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di Giampio Bracchi
Presidente Fondazione Politecnico di Milano
Milano, centro economico e finanziario del nostro Paese, si distingue nel panorama italiano anche per la vitalità del settore del capitale di rischio, il cosiddetto private equity e venture capital. A Milano, infatti, è presente da anni un'industria importante, caratterizzata da professionisti di alto livello, che fa del capoluogo lombardo un centro motore per il settore, sia con riferimento alla professionalità degli investitori sia al loro livello di specializzazione. I dati resi disponibili da AIFI (Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital) confermano come a Milano vi sia un'alta concentrazione di società che operano sul mercato del capitale di rischio. Nello specifico, su 109 società che costituiscono la realtà italiana, 70 hanno la ragione sociale nella città di Milano. Le società con sede a Milano rappresentano, pertanto, oltre il 60% del totale degli operatori presenti sul territorio nazionale; nel capoluogo lombardo lavorano circa 500 persone, pari al 63% dei professionisti impiegati complessivamente in Italia in società che effettuano operazioni di private equity. Allargando l'orizzonte agli investimenti effettuati in Lombardia, si vede che il mercato del capitale di rischio nella regione rappresenta più di un terzo del totale nazionale, con una tendenza ormai da anni consolidata (in media 800 milioni di euro all'anno). La forte concentrazione di operatori di private equity è sicuramente positiva per lo sviluppo del tessuto economico e produttivo lombardo, che può contare su un importante supporto per i progetti imprenditoriali di sviluppo. Gli operatori di private equity in Italia comprano e vendono ogni anno imprese che occupano 70.000 addetti, e quindi più di 20.000 in Lombardia, e contribuiscono grandemente al loro sviluppo. Tuttavia, si riscontrano alcune difficoltà collegate a particolari segmenti e ad alcuni settori di intervento, come si può vedere esaminando dove sono confluiti i fondi messi a disposizione. Dal punto di vista della tipologia di operazioni, nella stragrande maggioranza dei casi si è trattato di operazioni di management buy out (80%), nelle quali l'investitore rileva la maggioranza dell'impresa a fianco di manager che diventano i nuovi imprenditori. Al secondo posto, ma ben distanziate in termini di risorse finanziarie assorbite, ci sono le cosiddette operazioni di sviluppo (expansion), dove l'investitore è entrato nel capitale in minoranza, per affiancare l'imprenditore nel processo di crescita. La classifica si inverte se si considera il numero di investimenti e non l'ammontare impiegato. In questo caso sono, infatti, le operazioni di expansion le più numerose. È invece evidente la scarsa attenzione verso il finanziamento della nascita di nuove imprese (start up), che, del resto, si riscontra in tutta Italia. Tale dato va letto insieme al limitato interesse manifestato nei confronti degli investimenti in imprese tecnologiche, che sono riuscite a raccogliere soltanto il 6% dei capitali investiti a livello regionale, e il 5% su scala nazionale. Sicuramente su questo fronte bisogna lavorare molto, perché si alimenta il rischio di perdita di competitività e non si creano le basi per lo sviluppo dell'economia nel lungo termine. A rallentare il venture capital e la promozione degli start up è, fra l'altro, la debolezza della ricerca industriale e l'insufficiente presenza di investitori specializzati in high tech.
Le iniziative
Per questo specifico e importante segmento appare sempre più necessaria una politica ad hoc, con un rigoroso impegno delle istituzioni pubbliche finalizzato a intervenire a fianco degli operatori privati attraverso l'utilizzo di strumenti di mercato. Alcuni incentivi sono già a disposizione. La Regione Lombardia ha, infatti, già promosso, insieme alla finanziaria regionale, un fondo di fondi focalizzato sugli investimenti in venture capital high tech ed è sicuramente, insieme all'Emilia Romagna e al Friuli Venezia Giulia, tra le amministrazioni locali più attive nel sostegno al mercato del capitale di rischio. A questo riguardo, sarebbe comunque importante convogliare, secondo criteri e finalità omogenee, anche i capitali provenienti da diverse istituzioni, quali le Camere di Commercio, le Fondazioni e le banche locali, per costituire un fondo di fondi finalizzato a erogare capitali per il lancio di nuovi fondi, destinato a start up e a piccole imprese innovative, gestito secondo logiche di mercato tipiche del private equity. Le istituzioni sopra richiamate, infatti, stanziano già ogni anno significative dotazioni di capitali, veicolate attraverso l'emissione di bandi a sostegno della creazione di imprese innovative o high tech, che promuovono spesso congiuntamente a Regioni e Province. In tale ambito, si potrebbe ipotizzare la creazione di un agile comitato di promozione e monitoraggio degli strumenti che agevolano l'accesso al capitale di rischio da parte delle piccole e medie imprese innovative, con l'obiettivo di massimizzare le sinergie e quindi i risultati delle varie iniziative. La creazione di un fondo di fondi con capitali pubblici può contribuire ad attrarre anche i capitali privati nel cofinanziamento delle iniziative selezionate, se strutturato attraverso schemi che fissino un limite massimo alla remunerazione dei capitali pubblici e attribuiscano il plusvalore eccedente agli operatori privati. Inoltre, sarebbe utile anche un'azione divulgativa, mirata a sostenere l'efficacia delle misure già attive, affinché possano essere conosciuti meglio dagli operatori gli incentivi già disponibili a livello pubblico centrale, quali i fondi stanziati dalla Finanziaria 2005 e gestiti da Sviluppo Italia per il sostegno al "fund raising", nonché i capitali a valere sulla legge 388/00, gestiti dal Mediocredito Centrale e destinati al finanziamento di imprese innovative. D'altra parte, sarebbe anche importante che ci fosse un maggiore collegamento tra le varie misure, a carattere locale e centrale, sull'esempio che proviene dall'esperienza francese, dove si assiste, oltre che a un'ampia articolazione di incentivi finalizzati al sostegno del settore del capitale di rischio, anche a un buon coordinamento tra le diverse istituzioni coinvolte nei diversi provvedimenti. Grazie a questa logica del "fare sistema", in Francia sono stati più di 100 gli operatori di private equity e venture capital finanziati con capitali pubblici, a fronte di un investimento complessivo di oltre 600 milioni di euro, nell'arco degli ultimi 5 anni, a favore del settore. Se si considerano gli investimenti dal punto di vista settoriale, in Lombardia le aree che hanno raccolto maggiori investimenti sono stati i prodotti e servizi per l'industria, le telecomunicazioni e il settore chimico. Si segnala anche l'elevato interesse per il settore manifatturiero e quello dei beni di consumo, allineato all'attenzione riscontrabile nel resto del Paese per gli stessi comparti. Un'interessante frontiera per lo sviluppo del private equity potrebbero essere le privatizzazioni locali. In questo ambito, gli interventi potrebbero essere finalizzati a rilevare, attraverso accordi con i Comuni, le local utilities che operano nell'ambito dell'energia, dell'acqua, dei rifiuti e dei trasporti, che i fondi concorrerebbero a sviluppare con un congruo volume di investimenti, estendendo il raggio di azione a una gestione più dinamica e moderna. Da ultimo, per potenziare ulteriormente l'accesso all'offerta di capitale di rischio da parte delle realtà imprenditoriali presenti sul territorio lombardo e, più in generale, del nostro Paese, è necessario allargare la raccolta di capitali a sostegno di nuove iniziative di venture capital. Il salto di concorrenzialità del nostro sistema può essere realizzato raccogliendo capitali non soltanto presso le banche o sui mercati internazionali, che ad oggi rappresentano le fonti prevalenti della raccolta, ma anche attraendo nuovi investitori istituzionali, come le fondazioni bancarie e i fondi pensione. Per avvicinare questi sottoscrittori istituzionali, oltre a risolvere alcuni aspetti di carattere tecnico, occorre destinare una quota di risorse ad hoc, nell'ambito della gestione patrimoniale di questi Enti, all'investimento in quote di fondi di private equity e, fattore non trascurabile, superare le reticenze di carattere culturale che collegano questa attività a un elevato profilo di rischio. L'attrattività del mercato italiano si può adeguatamente motivare sulla base degli elevati ritorni storici che segnalano una performance decennale media lorda pari al 28,5%, corrispondente a un valore netto, dopo la detrazione di oneri fiscali e dei costi di gestione, intorno al 17% (fonte AIFI-KPMG). Il dato netto va confrontato con l'11,9% dell'intero mercato europeo e con il 12,7% del mercato americano (secondo i dati dell'Associazione Europea di Private Equity e Venture Capital e di quella statunitense). Ancora più nello specifico, i dati storici degli ultimi 20 anni mostrano che i rendimenti di un investimento in private equity e venture capital non sono direttamente correlati a quelli delle altre classi di investimento più tradizionali e che un portafoglio composto da investimenti in capitale di rischio genera, nel lungo periodo, rendimenti superiori a quelli degli altri investimenti, offrendo all'investitore un'opportunità di diversificazione e un profilo rischio/rendimento assai favorevole. Gli operatori di private equity per altro hanno già oggi consistenti risorse a disposizione: i capitali disponibili per investimenti presso gli operatori localizzati in Italia ammontano, secondo una stima di AIFI, a circa 5 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti almeno altrettanti capitali degli operatori internazionali. Si potranno quindi avere, anche nel futuro, flussi importanti di capitali a sostegno dell'economia italiana e lombarda, confidando che esso, oltre a rafforzare la nostra tradizionale struttura imprenditoriale e a facilitare le fasi di passaggio generazionale delle imprese esistenti, siano anche destinati a nuove iniziative a elevata tecnologia, sulle quali si basano molte delle nostre prospettive di sviluppo futuro.





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