24. LA CAMERA DI COMMERCIO DI MILANO PER LA REGOLAZIONE DEL MERCATO

Credo si possa affermare, senza timore di smentita, che quando nel 1993 la legge di riordino - con il ben noto articolo 2, comma 4 e 5 - formalizzò tra le attribuzioni delle Camere di Commercio le cosiddette funzioni paragiurisdizionali, relative alla tutela, al controllo e alla regolamentazione dei rapporti commerciali ed economici, aprendo così per il sistema camerale il capitolo che proprio qui a Milano ebbe la definizione di "regolazione del mercato", non tutti colsero la reale portata di tale previsione. Non tanto per la pure fondamentale connotazione che questi compiti disegnano per le Camere quali luoghi deputati alla tutela della libertà del mercato, dello sviluppo della concorrenza, della trasparenza delle contrattazioni, e unendo così i moderni enti camerali in una sorta di abbraccio senza tempo con le loro antesignane Universitates Mercantorum; ma perché non era facile prevedere la profonda e veloce evoluzione del sistema economico-sociale, determinato dal progredire dei fenomeni della globalizzazione, del declino dei poteri centrali a favore dei principi del decentramento e della sussidiarietà, dell'avvento delle tecnologie informatiche e della "rivoluzione" Internet, e soprattutto perché era arduo immaginare come da questa evoluzione emergesse un mercato con una crescente esigenza di "regolazione". Non è la sensazione che percepiamo ogni giorno di fronte a casi come quelli della "mucca pazza", delle frodi su Internet, di tariffe imposte dai cartelli (come nel settore delle assicurazioni), di ambiti produttivi poco permeabili alla concorrenza come quello delle telecomunicazioni, tanto per citare i più attuali ed eclatanti? La trasformazione del mercato moderno, ben lungi dal sancire il trionfo del meccanismo smithiano della "mano invisibile" - magicamente autoregolatrice e latrice dell'interesse comune - e segnare l'epoca delle "legislazioni del tramonto" in società praticamente senza regole, ha al contrario portato con sé un bisogno accresciuto di trasparenza, informazione, affidabilità, tutela delle parti più deboli, in una parola di regolazione, intesa come l'insieme delle norme che contribuiscono ad ordinare l'attività economica. E questo perché - come ormai assodato -soltanto un mercato regolato può crescere e svilupparsi, in piena efficienza e nel rispetto del principio della libera concorrenza, per la quale la regolazione non è un ostacolo, ma anzi una delle condizione necessarie per la creazione di un habitat idoneo e favorevole allo sviluppo della competitività del sistema delle imprese e quindi, in ultima analisi, delle potenzialità di crescita del sistema economico. Il "nuovo" mercato ha dunque bisogno di regole che però - e qui sta il punto di maggiore discontinuità con il passato - si ispirano a principi nuovi e diversi. Caduta la dicotomia tra il mondo che regola (lo Stato) e il mondo che viene regolato (il mercato), emerge sempre più una crescente interconnessione tra soggetti che devono essere regolati e soggetti che regolano. Infatti, da un lato si assiste alla perdita da parte del potere centrale di alcune delle macrofunzioni di regolamentazione, tendenzialmente normative e autoritarie, a vantaggio di un ruolo di amministrazione, che in posizione di terzietà garantisce la corretta osservanza delle regole del gioco, e al tempo stesso interviene e supporta il mercato, laddove esistono carenze, disfunzioni, anomalie, per creare l'ambiente "giusto" allo sviluppo e alla crescita economica. Dall'altra, le diverse forze economiche e sociali, diventate le vere protagoniste del mercato, chiedono sempre più di poter determinarne anche le regole di funzionamento o almeno di poter contribuire alla loro predisposizione. Per questo il fenomeno della regolazione deriva sempre meno dall'alto, e si affermano sempre più fenomeni di regolazione che nascono dal basso, dove dietro "alto" e "basso" in realtà si nascondono termini "pubblico/privato" "istituzionale/non istituzionale" "Stato/mercato". Ed infatti sempre più il potere effettivo di incidere sulla realtà economica a livello mondiale, di dare regole a fenomeni inerenti al mercato, non è più nelle mani degli ordinamenti nazionali e neanche sovranazionali, ma discende da accordi tra le maggiori strutture non governative, dalle associazioni rappresentative di categorie unificate di soggetti del mercato, oppure dai grandi studi legali. Perché - altro punto fondamentale - in un mercato tendenzialmente globale e virtuale anche sul tema delle funzioni relative alla regolazione non c'è più monopolio, ma ci sono sistemi di soluzioni che concorrono l'uno con l'altro e l'unico metro con cui si giudica e si legittima un sistema di regolazione rispetto ad un altro è quello dell'efficacia, indipendentemente dalla legittimazione e dall'investitura che esso ha. Da questo punto di vista bisogna uscire dall'idea che i sistemi di regolazione siano solo quelli legittimati nelle vecchie forme tradizionali: ora i sistemi di regolazione sono efficaci nella misura in cui vengono riconosciuti, accettati e fatti propri dai soggetti per cui vengono predisposti.

Da questo scenario emerge una nuova connotazione di regolazione che si esplica in modi diversi e precisamente come:

- informazione/monitoraggio/socializzazione dell'informazione;

- autodisciplina;

- concertazione (per facilitare la possibilità di raggiungere soluzioni per regolare fenomeni economici in ambito locale e non solo) e negoziazione (con cui le istituzioni possono spendere le loro capacità di persuasione/dissuasione attraverso incentivi/disincentivi);

- nuove procedure (più veloci e più semplici) di amministrazione della giustizia.

È in questa linea che si pone l'attività di regolazione del mercato della Camera di Commercio di Milano che vi verrà declinata puntualmente negli articoli che seguiranno, ma che ha un comune filo conduttore: quello di contribuire da un lato alla creazione di "mercati sicuri", in nome della "buona fede" del mercato - bene pubblico e risorsa strategica essenziale per il corretto funzionamento dell'economia - dall'altro "mercati efficienti" nel rispetto dei principi della concorrenza e della tutela delle parti. Non è alla logica dell'informazione e dell'affidabilità reciproca di tutti coloro che operano nel mercato quella a cui risponde la tenuta del Registro delle Imprese e degli altri Albi e Registri? E all'esigenza di trasparenza e certezza che sta dietro alla tradizionale funzione dell'accertamento dei prezzi? Non sono i principi di autoregolazione e autodisciplina quelli sottesi all'antico compito di accertamento e raccolta degli usi e consuetudini e al contempo alla innovativa funzione di supporto alle associazioni di categoria per l'emanazione di codici di autoregolamentazione? Non è lo spirito di ente "integratore di sistemi" che ci ha permesso di realizzare gli Osservatori come luoghi di confronto tra posizioni diverse e di concertazione per la definizione di proposte elaborate in comune e quindi condivise? E ancora, non è stata la consapevolezza del bisogno di metodi alternativi di giustizia, più vicini alle esigenze del settore produttivo a spingere l'ente camerale milanese a promuovere accanto all'arbitrato la pratica nuova della conciliazione? Sono solo alcune delle nostre azioni di regolazione, di cui giustamente siamo orgogliosi. Ma sappiamo che c'è ancora molto da fare. Anzi credo che dalla capacità degli enti camerale di legittimarsi come istituzione in grado di contribuire al corretto funzionamento del mercato dipenderà gran parte del futuro delle Camere stesse. E questo non perché, come dice qualcuno, "la regolazione del mercato sarà l'unica funzione che ci resterà" nel progredire della semplificazione amministrativa e dell'applicazione del principio di sussidiarietà, ma perché solo assolvendo in maniera idonea a questo ruolo risponderemo al fondamentale bisogno di tutti i soggetti protagonisti dell'economia di avere sul territorio un'istituzione di riferimento per il regolare funzionamento del mercato.

Pubblicato su Impresa & Stato, n. 55, gennaio-aprile 2001, p.50