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di Giuseppe Tripoli
Segretario Generale Unione Italiana delle Camere di Commercio
Le piccole e medie aziende hanno saputo coniugare i propri processi di espansione con la crescita del sistema socio-economico in cui operavano: il ruolo delle CCIAA
Ho accettato volentieri di scrivere un articolo per questo numero di Impresa & Stato, perché ho la sensazione che il tema della responsabilità sociale dell'impresa stia emergendo in tutta la sua rilevanza nell'attuale dibattito politico-economico italiano. Non solo tra gli addetti ai lavori, sono in molti a essersi accorti dell'importanza di questo fenomeno, che non si limita al solo aspetto della produzione, generalmente in realtà lontane dal nostro Paese, né riguarda solo le grandi aziende.
È vero che la responsabilità sociale sinora è stata promossa sostanzialmente dalle grandi imprese multinazionali, le più esposte alle pressioni nazionali di coesione economica, difesa della salute e sicurezza nel lavoro, e a quelle globali di rispetto per l'ambiente e i diritti fondamentali dell'uomo. La responsabilità sociale, come la gestione della qualità, viene considerata da queste imprese in primo luogo come un investimento a lungo termine, che consente di minimizzare i rischi connessi alle incertezze dell'ambiente esterno.
Poche settimane fa, in un documento per il World economic forum di New York, Christopher Bartlett (della Harvard Business School) ha invocato il senso di responsabilità dei grandi manager affermando che "i leader delle multinazionali devono fare molta attenzione all'impatto delle loro azioni sul fragile contesto economico, politico e sociale in cui operano".
Parallelamente, al World social forum di Porto Alegre, è stato ribadito che le azioni responsabili delle singole imprese sono qualcosa di simile a "specchietti per le allodole", specialmente se si considera che – per attrarre gli investimenti esteri diretti – i Paesi più poveri praticano estese forme di dumping sociale e ambientale, tollerando comportamenti poco etici. Non a caso, i tentativi di introdurre i capitoli del lavoro e dell'ambiente nei trattati della World Trade Organization per la liberalizzazione del commercio mondiale si sono scontrati con l'opposizione insormontabile dei Paesi in via di sviluppo. Questo è anche il motivo per cui le Nazioni Unite privilegiano l'adesione volontaria ai codici di accountability internazionale: possono accedere alle patenti di merito del Global Compact solo le imprese che accettano i principi etici previsti dall'ONU e si impegnano a pubblicizzare almeno una volta l'anno le attività realizzate per metterli in atto.
Di recente la Commissione Europea ha elaborato un Libro verde sul tema di cui discutiamo, partendo dal presupposto che per le imprese "essere socialmente responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici applicabili, ma anche andare al di là investendo di più nel capitale umano, nell'ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate"1. In sede comunitaria alcuni aspetti vanno precisati sull'argomento; prendiamo, giusto per fare un esempio significativo, il caso dell'inquinamento globale e dello sviluppo sostenibile.
L'integrazione volontaria dei rischi ecologici nelle operazioni commerciali delle imprese, e nelle re-
lazioni con tutti gli attori interessati (i lavoratori, gli azionisti, le organizzazioni non governative, le associazioni dei consumatori e le istituzioni locali), è senz'altro utile per favorire il radicamento delle stesse imprese nelle comunità in cui sono localizzate le loro attività. Ciò nonostante, il contributo fondamentale alla lotta contro i fenomeni dell'effetto serra verrà molto probabilmente dalle scelte tecnologiche innovative delle grandi aziende leader, ispirate proprio da un'ottica di difesa del mercato; si pensi solo alla scelta, ormai definitiva per molte grandi case automobilistiche, di sviluppare a breve-medio termine la produzione di macchine alimentate direttamente o indirettamente dall'idrogeno.
Con ciò voglio sottolineare due aspetti che non vanno sottovalutati. Il primo è che per molte delle sfide planetarie che abbiamo di fronte non dobbiamo dimenticare la necessità di interventi politici più attenti ai meccanismi del mercato, con strumenti più flessibili e oggi socialmente accettati. Il secondo aspetto, tutto da approfondire, è legato invece al ruolo del modello prevalente di gestione aziendale nella definizione degli obiettivi.
Alcuni studiosi affermano che l'approccio americano, teso in primo luogo ad accrescere il valore dell'impresa per gli investitori, esalta oltre misura la contendibilità delle aziende. All'opposto il modello europeo di corporate governance, anche se oggi ci appare in rapido mutamento, sconta legami molto più stretti tra le famiglie, le banche e le imprese; è normale, quindi, che nel Vecchio Continente si attribuisca molta più attenzione alla responsabilità sociale di queste ultime, alla crescita della loro credibilità anche attraverso una presenza attiva nel dibattito pubblico, al loro coinvolgimento in problemi di welfare e cultura.
D'altra parte, la social accountability d'impresa ha mosso i primi passi proprio negli Stati Uniti, il solo Paese in cui la stessa finanza etica ha conosciuto una diffusione su larga scala; inoltre, sebbene la responsabilità sociale non comprenda il sostegno attivo a cause "esterne", sul piano dell'efficacia non si può negare che alcune aziende e magnati americani hanno destinato alla difesa dei fondamentali diritti umani, e ad altri programmi di sviluppo, più risorse di quanto non abbiano fatto molte istituzioni pubbliche occidentali.
Negli ultimi anni diverse inchieste sui comportamenti dei consumatori mostrano che sono sempre più numerosi quelli desiderosi di acquistare prodotti/servizi affidabili e sicuri, ma anche di sapere che sono stati fabbricati secondo criteri socialmente responsabili; una quota crescente di consumatori affermano, in particolare, di essere disposti a pagare un prezzo più alto per i beni e le prestazioni che rispondono a questi criteri. La responsabilità sociale tende cioè a trasformarsi da investimento per minimizzare i rischi a fattore di miglioramento del vantaggio competitivo.
Il contributo del sistema camerale
Come entra il sistema camerale in questo discorso? C'entra anzitutto a partire dalla consapevolezza che la cultura precede sempre l'economia e ne determina prospettive e possibilità. Uno sviluppo economico armonico è quello che poggia su norme sociali e codici di comportamento condivisi, sulla consapevolezza che è il capitale sociale che rende reale una società globale e, in essa, la percezione del benessere.
L'iniziativa delle Camere di Commercio italiane, in questi anni, mostra nel particolare come si sviluppino i valori di responsabilità sociale delle imprese. Mi riferisco a una realtà fatta di piccole e medie aziende che hanno vissuto quasi sempre i processi di espansione coniugandoli con la crescita sociale del territorio nel quale si sviluppavano.
Il merito di questo va riconosciuto agli imprenditori, che non hanno disgiunto l'attenzione al profitto da quella della promozione collettiva del sistema socio-economico nel quale operavano. E hanno determinato, in questo modo, il successo di quel fenomeno così italiano, e così moderno, dei distretti industriali.
Ma questo processo è stato possibile anche per merito del sistema camerale. Anzitutto esso ha saputo innescare ed alimentare il rapporto tra territorio e impresa, contribuendo così alla crescita della cultura d'impresa e a un rapporto sano tra imprese e istituzioni.
In secondo luogo, le Camere di Commercio danno un contributo attraverso le proprie funzioni di regolazione del mercato: dando per scontato che – prima di autoregolamentarsi sotto il profilo etico – le aziende devono rispettare le norme esistenti, esiste invero una zona grigia piuttosto vasta tra quelle giuridiche e quelle morali che potrebbe trovare spazio proprio in un codice etico adeguato, che enunci cioè i diritti e i doveri dell'impresa nei confronti degli shareholders e di tutti gli stakeholders. Ne deriverebbe la possibilità di eliminare numerose disfunzioni che emergono nella vita delle aziende, quali le clausole abusive nei contratti, senza acuire gravemente i contrasti con i consumatori2.
In terzo luogo, le Camere di Commercio saranno necessariamente coinvolte nel promuovere presso le PMI la corporate social responsibility e i suoi strumenti di applicazione e controllo, come elementi di marketing strategico e operativo. Anche su questo, tuttavia, dobbiamo essere realisti: come insegna il caso della certificazione di qualità dei prodotti e dei processi, la diffusione di tali strumenti sarà imposta alle piccole imprese in primo luogo proprio da quelle più grandi, orientate a difendere la propria reputazione imponendo determinati standard di salute e sicurezza anche ai propri fornitori e subappaltatori.
In questo quadro, le CCIAA possono contribuire a promuovere la responsabilità sociale pure attraverso l'identificazione dei bisogni di formazione e di servizio delle piccole e medie imprese che emergono in questa linea di sviluppo, e con la predisposizione di strumenti di supporto adeguati alle loro specifiche esigenze, valorizzando appieno quanto prodotto dai poli di eccellenza della rete camerale.
Concludendo, dobbiamo fare quanto è possibile per evitare che le decisioni comunitarie su questo tema finiscano per imporre oneri aggiuntivi sulle PMI, visto che per alcune forme di responsabilità – quella verso i dipendenti – l'Unione Europea ha già elaborato progetti di direttiva (penso alla proposta sulla formazione e consultazione dei lavoratori nella Comunità) che introducono nuovi vincoli giuridici per le imprese con più di 50 addetti e per gli stabilimenti che ne abbiano oltre 20.
Note
1. Commissione delle Comunità europee, "Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese", Bruxelles, 18.7.2001, COM(2001) 366 definitivo, pp. 7.
2. Una posizione simile è stata avanzata alcuni mesi fa da Guido Alpa.





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