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di Alberto Quadrio Curzio
Preside della Facoltà di Scienze politiche, Università Cattolica di Milano
La dottrina sociale cattolica aveva ormai più di un secolo da quando apparve la enciclica "Rerum Novarum" di Leone XIII, nel 1891. In questo periodo, fermi restando i principi fondamentali per la tutela e la promozione della persona in libertà e responsabilità, l'attenzione ai vari problemi è andata cambiando con le vicende dell'economia e della società. Giovanni Paolo II ha proseguito in questa linea di continuità e rinnovamento, collegandosi più direttamente alla riflessione di Giovanni XXIII e di Paolo VI, che già avevano percepito e indagato i segni dei tempi nuovi in economia con la crescente rilevanza delle questioni dell'internazionalizzazione e dello sviluppo. Come abbiamo già avuto modo di commentare1 su "Il Sole 24 Ore" al momento della dipartita terrena di Giovanni Paolo II, la sua storia personale, sia con l'esperienza diretta in fabbrica sia per via del suo aver vissuto come sacerdote e vescovo nell'oppressione di un regime comunista, ha certamente segnato il suo modo di leggere la realtà e la sua enfasi sull'applicazione concreta dei grandi principi di libertà e responsabilità, di sussidiarietà e solidarietà. Giovanni Paolo II, in linea con i suoi citati predecessori, ha proposto un messaggio di intelligenza e di misura, che noi riprenderemo considerando soprattutto la Centesimus Annus, affermando innanzitutto un principio metodologico che a molti sfugge, quando si tratta della dottrina sociale cattolica. E cioè che "la Chiesa non ha modelli da proporre. I modelli reali e veramente efficaci possono solo nascere nel quadro delle diverse situazioni storiche, grazie allo sforzo di tutti i responsabili che affrontino i problemi concreti in tutti i loro aspetti sociali, economici, politici e culturali che si intrecciano tra loro. A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che [...] riconosce la positività del mercato e dell'impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune" (CA, 43). È questo principio che dovrebbe consentire a tutti, anche ai non cattolici, di riflettere serenamente su questa impostazione socio-economica. Venendo ai temi più specifici, sempre seguendo il documento più significativo di questo cammino, e cioè la Centesimus Annus, - l'enciclica sociale del 1991, scritta nel centenario della Rerum Novarum- rileviamo che la sensibilità di Giovanni Paolo II all'economia della conoscenza e alla responsabilità sociale dell'impresa ha anticipato molti temi che, in questi anni, sono diventati di estrema attualità. Tra i caratteri fondamentali della Centesimus Annus c'è la visione chiara della democrazia economica basata sia sul mercato (che intermedia le infinite decisioni di produttori e consumatori), sia sulla politica economica (che integra e corregge certi automatismi del mercato, fornisce beni pubblici, persegue obiettivi di equità).
La democrazia economica di mercato
E il capitalismo viene valutato positivamente solo se, in un contesto istituzionale responsabile, "si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia" (CA, 42). Su questo sfondo, tra i molti aspetti se ne possono sottolineare due: l'impresa e la conoscenza. L'impresa viene valorizzata non solo come momento di efficienza che genera profitto, riconosciuto come importante, ma come sistema complesso dove imprenditorialità e risorse umane (di lavoro, organizzative, scientifiche, tecnologiche) collaborano in una "comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell'intera società" (CA, 35). È interessante ricordare a questo proposito che già nella Sollicitudo Rei Socialis (1987) Giovanni Paolo II scriveva: "Occorre rilevare che nel mondo d'oggi, tra gli altri diritti, viene spesso soffocato il diritto di iniziativa economica. Eppure si tratta di un diritto importante non solo per il singolo individuo, ma anche per il bene comune. L'esperienza ci dimostra che la negazione di un tale diritto, o la sua limitazione in nome di una pretesa "eguaglianza" di tutti nella società riduce, o addirittura distrugge di fatto lo spirito d'iniziativa, cioè la soggettività creativa del cittadino. Di conseguenza sorge, in questo modo, non tanto una vera eguaglianza, quanto un "livellamento in basso". Al posto dell'iniziativa creativa nasce la passività, la dipendenza e la sottomissione all'apparato burocratico che, come unico organo «disponente» e "decisionale" - se non addirittura "possessore" - della totalità dei beni e mezzi di produzione, mette tutti in una posizione di dipendenza quasi assoluta¿." (SRS, 15). Sulla conoscenza, la posizione di Giovanni Paolo II è stata molto interessante nell'individuare la connessione con la "moderna economia d'impresa" e con lo sviluppo. Nove anni prima del Consiglio europeo di Lisbona, che ha posto l'economia della conoscenza come obiettivo strategico dell'Unione, nella Centesimus Annus era scritto infatti: "Ma un'altra forma di proprietà esiste, in particolare, nel nostro tempo e riveste un'importanza non inferiore a quella della terra: è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate molto più che su quella delle risorse naturali. Si è ora accennato al fatto che l'uomo lavora con gli altri uomini, partecipando a un"lavoro sociale" che abbraccia cerchi progressivamente più ampi. Chi produce un oggetto lo fa, in genere, oltre che per l'uso personale, perché altri possano usarne dopo aver pagato il giusto prezzo, stabilito di comune accordo mediante una libera trattativa. Ora, proprio la capacità di conoscere tempestivamente i bisogni degli altri uomini e le combinazioni dei fattori produttivi più idonei a soddisfarli, è un'altra importante fonte di ricchezza nella società moderna. Del resto, molti beni non possono essere prodotti in modo adeguato dall'opera di un solo individuo, ma richiedono la collaborazione di molti al medesimo fine. Organizzare un tale sforzo produttivo, pianificare la sua durata nel tempo, procurare che esso corrisponda in modo positivo ai bisogni che deve soddisfare, assumendo i rischi necessari: è, anche questo, una fonte di ricchezza nell'odierna società. Così diventa sempre più evidente e determinante il ruolo del lavoro umano disciplinato e creativo e - quale parte essenziale di tale lavoro - delle capacità d'iniziativa e d'imprenditorialità". (CA, 32). E conclusivamente: "Se un tempo il fattore decisivo della produzione era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso, e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro". (CA, 32)
L'internazionalizzazione
Ci siamo sin qui concentrati su impresa e conoscenza. Ma per comprendere appieno l'insegnamento socio-economico di Giovanni Paolo II bisogna anche tenere presente la sua valutazione sulla internazionalizzazione, dove particolare enfasi viene posta sui nessi con la crescita del Sud del mondo, perché questi Paesi "devono essere i primi artefici del proprio sviluppo; ma deve esser data loro una ragionevole opportunità di realizzarlo, e ciò non può avvenire senza l'aiuto degli altri Paesi" (CA, 28). Parlando del mercato mondiale e della globalizzazione, il Papa elabora una tesi importante che persino gli economisti non sempre capiscono. Egli afferma, infatti, che i "Paesi che si sono esclusi hanno conosciuto stagnazione e regresso, mentre hanno conosciuto lo sviluppo i Paesi che sono riusciti a entrare nella generale interconnessione delle attività economiche a livello internazionale" (CA, 33). L'apertura del Pontefice alla globalizzazione è coerente con la soddisfazione per la caduta "politica" dei muri e delle frontiere e con il passaggio alla democrazia di molti Paesi prima stretti nella morsa comunista.
Conclusioni
Vengono valorizzate, dunque, la democrazia economica di mercato e il ruolo della internazionalizzazione, entrambe collocate nella "geo-economia dello sviluppo" che dipende anche da grandi scelte politiche. Il messaggio sociale autentico di Giovanni Paolo II risiede quindi nell'insistenza sul nesso tra la libertà e la responsabilità. Un legame fondamentale per promuovere la persona su un progetto di complessa ma fruttuosa convivenza tra etica ed economia.
Nota 1
Cfr "Il Sole 24 ore" del 5/04/2005.





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