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di Ivan Izzo
Rapporto di ricerca discusso nell'ambito del Master di Statistica per le Ricerche di Mercato e Sondaggi di Opinione presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca, a.a. 2002-2003, e pubblicato dal Servizio Studi della CCIAA di Milano.
Ricercatore di congiuntura economica presso il Servizio Studi della Camera di Commercio di Milano.
Delocalizzazione e attrazione costituiscono un unicum inscindibile nella valutazione della relazione tra impresa e territorio. Lo studio che è stato effettuato ha infatti l'obiettivo di indagare le interdipendenze e le relazioni di tipo economico e funzionale tra le imprese e la provincia di Milano attraverso due dimensioni che sono complementari ed intrinsecamente interrelate. Siamo pertanto in grado di esaminare sia la capacità di proiezione della provincia al di fuori dei propri confini amministrativi attraverso l'impresa quale volano per la creazione di valore e occupazione in aree anche lontane, sia le relazioni funzionali con aree territoriali diverse attraverso l'attrazione interpretabile come metrica dell'apertura che costituisce, invece, la dimensione speculare della delocalizzazione. La base dati di partenza è costituita dal REA integrato fornito dall'Unioncamere il cui ultimo aggiornamento si riferisce al 1999: ciò consente di disporre di dati attendibili sull'occupazione, ma sconta i ritardi con cui avvengono gli aggiornamenti. In termini assoluti, delle 125.827 unità locali create in Italia nel 1999 in ambito extra provinciale dal complesso dei sistemi imprenditoriali, ben 23.911 (pari al 19% del totale Italia e con un numero di occupati di 448.541 addetti) sono state quelle delocalizzate sul territorio nazionale da imprese di matrice milanese. Analogamente, utilizzando la lettura del dato generale in termini di attrazione, la provincia ha catalizzato nel proprio ambito spaziale 10.585 unità locali (pari all'8,4% del totale Italia e con uno stock di occupati di 145.943 addetti). Si tratta di dati che collocano Milano al primo posto sia in termini di delocalizzazione che di attrazione delle attività produttive. La valutazione delle dinamiche sottese ai due fenomeni è stata effettuata attraverso la costruzione di un indicatore di relazione territoriale che misura globalmente, in termini percentuali, quanto il territorio dipende da fattori di tipo delocalizzativo e attrattivo verso e nei confronti di altre aree con cui intrattiene relazioni di tipo economico. Il numeratore, costituito dalla somma tra le unità locali delocalizzate e attratte esprime l'interdipendenza totale della provincia milanese dalle altre province. È, infatti, espressione sia della proiezione verso l'esterno che della sua apertura ad altre realtà territoriali. Il denominatore esprime, invece, l'intero tessuto imprenditoriale dell'area in esame, quindi alle unità locali delocalizzate e attratte sono state aggiunte le unità locali presenti in provincia di Milano create da imprese aventi sede legale nella provincia stessa. L'indicatore, tenendo presente la ratio della sua costruzione, è stato a sua volta scomposto in un effetto di delocalizzazione che misura quanto la performance globale dipenda dalla sua capacità di proiettarsi al di fuori dei confini provinciali, e in un effetto di attrazione che, invece, misura il grado di apertura e di attrattività dell'area considerata nei confronti di operatori economici aventi sede extra provinciale. Innanzitutto, considerando che il dato nazionale di benchmark si colloca al 5,1% ed effettuando un ranking delle province italiane, osserviamo che nelle prime dieci posizioni non troviamo, con l'eccezione di Milano, le grandi aree metropolitane. Siamo quindi di fronte ad un fenomeno che interessa in misura massiccia le realtà territoriali minori che, collettivamente considerate, sono molto più dinamiche e meglio interconnesse nelle reti d'impresa rispetto alle aree maggiori. Si tratta, inoltre, di un fenomeno che ha assunto una connotazione geografica ben precisa in quanto interessa le regioni del Nord Italia e del Centro, mentre il Mezzogiorno ne è escluso.
L'indicatore di relazione territoriale
Analizzando il dettaglio numerico notiamo che la provincia milanese, nonostante una dotazione che la colloca sia in termini assoluti che relativi ai vertici della graduatoria nazionale di imprese delocalizzate e attratte, ottiene, con il 10,4% di valore globale dell'indicatore, il terzo posto nella classifica provinciale che abbiamo costruito attraverso l'indicatore di relazione territoriale, dietro Lodi con il 10,9% e Novara con l'11,2%. Una prima considerazione che può essere fatta riguarda quindi il potenziale inespresso da parte di Milano che pur essendo la prima delle grandi aree del Paese (Roma per esempio è al sedicesimo posto con il 7,2%) non riesce tuttavia a valorizzare in pieno il suo asset imprenditoriale come invece fanno le province minori. A conferma di ciò possiamo verificare la scomposizione dell'indicatore generale nelle sue due componenti: effetto di delocalizzazione e di attrazione che a livello nazionale sono pari rispettivamente al 2,5 e 2,6%. Si è proceduto pertanto per entrambi gli indicatori ad effettuare un ranking nazionale delle province. Ciò che emerge per Milano è un netto sbilanciamento del mix tra le due componenti con una netta prevalenza dell'effetto delocalizzativo (7,2%) che colloca Milano al primo posto nella graduatoria provinciale, mentre l'attrazione è molto bassa (al ventisettesimo posto con il 3,2%) pari a quella esercitata da province come Mantova o Ravenna. L'area milanese si presenta quindi come un territorio fortemente proiettato all'esterno con un dato che è superiore di oltre quattro punti e mezzo rispetto a quello italiano, mentre presenta un grado di attrazione maggiore solo di sei decimi. Volendo trovare un paradigma esplicativo dovremmo disporre di dati maggiormente esaustivi da un punto di vista dell'analisi settoriale. Basandoci sulla peculiarità dell'economia milanese possiamo ipotizzare che una possibile causa della minore attrattività sia data da un filtro selettivo che il territorio opera nei confronti delle imprese di altre province, attraendo e capitalizzando nella rete e nell'asset imprenditoriale locale solo quelle attività economiche che siano in grado di apportare conoscenze utili ed expertise qualificate allo sviluppo dell'area.
Una mappa di relazione interprovinciale
Utilizzando la stessa metodologia possiamo definire un indicatore di relazione interprovinciale che misuri l'intensità delle relazioni che intercorrono tra Milano e le altre province del territorio italiano, con l'avvertenza di considerare a numeratore il totale delle unità locali delocalizzate e attratte rispetto ai singoli territori di riferimento, mentre a denominatore utilizzeremo il totale delle delocalizzate e delle attratte della provincia milanese. Se consideriamo 100 il totale del valore assunto dall'indicatore, possiamo verificare attraverso la costruzione di una mappa di relazione interprovinciale come il valore dello stesso si distribuisce nelle diverse aree. Osservando la fig. 1, trova conferma quanto è stato accennato all'inizio, ossia che le relazioni intrattenute da Milano sono concentrate principalmente lungo una direttrice che percorre l'intera area del Nord Italia da Ovest ad Est. Si tratta di aree con cui Milano, sia per motivazioni di carattere storico che economico, ha sempre avuto un rapporto privilegiato, con una prevalenza territoriale, in termini di intensità delle connessioni economiche e di impresa, con le province del Nord Ovest. Emerge, infatti, che nonostante i fenomeni di deindustrializzazione e conseguente terziarizzazione dell'economia, le storiche relazioni che la provincia ambrosiana intratteneva con le altre due aree metropolitane del triangolo industriale sono ancora molto forti e resistono all'usura del tempo e all'evoluzione dei cicli economici; sia Torino (5,86%) che Genova (3,15%) si collocano, infatti tra le prime 10 province segnalate dall'indicatore di relazione interprovinciale. In ambito regionale sono evidenti, inoltre, i legami con le aree che sono contigue al territorio milanese: Varese (8,88%), Bergamo (5,78%) Como (5,47%) Pavia (3,6%) e Lecco (3,41%), ma anche con una realtà territoriale come Brescia (3%) che garantisce continuità e connessione con le province del Nord Est. Infatti, la Fig.1 ci mostra il grado di espansione e l'intensità relazionale di Milano con le province di Padova (2,1%) Verona (1,5%), Venezia (1,5%) e Vicenza (1,3%). Da questo punto di vista, Milano pur essendo compresa nel Nord Ovest rappresenta comunque l'area di raccordo ideale fra due modelli diversi di sviluppo imprenditoriale ed economico: il Nord Ovest ed il Nord Est. Inoltre, se escludiamo zone come Bologna (2,99%) e Firenze (2,3%) con cui la nostra provincia ha delle consolidate relazioni, e anche Roma (8,55%) che costituisce un caso a se stante, il valore che l'indicatore assume osservando la grafica è inversamente proporzionale alla distanza chilometrica da Milano. Una verifica di tipo quantitativo può essere effettuata attraverso la rappresentazione cartografica degli effetti di delocalizzazione e attrazione unitamente ad una partizione degli stessi mediante cerchi concentrici di ampiezza costante di 45 chilometri centrati sul capoluogo lombardo. Per il primo dei due indicatori, ossia l'effetto di delocalizzazione, si è proceduto ad esaminare per ogni singola fascia chilometrica sia l'intensità della spinta delocalizzativa, espressa dal valore medio assunto dall'indicatore, sia a verificare la distribuzione percentuale delle unità delocalizzate e relativi addetti e la conseguente crescita percentuale cumulata tra le partizioni territoriali così tracciate. La fig. 2 ci consente di verificare che l'intensità delocalizzativa presenta un valore medio molto alto (2,7%) nella fascia dei primi 45 chilometri; si tratta in sostanza delle province che sono a ridosso del territorio milanese e che concentrano oltre un terzo del totale delle unità locali fuori provincia e il 28% del totale addetti; da un punto di vista geografico siamo ancora, data l'esiguità chilometrica, in ambito regionale. È interessante osservare ciò che avviene entro i primi 135 chilometri. Innanzitutto, in questa partizione territoriale che possiamo definire "vicina" è concentrata quasi la metà delle attività produttive create da Milano nella penisola e dei relativi addetti, inoltre al suo interno, nell'ambito dei 90 chilometri, e quindi molto prossimi al capoluogo regionale, la presenza di unità locali è pari quasi al 40% del totale con una crescita di oltre otto punti e mezzo rispetto alla prima corona chilometrica che diventano dieci tra la seconda e la terza, ciò avviene quasi con le medesime intensità anche per gli addetti: 36% del totale nei primi 90 chilometri e le stesse crescite percentuali tra le partizioni territoriali considerate. È altresì evidente che se analizziamo le fasce di distanza fino ai 275 chilometri, gli scarti relativi tra le diverse corone chilometriche diventano alquanto apprezzabili, segno evidente di una buona capacità del sistema imprenditoriale milanese di proiettarsi al di fuori dei propri confini provinciali. Infatti per le unità locali la distribuzione percentuale cumulata è oltre il 68% del totale, mentre per gli addetti è pari al 66%. Un'ulteriore osservazione concerne il valore medio assunto dall'indicatore di delocalizzazione che evidenzia una costante perdita d'intensità all'aumentare della distanza fisica. La caduta del dato medio dell'indicatore di delocalizzazione non è in contraddizione con quanto osservato: infatti, se da un lato l'evidenza empirica suggerisce che è lecito attendersi una diminuzione progressiva del grado di interdipendenza tra realtà territoriali fra loro distanti, dall'altro occorre tenere anche conto che vi sono determinanti di carattere economico e se vogliamo anche storico-economico che legano Milano a quelle zone che le sono fisicamente più prossime. Inoltre, il fenomeno che si è cercato di analizzare attraverso questi indicatori è esaminato da prospettive che possiamo considerare complementari, ossia un esame dal punto di vista degli stock di imprese presenti nel territorio ed un indicatore che misura il grado di proiezione all'esterno del sistema imprenditoriale rapportato al totale delle unità produttive delocalizzate e attratte. Utilizzando la medesima metodologia, si è provveduto ad esaminare per le stesse partizioni territoriali individuate in precedenza l'effetto di attrazione interprovinciale, misurando, attraverso il valore medio assunto dall'indicatore, la capacità e il grado di attrazione del territorio, oltre ad analizzare la distribuzione percentuale delle unità locali attratte e dei relativi addetti e la crescita cumulata tra le fasce chilometriche individuate. Si sono pertanto individuate le direttrici territoriali di attrazione della provincia di Milano.
L'effetto di attrazione della provincia di Milano
Analogamente a quanto esaminato in sede di delocalizzazione, anche l'effetto di attrazione mostra il valore medio più elevato nella fascia dei primi 45 chilometri di distanza da Milano (1,48%). Da questa partizione territoriale sono originate, infatti, il 38,5% delle unità locali stanziate in provincia di Milano che complessivamente assorbono il 18% degli addetti. I dati maggiormente significativi, relativamente all'indicatore di attrazione, sono quelli mostrati dalle province che geograficamente sono contigue all'area milanese come Varese (3,28%), Bergamo (2,5%), Como (1,74%) e Pavia (1,15%). Estendendo la nostra analisi territoriale ed esaminando nel dettaglio quanto emerge dalla grafica della fig. 3, notiamo che la capacità di massima attrazione esercitata da Milano si esplica entro un raggio di 135 chilometri; da questa partizione territoriale, complessivamente considerata proviene circa il 60% delle unità locali presenti in provincia con uno stock di addetti pari al 49% del totale occupati, con un dato medio di attrazione (0,88%) che si mantiene costante se consideriamo anche la fascia intermedia dei 90 chilometri. Dal punto di vista della geografia delle relazioni territoriali l'attrattiva milanese è esercitata quasi esclusivamente nei confronti delle province del Nord Ovest, in particolare con quelle del triangolo industriale: Torino (2,3%) e Genova (1%) che mostrano il valore dell'indicatore superiore a quello della media territoriale di riferimento. Nei confronti del Nord Est, invece, l'attrattività è decisamente sottodimensionata anche verso le province maggiormente dinamiche, come Padova (0,51%), Vicenza (0,49%) e Verona (0,42%) le cui espressioni numeriche di attrattività sono inferiori alle rispettive medie territoriali di riferimento. Siamo in presenza, quindi, di una georeferenziazione dell'attrazione che ha assunto una precisa connotazione rispetto alla continuità territoriale. Non deve trarre in inganno, infatti, che vi sia, una crescita relativa della concentrazione delle unità locali e degli addetti all'aumentare della distanza fisica da Milano, soprattutto entro i 225 chilometri, in quanto i dati sono inevitabilmente influenzati da aree forti (ad esempio Bologna o Verona) che tuttavia nell'ambito di un'analisi geografica estesa non sono in grado di innalzare il dato medio territoriale di riferimento entro cui sono comprese. Come esaminato in sede di analisi dell'effetto di delocalizzazione, anche nella dimensione dell'attrazione permangono i legami storici di relazione e paternariato con le aree del Nord Ovest che costituiscono quindi il tratto distintivo e l'humus su cui poggia il grado di apertura territoriale di Milano nei confronti delle altre aree del Paese.





Determinazione-Fondo2011-Det-n-1244-del23112011.pdf