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di Antonella Penati
Dipartimento INDACO (Industrial Design, Arte e Comunicazione) del Politecnico di Milano
Raccontare la storia del design italiano è raccontare la storia di un rapporto fortunato tra il mondo del progetto e il mondo dell'industria. Ma è anche, allo stesso tempo, disegnare questa storia sullo sfondo di una grande assenza: quella di un luogo della formazione per il design. L'Italia, malgrado il successo riscosso in tutto il mondo sin dagli anni Cinquanta dai suoi progettisti, non ha potuto contare, per lungo tempo, su un sistema della formazione universitaria nel campo del design. E invece, ora che il dibattito sul tema della formazione del disegnatore industriale è più che mai aperto di fronte alle molteplici iniziative che stanno prendendo corpo a livello nazionale, i perché di questa grande assenza vengono a galla portando in superficie, in primo luogo, proprio le caratteristiche dello storico rapporto del design con l'industria italiana e con la particolarità della sua struttura imprenditoriale e produttiva. Senza fare riferimento al contesto, infatti, non si potrebbe capire come mai l'industrial design sia entrato da oltre cinquant'anni nelle università e nelle scuole tecnico-scientifiche di tutto il mondo, mentre in Italia non ha trovato, se non in tempi recenti, spazio di accoglienza negli istituti della formazione. La struttura industriale italiana fatta dal capitalismo familiare di poche aziende di medio grandi dimensioni e dal fitto tessuto produttivo formato prevalentemente da sistemi di piccole e medie imprese altamente specializzate e capaci di mettere sul mercato prodotti e macchinari dedicati; la natura dei settori più rappresentativi della vocazione produttiva del sistema economico nazionale basati su prodotti maturi e di basso contenuto tecnologico ma, sovente, ad alto contenuto di progetto; le modalità prevalenti dell'innovazione divise lungo le due linee della specializzazione di produzione e di mercato e dell'innovazione incrementale, sono solo alcuni dei fattori che connotano il nostro sistema produttivo e la cultura d'impresa che, per motivi strutturali, è sempre stata distante dalle logiche tipiche della grande industria: economie di scala, standardizzazione, serialità. Queste caratteristiche del sistema tecnico-produttivo hanno costruito l'anima del Made in Italy alimentando l'importanza del design come risorsa chiave nelle strategie delle imprese. Si spiega così anche come mai, l'insegnamento delle pratiche del progetto per il prodotto industriale, lontano per lungo tempo dalle istituzioni universitarie, si sia invece inserito nel solco delle arti applicate o decorative all'interno del quale ha continuato, per lungo tempo, a vivere. La maturazione di istituzioni didattiche specifiche che rendono evidente la necessità di una formazione peculiare, è recente e trova una prima concretizzazione nella consolidata quanto tradizionale struttura didattica delle Facoltà di Architettura sulle quali si adagia sino quasi ai nostri giorni, o all'interno di istituti privati che alimentano in questo modo l'offerta di studi parauniversitari e post-universitari. Un panorama assai articolato ma che ha mostrato nella sua evoluzione almeno due debolezze: l'assenza storica di una risposta formativa di livello universitario e, sul piano della formazione post-laurea, la voce solista di un'offerta esclusivamente privata. Debolezze queste che, unite al profondo cambiamento degli scenari produttivi e di mercato, hanno costituito, a partire dagli anni Novanta, uno dei nodi cruciali sul quale sono attecchiti i fermenti iniziali di un autentico punto di svolta nella formazione del disegno industriale. Queste nuove esigenze formative vanno lette all'interno del più ampio processo di evoluzione del capitalismo contemporaneo e dei conseguenti mutamenti richiesti al mondo del lavoro. Il problema di dar forma e contenuto a nuovi profili professionali che, oltre a possedere gli strumenti concettuali e operativi adeguati a intervenire sull'ampio ventaglio dei compiti progettuali in cui è possibile declinare la sfera d'intervento del disegno industriale, possiedano anche la capacità di interlocuzione con le logiche sempre più complesse della sfera produttiva e del consumo, si pone come problema fondativo nelle politiche di educazione e di valorizzazione dei saperi progettuali. Ecco allora che il recente e rapido fiorire di percorsi universitari nel campo del Disegno industriale, che coprono ormai l'intero territorio nazionale (Bolzano, Torino, Milano, Venezia, Genova, Firenze, Pescara, Camerino, Roma, Napoli, Reggio Calabria, Palermo, ecc.), si confronta fin da subito con i profondi processi di trasformazione istituzionale introdotti dalla riforma dei sistemi formativi che, per andare incontro ai cambiamenti culturali del contesto sociale ed economico, vanno ridefinendo i contenuti e il ruolo degli studi universitari nella preparazione al mondo professionale, mettendone alla prova i programmi culturali e le finalità formative. A questo proposito mi vorrei soffermare sull'esperienza della Facoltà del Design del Politecnico di Milano, non solo ovviamente perché più vicina all'esperienza di chi scrive, ma anche perché, ritengo, abbia interpretato in modo anticipatore alcuni dei problemi che abbiamo appena definito.
Il corso di laurea in Disegno industriale
Attraverso la riflessione attorno ai nodi problematici che hanno accompagnato lo sviluppo del Corso di laurea in Disegno Industriale, proverò a restituire in forma sintetica i profondi cambiamenti nel fare oggi formazione nell'università; nell'università del progetto in particolare. La nuova struttura dei corsi universitari, ormai nota con la formula 3+2, definisce un I livello, quello della laurea, a cui è affidato il compito di fornire una formazione professionale e un II livello, quello della laurea specialistica, finalizzato invece a definire profili progettuali attrezzati con quelle conoscenze trasversali e "integrate" che concorrono a definire e affrontare per "aree di intervento" le sempre più complesse dinamiche di innovazione di prodotto, di processo, di comunicazione, di mercato. I terreni di riflessione della progettazione didattica attengono al rapporto tra conoscenze di base e conoscenze specialistiche, tra conoscenze e competenze, tra saperi tecnico-scientifici di alto profilo culturale e forme della conoscenza direttamente spendibili sul terreno professionale. A partire da queste problematiche, si sono definiti, per le lauree di I livello, dei profili intermedi che rispondono alla esigenza di formare figure di "staff" con competenze tecnico-operative. Essi sono espressione della volontà di offrire al mercato professionisti qualificati nella gestione di strumenti tecnici e in grado di relazionarsi con le altre figure coinvolte nei processi progettuali. Nel biennio delle lauree specialistiche, invece, il tema della transdisciplinarietà è dominante e risponde a quel processo di contaminazione di saperi e competenze professionali che caratterizza i processi operativi del sistema economico, di fronte alla sempre più diffusa ibridazione tra mondi tecnologici e tra settori produttivi e di fronte alle nuove dinamiche di gestione dei processi di innovazione che hanno il loro fulcro nelle pratiche di collettivizzazione e di integrazione di conoscenze e di competenze convergenti su uno specifico problema. Ulteriore questione è relativa alle modalità con cui strutturare i nuovi percorsi formativi tenendo presenti i nuovi nuclei di professionalità emergenti. È noto infatti che accanto al mondo degli oggetti, che rappresenta da sempre l'ambito di esercizio progettuale cui si riconduce con più immediatezza l'azione del designer, già da tempo anche altri ambiti hanno trovato una collocazione precisa e riconosciuta nelle possibili declinazioni della figura del designer.
La figura del designer
Nella fase attuale, il continuo cambiamento dei modelli produttivi e di consumo sta producendo, sta affidando, sempre più importanza ai connotati e alle attività immateriali in grado di conferire valore al prodotto. Il percorso formativo del disegno industriale deve essere in grado di rispondere in modo appropriato a queste nuove sfide progettuali. A questo proposito è necessario ricordare le proposte fortemente sperimentali che il corso di laurea ha proposto fin dai suoi esordi e che sta ora trasformando nei progetti di laurea specialistica e che vedono, solo per fare degli esempi, la presenza di un profilo declinato sul tema del design dei servizi con l'apertura verso i temi della comunicazione e dell'interazione e verso le scienze sociali o di design & engineering luogo emblematico della cooperazione politecnica tra ambiti del sapere limitrofi che rispondono a figure professionali ibride che, sino a questo momento, hanno formato le proprie competenze sul campo o infine il grande sforzo di rinnovamento dei profili di communication design, subito legati ai temi della interattività, della progettazione di interfacce, della comunicazione multimediale e multimodale.
La formazione
In chiusura, vorrei aprire, in forma interrogativa, ad un'ulteriore problematica della formazione innescata dal processo di riforma, connessa al passaggio del mondo universitario da sistema autoreferenziale a luogo di confronto con le aspettative del mondo sociale ed economico in termini di creazione di professionalità adeguate, sia all'evoluzione tecnologica e alla nascita di nuovi settori produttivi, sia al rinnovamento di attività tradizionali. Processo questo che sta inducendo un nuovo fenomeno di esplorazione dei contesti di riferimento più immediati. Gli ambiti locali, in questa ottica, vengono ad assumere una nuova importanza. Situazioni di contesto molto differenti (per esempio contesti economico-produttivi maturi ed evoluti o contesti di recente sviluppo industriale; sistemi produttivi tradizionali che insistono su settori a medio- bassa tecnologia o settori tecnologici di punta caratterizzati da velocità di innovazione e importanza delle attività di Ricerca & Sviluppo) possono contemplare profili professionali molto differenti che possiedono strumenti e metodi di progetto appropriati e che presuppongono anche un ruolo del sistema della didattica e della ricerca, assai diversi. Per esempio, per adeguare i profili formativi alle vocazioni produttive dei contesti industriali, nel ricco e articolato sistema della formazione del corso di laurea in Disegno industriale, recentemente si sono aggiunti, accanto alle professionalità più evolute, profili formativi aderenti ad alcune specializzazioni settoriali con forte localizzazione territoriale: il tessile per i settori della moda e dell'arredo, in risposta alle esigenze progettuali del sistema produttivo comasco, e il prodotto d'arredo che vede un'industria fortemente concentrata nei territori della Brianza. L'università, in un caso può addirittura essere un inseguitore e rielaboratore di conoscenze e competenze, in un altro riveste un ruolo di formatore proattivo. Anche in questo caso, la capacità di dare corrette risposte formative ha come presupposto una nuova relazione tra contesto di riferimento e mondo della formazione. E questo è del resto il tratto saliente che connota l'intera filosofia del processo che sta portando il sistema universitario verso la piena autonomia.





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