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conversazione con Richard Stallman a cura di Maurizio Bolognini

Ricercatore, Centro Studi Dware.

Richard Stallman è una delle figure di primo piano nel dibattito internazionale sul software libero, sul copyright e sui brevetti. Promotore e co-autore del sistema operativo GNU/Linux, fondatore del Free Software Movement e della Free Software Foundation, ha introdotto concetti come free software e copyleft. I suoi meriti scientifici e il suo impegno civile gli sono valsi numerosi riconoscimenti, tra cui le lauree ad honorem della Vrije Universiteit di Bruxelles, dello Sweden Royal Institute of Technology e della Glasgow University. La seguente conversazione, che si è svolta nel marzo 2005, ha riguardato, oltre al free software e alla sua visione legata all'etica della collaborazione volontaria e della condivisione del sapere, la brevettabilità del software, che è oggi in discussione anche a livello europeo.

MB: Lei ha scritto che quando, negli anni Settanta, è entrato nello staff del MIT Artificial Intelligence Lab, si è sentito parte di una comunità (estesa dai dipartimenti di computer science fino all'industria dei computer) in cui il software veniva condiviso come qualsiasi altro tipo di conoscenza. Tuttavia, già nei primi anni Ottanta, questa comunità cominciava a dissolversi: la possibilità di modificare e condividere il software era diventata presto un problema per i produttori di computer. È questo il contesto in cui lei ha fondato il Free Software Movement e la Free Software Foundation, e nel 1984 ha lanciato il progetto GNU (acronimo ricorsivo di GNU's Not Unix), finalizzato allo sviluppo di un sistema operativo "libero", che permettesse di usare un computer senza bisogno di software proprietario. Software libero (free software) significa che ciascuno (non solo la Free Software Foundation) è libero di modificarlo, copiarlo e redistribuirlo. Pochi anni dopo, nel 1992, il sistema operativo GNU/Linux era disponibile, compatibile con Unix, anche se (come Unix) non aveva ancora interfacce grafiche che lo rendessero di facile utilizzo. Da quel momento sono cambiate molte cose. Il Free Software Movement e la Fondazione sono diventati più influenti. Le sue campagne a favore del software libero (l'ultima che ricordi riguarda il BIOS, il Basic Input/Output System che consente all'hardware e al software di un computer di comunicare) trovano risonanza immediata e sostegno crescente. Anche IBM coopera ormai con il progetto GNU, mentre in Brasile e in altri Paesi, la Pubblica Amministrazione ha iniziato a muoversi verso il software libero, che ormai conta decine di milioni di utenti (John Hall ha stimato che possano essere ormai 100 milioni). D'altra parte, tuttavia, a fronte di questo grande sviluppo, sono sorti problemi nuovi: la comunità del free software è cresciuta, ma il potere delle grandi corporations sembra essere cresciuto ancora di più. In sintesi cosa è cambiato in questi anni? Quali obiettivi sono stati raggiunti e quali problemi stanno emergendo?

RMS: In sintesi, abbiamo sviluppato sistemi operativi liberi e molte applicazioni libere, ma non siamo stati ancora in grado di trasferire questa libertà a tutti gli utenti di computer. Molti continuano a usare software proprietario. In aggiunta ci troviamo ad affrontare ostacoli di natura nuova: spesso le specificazioni hardware sono tenute segrete, rendendo difficile la scrittura di software libero per la gestione dell'hardware. Questo era impensabile nel 1984. Inoltre dobbiamo fronteggiare l'opposizione delle più potenti corporations, come Microsoft, e dello stesso governo degli Stati Uniti che ha fatto pressione su molti Paesi affinché acconsentissero all'introduzione dei brevetti sul software.

MB: Microsoft detiene una parte consistente di questi brevetti, ma su questo torneremo più avanti. Restiamo al software libero e alla sua condivisione. Nel 1985 ha introdotto nel dibattito sul copyright (diritto d'autore) l'idea, solo apparentemente provocatoria, di copyleft, un dispositivo legale per proteggere i diritti di modificazione e redistribuzione del software: copyleft significa che ciascuno ha il permesso di modificare un programma, di redistribuirlo, di pubblicarne una nuova versione, e che questi stessi diritti devono essere trasferiti ai nuovi utenti (anche se naturalmente non tutto il software libero è soggetto a licenza copyleft, e quando non lo è permette versioni modificate non-libere). Questo evidenzia una dimensione etica nel free software, che non si trova nel movimento dell'open source: quest'ultimo dice soltanto che il software proprietario (closed source) è meno affidabile, lei sostiene che è anche ingiustificabile perché ostacola l'avanzamento della conoscenza.

RMS: E anche perché il software proprietario mantiene gli utenti divisi e disarmati: divisi perché a ciascuno viene impedito di condividerlo, e disarmati perché nessuno dispone del codice sorgente e quindi non può modificarlo. Questo è sbagliato.

MB: Per migliorare la legge sul copyright ha proposto di partire da una ridefinizione della "creatività" nei termini di tre diverse categorie: il lavoro funzionale, il lavoro che esprime il punto di vista di una certa parte, e l'opera d'arte. Ha proposto che i lavori funzionali, quelli che consentono di portare a termine una certa attività, possano essere liberamente modificati e condivisi, che i lavori che esprimono un punto di vista possano essere condivisi solo a scopo non-commerciale, ma non debbano essere modificati senza il permesso dell'autore e, infine, che le opere d'arte possano essere modificabili e condivise, tuttavia, dopo un copyright di 10 anni (oggi negli USA questo si conclude 70 anni dopo la scomparsa dell'autore). Mi sembra che questa distinzione sia utile in molti casi (per esempio quello della musica e dello scambio di Mp3). Ci sono però situazioni in cui può essere di difficile applicazione. Per esempio, quando l'arte è software art (come nel caso del design generativo, o di installazioni che utilizzano macchine programmate). Non pensa che la stessa diffusione delle tecnologie informatiche potrà rendere sempre più difficile distinguere, e quindi applicare al copyright, questi diversi tipi di "creatività"?

RMS: Non credo che sarà più difficile. È certamente possibile che un singolo lavoro contenga materiale appartenente a due categorie. Per esempio un videogame è spesso la combinazione di un software e di uno scenario; lo scenario è arte, o invenzione audiovisiva. Se il programmatore combina questi elementi e li riconduce a unità, quell'unità dovrebbe essere trattata come un software, cioè come la meno restrittiva delle due categorie. Tuttavia potrebbe anche tenere i due elementi separati e trattarli diversamente.

Free software e democrazia

MB: Il software libero non rappresenta solo un modo per incoraggiare la cooperazione, ma da alcuni viene visto come una delle grandi questioni del futuro, allo stesso modo dell'energia e dell'informazione. Quando le viene chiesto quale sia il retroterra culturale del movimento del free software e quali siano le figure che considera personalmente più influenti, lei ricorda Martin Luther King Jr. e Nelson Mandela, o Aung San Suu Kyi, leader del movimento non-violento per i diritti umani e la democrazia in Birmania (Nobel per la pace nel 1991), ma anche un candidato democratico alle elezioni presidenziali del 2004 come Dennis Kucinich, o Ralph Nader, un liberale che ha introdotto nuove questioni nel dibattito politico americano, come l'eccessiva concentrazione di potere. C'è una relazione tra software libero e democrazia?

RMS: Il software libero rispetta la libertà degli utenti. In questo senso, in quanto viene prodotto sotto il controllo degli utenti, traccia una strada che si potrebbe descrivere come democratica. Senza bisogno di consultazioni formali, ciascuno può scegliere quale versione usare, quali cambiamenti introdurre nella propria versione e questo dà agli utenti un controllo sul software. Un beneficio diretto di tutto questo è che gli utenti del software libero mantengono il controllo dei propri computer, in un modo che è sconosciuto agli utenti del software proprietario. Penso che questo possa avere ricadute sulla libertà anche in altre aree. Le libertà civili si sostengono l'un l'altra: se ne perdi una diventa più difficile difendere le altre. Nella misura in cui i mezzi di comunicazione di massa negli Stati Uniti - o in Italia - sono in gran parte controllati dai grandi gruppi economici, che possono usarli a scopo di propaganda, è importante che l'informazione indipendente possa circolare attraverso Internet su siti che, come Indymedia, funzionano attraverso GNU/Linux.

MB: Cosa cambierebbe se funzionassero con sistemi proprietari? RMS: Microsoft sta parlando di un software, che forse è già in distribuzione, disegnato per produrre e-mail che non si possano reinviare (magari a un giornalista), e che diventano illeggibili dopo una certa data. Ci sono anche progetti per rendere possibile la trasmissione via Internet di un messaggio in grado di ordinare a tutti i computer raggiunti di non mostrare un certo documento. La prossima Enron potrebbe non aver bisogno di distruggere documenti, potendo trasmettere messaggi in grado di occultarli. Quando George Bush ha progettato lo shutdown della compagnia petrolifera statale del Venezuela, uno dei metodi è stato di attaccarne i computer. Si trattava di computer dotati di software proprietario fornito da una società americana, alla quale Bush ha potuto chiedere di bloccarli: hanno imparato a loro spese che usare un software proprietario significa anche dare al produttore il controllo sull'uso delle proprie macchine. MB: Le faccio notare che sono tutti esempi in cui il movimento del free software sembra costretto alla difensiva; descrive quasi una guerra di posizione. Ma la campagna per il software libero era partita in una prospettiva diversa. Negli anni Ottanta il software libero nasceva in uno spirito di apertura scientifica e di libero accesso alla conoscenza, delineando un modello sociale basato sull'etica della cooperazione volontaria e dell'autoregolazione. Cosa è rimasto di questo?

RMS: La comunità del free software rappresenta già un nuovo modello all'interno del suo specifico campo di attività, che recentemente si è esteso almeno a un altro ambito: l'enciclopedia libera Wikipedia, che ha reso obsolete tutte le altre enciclopedie in lingua inglese. Suppongo che possa diffondersi ad altri settori, come la preparazione di prodotti educativi, per la scuola o per l'auto-istruzione.

VFST, un fondo per il software libero

MB: Chi promuove il software libero sottolinea che non solo costa meno, ma che è più stabile e sicuro del software proprietario, poiché il codice sorgente è sempre disponibile e questo consente di correggere più facilmente gli eventuali errori. Tuttavia i costi della transizione dal software proprietario possono essere alti. Per promuovere questo passaggio e accelerare l'ulteriore sviluppo di software libero di alta qualità, sta lavorando a un progetto che chiama Voluntary Free Software Tithe, basato su donazioni da parte degli utenti potenziali e in particolare delle imprese e della Pubblica Amministrazione: un fondo che potrebbe essere amministrato da un'agenzia delle Nazioni Unite o dalla stessa Free Software Foundation.

RMS: In effetti si tratta di un progetto di Mikael Nordfors, che io sostengo. L'idea è che alcune organizzazioni possano contribuire con un 10 per cento del budget riservato all'acquisto di licenze software, da finalizzare allo sviluppo del software libero che vorrebbero impiegare. MB: Ricordo che lei aveva un progetto simile negli anni Ottanta. La sua idea iniziale era che i produttori di computer avrebbero fatto delle donazioni a favore dello sviluppo del sistema operativo GNU come alternativa a Unix. Si pensava che sarebbe stato nel loro interesse in quanto avrebbe consentito di pagare licenze meno care, risparmiando milioni di dollari. Ma allora le cose andarono diversamente. Cosa è cambiato oggi? Perché le imprese o la Pubblica Amministrazione dovrebbero essere più motivate di allora? Eravamo a Milano quando mi ha parlato di questo progetto: perché, ad esempio, la business community milanese dovrebbe essere interessata?

RMS: Se sia cambiato qualcosa è quanto dovremo capire. Ma c'è una ragione per cui i fatti potrebbero, oggi, andare diversamente. Nel 1983 il sistema GNU era solo un'idea. Nessuno sapeva che saremmo stati in grado di sviluppare un software utile e di alta qualità, un sistema operativo potente che è stato scelto per milioni di computer semplicemente per i suoi vantaggi pratici, anche da coloro che non hanno capito e apprezzato il fatto che fosse libero. Oggi tutto questo è un dato di fatto. Così, sebbene le imprese possano non essere motivate a contribuire nell'interesse della diffusione delle libertà nello spazio elettronico, potranno riconoscere che contribuire allo sviluppo del software libero e delle sue applicazioni considerate più utili è un buon investimento sociale. Se la business community milanese aderisse a questo progetto, ciascuna impresa godrebbe dei vantaggi derivanti dal contributo al software libero dato da tutte le altre.

Brevettabilità del software

MB: I brevetti rappresentano uno degli aspetti legali più rilevanti e controversi nella produzione di software. Mentre il copyright tratta la teorizzazione che sta alla base del codice come "opera dell'intelletto", il brevetto la tratta come "innovazione tecnologica". Il fatto che entrambi questi mezzi legali si siano sviluppati in ambiti estranei alle tecnologie informatiche, aumenta naturalmente le difficoltà della loro applicazione, che può perdersi in infinite distinzioni legali. La sua critica principale alla normativa in vigore negli Stati Uniti è che il brevetto, che non si applica al codice, al programma, ma alle "idee" (i metodi, gli algoritmi ecc.), anche minime, usate nel programma, rappresenta un freno alla crescita e all'innovazione. E fa sì che solo le grandi corporations (come Microsoft, IBM, Sun Microsystems, SAP, Hewlett-Packard), sottoscrivendo accordi di uso reciproco delle licenze (cross-license agreements), siano in grado di sviluppare programmi complessi, che richiedono centinaia di "idee".

RMS: Un programma di grandi dimensioni può combinare migliaia di tecniche computazionali. Se ciascuna di queste può essere brevettata, sviluppare un simile programma è come attraversare un campo minato.

MB: Dal 1990 sta sostenendo che la produzione di software non può tollerare il sistema dei brevetti, che avvantaggia solo le grandi industrie e ne consolida l'egemonia in un settore che avrebbe invece bisogno di essere liberalizzato. I rischi e l'impatto negativo dei brevetti non sono dunque limitati al software libero: che cosa pensa delle diverse posizioni emerse in Europa, in cui la brevettabilità del software è in discussione, e negli Stati Uniti, dove è ormai un fatto acquisito dai primi anni Novanta?

RMS: Chiunque sviluppi software non banale è messo in pericolo dai brevetti sul software. Questo riguarda i programmatori di software libero, di software proprietario, e la stessa maggioranza dei programmatori che si dedicano a software costruiti su misura per i propri clienti. Il pericolo non risparmia gli stessi utenti: anch'essi possono essere citati in giudizio. Il brevetto sul software è una restrizione che riguarda il modo in cui puoi usare il tuo computer. Il sistema dei brevetti potrebbe imporre nuove restrizioni a milioni di persone in Europa, e ridurre qualsiasi attività commerciale on line a una nuova forma di burocrazia. Questo è il motivo per cui le organizzazioni delle piccole e medie imprese, come la Confederation of Associations of Small and Medium Enterprises, sono contrarie. Naturalmente sono contento che in Europa ci sia maggiore possibilità di lottare contro i brevetti. Negli Stati Uniti questa non è stata neppure una decisione in sede legislativa; è stata la decisione di una Corte d'Appello che secondo alcuni ha solo applicato male una precedente decisione della Corte Suprema.

MB: Consideriamo ancora la differenza tra brevetto e copyright. Il brevetto ha un potere restrittivo molto superiore. Riguarda l'invenzione stessa (vera o presunta), indipendentemente dal programma implementato. Questo significa che la re-implementazione (la riscrittura) del programma può evitare l'infrazione del copyright, ma non del brevetto?

RMS: Sì, anche se usare il termine re-implementazione può essere fuorviante in questo contesto, proprio in quanto l'infrazione del brevetto non riguarda la similarità con qualche altro programma. Il brevetto sul software non fa riferimento a qualche specifico programma. È una forma di monopolio su una particolare idea computazionale. Un brevetto contiene molte rivendicazioni (claims), e ciascuna di queste comprende diversi punti; qualsiasi programma (o qualsiasi altra cosa) che includa tutti i punti di una claim è proibito. Alcune claims sono ampie, mentre altre sono limitate. In alcuni casi anche queste ultime non sono aggirabili, perché coprono protocolli standard. Implementare un programma di grandi dimensioni, che sia o non sia simile a un programma precedente, infrangerà un grande numero di brevetti, poiché necessita che si combinino e si applichino molte idee. Se il programma contiene migliaia di idee, negli Stati Uniti potrebbe essere coperto da centinaia di brevetti. Se questo programma viene re-implementato, ciò non significa che l'autore del nuovo programma non possa essere portato in tribunale per infrazione al brevetto. Ci saranno probabilmente molti brevetti che coprono idee usate nel suo programma, e in generale egli non sarà il proprietario di nessuna di queste. Così la conseguenza della re-implementazione è che dovrà affrontare la stessa collezione di potenziali cause sul brevetto che anche l'autore del primo programma ha affrontato. Questo sarà di scarso conforto in tribunale.

MB: La sua posizione è che non si possono attribuire brevetti alle idee usate in un programma, così come non si possono attribuire alle verità scientifiche e alle loro espressioni matematiche. Ma cosa pensa dell'argomentazione secondo cui i brevetti sul software forniscono un incentivo all'innovazione e agli investimenti nella ricerca? Ritiene che se non si potessero brevettare algoritmi e idee molta innovazione sparirebbe?

RMS: Credo che non ci sia motivo per pensarlo. Al contrario c'è ragione di credere che i brevetti sul software scoraggino il progresso. Ma anche se lo promuovessero, questo non giustificherebbe il fatto di limitare tutti gli utenti di computer o trasformare lo sviluppo di software in un campo minato dai brevetti. Il progresso è desiderabile, ma questo sarebbe un prezzo troppo alto da pagare. Si noti poi che in passato, prima che venisse introdotto il brevetto sul software, c'è stata abbondanza di innovazione. Quando negli Stati Uniti si è diffuso il brevetto, il risultato è stato piuttosto un trasferimento di risorse dalla ricerca alla brevettazione. I brevetti probabilmente stanno ritardando l'innovazione, al contrario di ciò che si suppone essere il loro obiettivo1. Il punto è che gran parte dell'innovazione viene dalla ricerca universitaria e da coloro che sviluppano il software, che hanno idee su come risolvere i problemi che incontrano via via e le usano. Niente di tutto questo dipende dai brevetti.

MB: Chi sostiene la legittimità dei brevetti mette anche l'accento sul diritto di proprietà. Spesso le viene chiesto perché, dato che considera il diritto di proprietà come un sistema utile in generale, le sembra in questo caso inaccettabile.

RMS: La questione è indubbiamente mal posta. È come chiedere a qualcuno che tenti di riparare un orologio di farlo con un martello visto che, in termini generali, questo è uno strumento utile. La domanda dovrebbe essere rovesciata: perché dovremmo supporre che questo strumento debba essere applicato anche in questo caso? È soltanto un modo ideologico di porre la questione. La maggior parte dei programmatori è contraria ai brevetti sul software perché sa come funziona il sistema dei brevetti e conosce i danni che può fare. Programmare significa combinare una quantità di idee e i programmatori vogliono poterlo fare senza paura di essere chiamati in giudizio. Tuttavia c'è oggi chi pretende di usare come martello il diritto di proprietà, e sta cercando di orientarlo contro il nostro orologio. Ci viene spiegato che questo migliorerà l'orologio, e sebbene noi produttori di orologi siamo certi del contrario, dovremmo crederci. Ma la questione di fondo è un'altra: se tu compri un computer, questo diventa una tua proprietà da usare come preferisci? O diventa proprietà dei detentori di migliaia di brevetti, ciascuno dei quali può limitare il tuo modo di usarlo?

MB: In Europa il brevetto sulle "invenzioni implementate su elaboratore" è attualmente in discussione, ed è in corso una battaglia in cui soprattutto le grandi industrie sono schierate a favore di una brevettazione forte, come negli Stati Uniti; possibilità che proprio in questi giorni ha fatto un passo avanti, con l'approvazione di una direttiva da parte del Consiglio del Ministri. Qual è la valutazione della Free Software Foundation?

RMS: Il Consiglio dei Ministri europeo ha adottato una versione della direttiva sui brevetti che non tiene minimamente conto della precedente decisione di rigetto del Parlamento e ignora le posizioni contrarie espresse da molti Paesi. I Ministri olandese e tedesco, in particolare, hanno sostenuto la brevettabilità del software nonostante il voto contrario dei rispettivi Parlamenti nazionali (il voto del Parlamento tedesco è di poche settimane fa). Noi ci auguriamo che il Parlamento europeo reagisca contestando la legittimità della decisione del Consiglio dei Ministri, ma è difficile fare previsioni. La cosa essenziale sarà convincere i membri del Parlamento a rifiutare i brevetti sul software in seconda lettura.

Note

1. Una ricerca si trova in http://www.researchoninnovation.org/patent.pdf