato il carattere divulgativo di quest'articolo si rimanda, per tale approfondimento, al saggio Le moderne dinamiche economiche della responsabilità sociale d'impresa (autore: Luca Valli – fonte: http://www.lavoroetico.it/).

Le condizioni per il funzionamento effettivo del modello

Possiamo ora abbandonare l'approccio teorico per tornare ai punti di domanda iniziali: può oggi il ciclo economico della responsabilità sociale essere gestito da un'organizzazione con risultati positivi sul proprio business? O rischia forse di costituire l'ennesimo vincolo non in grado di migliorare la capacità competitiva di un'organizzazione, anzi riducendola? Il rischio, specialmente se negli strumenti e metodologie che potranno essere impiegati prevarranno aspetti formali e non finalizzati a risultati effettivi, è certamente reale. E' purtroppo ciò che è accaduto in numerosissime applicazioni di sistemi gestionali sviluppati secondo alcuni standard molto noti in cui aspetti meramente burocratici sono stati posti al centro di valutazioni "di conformità". Dunque se una prima condizione di effettivo funzionamento del modello è costituita da una omogenea distribuzione delle risorse su tutte le fasi del ciclo, un secondo aspetto è certamente rappresentato dall'esigenza di adottare strumenti per spostare il focus sull'adeguatezza dei risultati raggiunti. A tale scopo si consiglia l'approfondimento della metodologia di valutazione CEASAS (Continuos Evaluation of Adequacy of Social Accountability Systems) (fonte: http://www.lavoroetico.it/). Un altro aspetto è senza dubbio quello della professionalità dei valutatori nell'applicazione di tale metodologia. Ma tornando al modello ed alla principale condizione per il suo funzionamento, ovvero l'equilibratura degli strumenti impiegati in tutte le fasi del ciclo, quale può essere il panorama dei tools a cui fare riferimento? Detto che i riferimenti metodologici sono attualmente anche troppi (e per di più quasi sempre ripetitivi di principi e metodi già abbondantemente sviluppati in precedenti approcci), il problema in questa fase di scelta è quello di distinguere gli approcci più credibili e più visibili, da quelli meno riconoscibili e valutabili onde poter puntare alla massimizzazione dei risultati prodotti dall'investimento. Quindi è bene partire da un punto fermo ovvero, per quanto concerne i principi, dalla dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalle convenzioni e raccomandazioni dell'ILO (per un più dettagliato quadro si può consultare la Guida alla Responsabilità Sociale, cfr. All. 1 – CISE 2002). Non è neppure il caso di prendere in considerazione approcci che non includano tali aspetti. Una immediata e severa selezione dei tanti strumenti che, come già detto, sono disponibili in questa fase del ciclo, viene effettuata se ci si pone la domanda di quali, tra di essi, propongono qualcosa di perlomeno ragionevole per gestire la complessa fase della garanzia di veridicità dei contenuti della comunicazione relativa ai risultati ottenuti dall'organizzazione che investe sulla propria responsabilità sociale: ovvero la fase dei controlli. Già da una prima analisi ci si accorge infatti che tale aspetto nella maggior parte dei casi non è neppure preso in considerazione. In altri casi i controlli risultano vaghi, non effettuati da una terza parte e non rispondenti a metodologie specifiche. Allo stato dell'arte l'unico approccio che appare a questo riguardo sufficientemente strutturato (in quanto a standard normativi, sistema di accreditamento dei verificatori, metodologie di verifica, sistema di sorveglianza, ecc.), per quanto anch'esso migliorabile sotto alcuni punti di vista, è quello rappresentato dallo standard SA8000. Si tratta di una norma sviluppata negli Stati Uniti, emessa nel 1997 dal CEPAA (oggi SAI – Social Accountability International), e diffusasi, sebbene non ancora in un numero di casi molto elevato, su scala mondiale sia su grandi che su piccole e medie organizzazioni. Ma il fatto che ritengo più significativo è che alcune delle grandi imprese che hanno adottato tale standard sono inserite in importanti filiere che coinvolgono parecchie migliaia di fornitori e subfornitori: se si pensa al fatto che la responsabilità sociale di impresa non può che essere una problematica di filiera (poco importerebbe che i fondamentali diritti umani fossero rispettati negli anelli finali della supply chain se a monte ci si fosse avvalsi di fornitori non rispettosi dei medesimi principi), ciò significa che le suddette organizzazioni, applicando il ciclo economico della responsabilità sociale, si stanno ponendo, nel medio/lungo periodo, obiettivi di miglioramento che, dopo aver affrontato l'impatto sociale diretto dell'organizzazione stessa, coinvolgono in modo sempre più sostanziale la catena di fornitura. Lo standard citato prevede nove macro requisiti: lavoro infantile, lavoro obbligato, salute e sicurezza, libertà di associazione e diritto alla contrattazione collettiva, discriminazione, pratiche disciplinari, orario di lavoro, retribuzione, sistema di gestione. I primi 8 possono a pieno titolo essere considerati requisiti di performance (ovvero la prestazione effettiva dell'organizzazione dovrebbe soddisfare dei livelli minimi fissati dalle leggi vigenti e dalla norma stessa), mentre il nono requisito è di tipo gestionale (ovvero mira a rendere operativo, all'interno dell'organizzazione, un sistema di governo dinamico ed orientato al miglioramento continuo delle prestazioni relative ai primi 8 requisiti su tutta la filiera). Quest'ultimo requisito costituisce un elemento che evidentemente si presta ottimamente a sostenere il governo del ciclo economico della responsabilità sociale (perlomeno per quanto concerne le attività presidiabili direttamente dall'organizzazione). Per un approfondimento sui requisiti è possibile consultare la sopracitata Guida alla Responsabilità Sociale – CISE 2002. Rispetto allo standard SA8000 un'organizzazione può richiedere la certificazione ad uno degli organismi accreditati direttamente da SAI (www.sa-intl.org ) per lo svolgimento di tale attività. Prima di chiudere la parentesi dedicata allo standard SA8000, ritengo opportuno sottolineare come quello che da alcune parti viene individuato come un limite della norma, in realtà costituisca a mio avviso un suo punto di forza imprescindibile: mi riferisco al fatto che tale norma non include alcun requisito di carattere ambientale. Infatti, se da un lato non v'è alcun dubbio che la variabile ambientale incide in modo pesante su quella che può essere considerata la responsabilità sociale di un'organizzazione, è altrettanto vero che nel mondo si sono già enormemente diffusi standard specifici (come la norma ISO 14001, la ISO 14040, il Regolamento Emas…) e che un approccio di tipo all inclusive, seppur assolutamente fondato da un punto di vista concettuale, sarebbe in realtà non opportuno rispetto a tutte le imprese che già hanno investito su tali norme. Nella realtà SA8000 è assolutamente complementare con essi e pertanto oggi un'organizzazione si trova dinanzi alla possibilità di fare riferimento a consolidati strumenti per gestire i diversi aspetti della responsabilità sociale utilizzandoli con criteri di modularità rispetto alle proprie esigenze, particolarità e strategie. Ma per il funzionamento completo del ciclo economico illustrato, SA8000, pur coprendo numerose fasi (alcune per ragioni di brevità non discusse in quest'articolo), non è – e non potrebbe essere – esaustiva: essa infatti non copre la gestione delle cosiddette "etichette sociali" ovvero di quegli strumenti informativi, associati ai prodotti con lo scopo di informare i clienti finali circa la storia "etica" di ciò che acquistano. Poiché senza un corretto utilizzo di tali strumenti il ciclo economico non si chiuderebbe, la loro importanza è palese. Ma è altrettanto palese la loro criticità in virtù delle problematiche di tracciabilità e di affidabilità (insidiata anche da possibili contraffazioni) da governare. Non a caso numerosi sono stati i tentativi di sviluppare strumenti di questo tipo che hanno ottenuto scarsi risultati: oltre al problema delle garanzie di veridicità del contenuto informativo delle etichette sociali è anche qui attualmente presente il rischio di una proliferazione di marchi con scarsa visibilità legati ora a territori, ora a settori e comparti produttivi, ora a catene di distribuzione. Anche per tali aspetti sarebbero opportuni approfondimenti per i quali si rimanda nuovamente al saggio Le moderne dinamiche economiche della responsabilità sociale d'impresa (autore: Luca Valli – fonte: http://www.lavoroetico.it/).

Riflessioni finali

Concludendo questa breve sintesi possiamo dunque affermare che la responsabilità sociale d'impresa costituisce senza dubbio una problematica rispetto alla quale si stanno realizzando nuove dinamiche economiche che non possono non interessare la competizione sia su scala globale che su quella locale. Gli strumenti per una sua gestione, seppur attraverso un processo di progressiva selezione (nel senso che gli approcci meno completi, compresi quelli di tipo cogente, verranno inevitabilmente superati dalle stesse dinamiche economiche), si stanno via via delineando con sempre maggiore chiarezza; non resta che formulare l'auspicio che il sistema economico italiano sia capace di affrontare in termini di opportunità, quella che certamente oggi si presenta come una sfida di portata strategica.