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di Pier Paolo Baretta
Segretario Confederale CISL
L'impegno a favore di una competitività che sia rispettosa dei diritti e degli interessi di tutti deve essere finalizzato essenzialmente alla realizzazione di una nuova "qualità" della produzione, del lavoro e della vita
Il rapporto tra etica ed impresa, che tanto posto ha avuto nella cultura del periodo dell'avvento del grande capitalismo (basti pensare al filone protestante prima o alla dottrina sociale della Chiesa cattolica), viene spesso presentato, in questa fase storica contrassegnata dalla egemonia di una visione economica fondata sulla competizione più sfrenata, come un virtuosismo intellettuale, o, nel migliore dei casi, come una variante al libero mercato che sarebbe bello realizzare, ma che non ci si può permettere di fronte alle dure regole del capitalismo.
Al contrario, vi sono buone ragioni per ritenere che il tema della responsabilità sociale delle imprese diventerà un aspetto dominante del capitalismo globale.
La responsabilità sociale delle imprese non è, infatti, una variante flaccida del "turbo capitalismo" e, pertanto, meno efficace e competitiva. Essa è, invece, non da sola, ma all'interno di una idea complessiva di modello sociale e democrazia economica, una componente decisiva per l'affermarsi di una nuova teoria economica.
Direi di più: una teoria positiva sul capitalismo e sul suo sviluppo, imposta dai fasti e dalle miserie della globalizzazione, ma resa ancora più urgente dopo le vicende drammatiche dell'11 settembre che, troppo rapidamente, stanno per essere rimosse…
Il problema di un futuro economico capace di coniugare etica e competitività emerge come la sola risposta in grado di garantirci uno sviluppo sostenibile. Basti pensare alla crescita della sensibilità ambientale vissuta come parametro di convivenza e non come vincolo coercitivo.
Amartya Sen teorizza che, senza una diffusione della democrazia politica ed economica e della solidarietà e sussidiarietà, non vi sarà, in futuro, sviluppo. L'economista indiano non dice che in assenza di quei parametri assisteremo ad uno sviluppo diseguale, ingiusto; no! Egli dice che non ci sarà sviluppo.
Questa stessa tesi è ripresa, da un'altra angolazione, da Joseph E. Stiglitz, premio Nobel per l'economia del 2001.
Insomma, la eticità del mercato, della finanza, dell'impresa, del prodotto e del processo non sono utopie, ma terreni concreti che propongono anche una nuova visione dei rapporti di lavoro, i quali, accanto alla crescita della sensibilità sui temi della ecologia, dell'ambiente, della coscienza civile, dei diritti dei consumatori, concorrono a costituire le basi di una teoria per una responsabilità sociale delle imprese.
Vi sono almeno cinque buone ragioni che sostengono la attualità e la strategicità del tema: "responsabilità sociale delle imprese".
La globalizzazione
La prima è, appunto, la globalizzazione.
Poco tempo fa la Danone, una grande multinazionale del settore alimentare, ha annunciato a Le Monde che avrebbe chiuso due stabilimenti in Europa, uno dei quali in Italia. Nel nostro Paese ci sono due stabilimenti della Danone ed i lavoratori non sapevano quale era quello destinato alla chiusura ed hanno vissuto una situazione di incertezza obiettiva e derivata da una informazione anomala.
Le conseguenze sono state una caduta della produttività dei lavoratori, ma anche della credibilità della azienda verso i mercati finanziari.
Non molto tempo prima, i lavoratori della Good Year di Cisterna di Latina hanno saputo della chiusura del loro stabilimento aprendo il sito internet della casa madre che si trova in America, la quale, in nome… della trasparenza – lo dico senza particolare ironia – ha ritenuto che fosse suo compito pubblicare nel suo sito le decisioni del Consiglio di Amministrazione dimenticandosi di avvisare le 700 persone, con le relative famiglie, che dal mattino dopo perdevano il lavoro.
Se saldiamo questi esempi ai casi Nike, Benetton, Renault, ma più recentemente e clamorosamente al caso Enron, comprendiamo come una nuova frontiera dei diritti e delle regole del gioco nel mondo globale sia necessaria: non è in gioco soltanto una visione etica dei rapporti sociali, ma anche la capacità, fondamentale in economia, di tutti i soggetti di essere costruttori e non distruttori.
Un secondo esempio mi sembra pertinente. Tutte le prenotazioni e le informazioni dell'aereoporto di Berlino (ma potrebbe, o potrà, valere anche per Fiumicino o per Malpensa…) sono effettuate, dopo le ore 17 europee, da un Call Center situato in California. Chi chiama pensa di parlare con un operatore che si trova a Berlino, in realtà il suo interlocutore è oltreoceano.
Le nuove tecnologie consentono di superare le differenze di spazio e di tempo ed ottimizzare le risorse, sino al punto che, nel caso citato, mentre in Europa si fa notte, in California si fa giorno, sicché non serve pagare le maggiorazioni dovute per il lavoro notturno.
Il mondo globale ci propone nuove sfide. Intrecciare modernità e tutele è una di queste!
L'organizzazione capitalistica del lavoro
La seconda ragione per la quale l'etica di impresa e la sua responsabilità sociale diventano attuali è legata al cambiamento profondo in atto nella natura dell'organizzazione capitalistica del lavoro.
Fenomeni come la esternalizzazione, l'outsourcing, il decentramento, che fino a qualche anno erano oggetto di studi empirici e di prime osservazioni sul campo, sono oggi all'ordine del giorno dell'organizzazione della produzione in qualsiasi categoria di qualsiasi settore, dalle poste alle imprese manifatturiere, dalle aziende pubbliche locali agli ospedali.
Spesso non sappiamo quando si allunga la catena del valore o quando si spezza la catena dei diritti. E. Luttwack sostiene che una delle ragioni per le quali è potuto realizzarsi l'attacco alle torri è dovuto al fatto che negli ultimi anni le imprese aereoportuali americane hanno appaltato a ditte private la sicurezza degli aereoporti. Queste aziende offrono lavoro solo al minimo salariale e normativo e al massimo delle flessibilità. Sono principalmente gli immigrati ad essere disponibili a lavorare a certe condizioni. Tra gli immigrati una quota importante è di religione musulmana; è possibile che tra questi una quota di fondamentalisti si sia infiltrata. Conclude Luttwack che ci siamo coltivati da soli la nostra insicurezza.
Le nuove tipologie delle forme di lavoro
Un terzo terreno riguarda le nuove tipologie delle forme di lavoro.
La stragrande maggioranza dei lavoratori viene assunta, come sappiamo, con contratti inconsueti sino a pochi anni fa: interinale, coordinato continuativo, parasubordinato, ecc.
Questi ultimi sono ormai, in Italia, oltre i 2 milioni.
Assieme alle altre forme di contratto a termine si arriva a 4 milioni. Ovviamente non tutto è precariato; talvolta sono occasioni importanti di occupazione, ma altre volte si tratta di un binario morto, senza prospettive. La loro proliferazione è dovuta ai costi competitivi e, come nel caso citato da Luttwack, vediamo il rischio di un utilizzo esclusivamente finalizzato alla competitività che non consente lo sviluppo di un percorso lavorativo stabile e di crescita professionale; in prospettiva si riducono le possibilità, per il lavoratore, di affermarsi nel lavoro e il danno non è solo per il singolo, ma per lo stesso patrimonio professionale delle imprese.
La competizione
Nonostante ciò, ed è il quarto punto, la competizione fa sì che le imprese chiedano al lavoratore di mettere nel suo lavoro non solo le braccia, ma anche il suo cervello.
Lo sviluppo delle tecnologie informatiche sta modificando strutturalmente il modo di produrre e consente di gestire nodi ed intrecci impensabili fino a qualche anno fa. Il post fordismo presenta altre e nuove alienazioni, ma stravolge le vecchie, in particolare quella classica relativa alla espropriazione. Infatti, la competizione ha bisogno di ritmi e tempi così accelerati e così destrutturati che il modello produttivo necessita, per funzionare al meglio, di una autonomia e di un coinvolgimento responsabili dei lavoratori sempre più indipendentemente dal tipo di lavoro. Le imprese chiedono, in sostanza, ai lavoratori di lavorare come se fossero dei soci, ma continuano a trattarli come dei salariati.
Il quadro europeo
Esiste, infine, ed è la quinta ragione, un terreno di dibattito e normativo europeo di straordinario interesse. È in formazione un "libro verde" che la Commissione Europea ha iniziato a discutere sulla responsabilità sociale delle imprese. Noi abbiamo manifestato qualche riserva su alcuni punti di merito, ma in questo momento ciò che conta è che si affermi una sensibilità europea sull'argomento.
È in via di preparazione una raccomandazione sull'azionariato dei dipendenti. Si è in attesa di una revisione della direttiva sui Cae. Soprattutto, è stato approvato recentemente lo statuto della Società europea, cioè la direttiva ed il regolamento che consentono la costituzione della Società di diritto europeo: si prevede la possibilità di negoziare forme stabili ed avanzate di partecipazione dei lavoratori, di relazione tra le imprese e i sindacati. Tutte queste norme sono tessere di un unico mosaico che è il modello europeo di dialogo sociale. Il suo consolidamento, la sua crescita e diffusione rappresentano passaggi decisivi nel percorso di costruzione dell'impresa etica.
La crisi del modello antagonista
Va esplicitato, a questo punto, un aspetto teorico: la crisi del modello antagonista nei rapporti sociali è irreversibile. Non penso a quanto accade nelle società emergenti, nelle quali spesso sono in gioco i diritti fondamentali di accesso alla vita, ma mi riferisco alle moderne società industriali e post.
Se il conflitto è una componente vitale e fondamentale della vita collettiva nelle società democratiche e complesse, l'antagonismo si presenta controproducente sia per le imprese che hanno bisogno di collaborazione e responsabilità, sia per i lavoratori che, forse mai come in questa impetuosa epoca di cambiamento, hanno bisogno di dare un senso al loro lavoro, oltre le motivazioni economiche, che pure sono, ovviamente, indispensabili.
Ma, alla crisi dell'antagonismo non corrisponde ancora un modello partecipativo robusto ed adeguato alle nuove sfide. Eppure la sua costruzione è fondamentale affinché la affermazione della responsabilità sociale delle imprese non sia, essa stessa, fragile o corporativa o, peggio, un espediente solo pubblicitario.
Di fronte a queste sfide la responsabilità sociale delle imprese rappresenta una risposta straordinariamente pertinente, quando parliamo di uno statuto dei lavori, di una diffusione della democrazia economica e della partecipazione.
Il ruolo delle Associazioni
Ma la realizzazione di questa strategia non può essere caricata esclusivamente sulle spalle dei singoli. Non possiamo lasciare nessuna impresa da sola, nessun lavoratore da solo, nessuna comunità da sola a costruirsi il futuro e a combattere contro una sfida che appare loro più grande delle singole possibilità.
Emerge, dunque, una responsabilità etica delle associazioni collettive di scopo e di rappresentanza, sia quelle istituzionali, sia quelle economiche. Dobbiamo, tutti, comprendere e far comprendere che nessuno, da solo, è in grado di affrontare la dimensione globale ed accompagnare questo viaggio. C'è un compito ed un ruolo straordinario da svolgere, in questa ottica, per i sindacati come associazione, per le associazioni delle imprese e delle cooperative, per l'associazionismo dei consumatori, per le Camere di Commercio. C'è un salto di qualità da compiere tutti insieme. E, al riguardo, devo osservare che il documento sulla responsabilità sociale, allo studio presso la Commissione Europea, sottovaluta il ruolo importante delle rappresentanze.
Abbiamo di fronte, dunque, una sfida che è prima di tutto culturale e, per vincerla, dobbiamo impegnarci molto sul fronte della formazione, della ricerca e della proposta.
In fin dei conti tutto si riassume in una parola: qualità. La sfida etica insita nella modernità, nella globalizzazione, nella tecnologia consiste nella capacità di progettare, proporre e realizzare una nuova qualità della produzione, del lavoro, della vita.
Una azienda della hold economy, che di qualità se ne intendeva, la Rolls Royce, affermava che "la qualità è un'attitudine mentale".





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