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di Enrico Ambroso
Servizio Comunicazione di Sviluppo Italia
Occorre incentivare tutte quelle politiche dirette a favorire la creazione di nuove attività economiche autonome e l'ampliamento della base imprenditoriale
Lo sviluppo locale è un processo nel quale un certo numero di soggetti privati e di istituzioni pubbliche si mobilita nell'ambito di un territorio con il fine di realizzare, aumentare e migliorare il proprio contesto economico impiegando le risorse disponibili nel modo più opportuno. Viene quindi messa in atto una serie di comportamenti per aumentare e potenziare le opportunità di lavoro, il livello del reddito, la qualità della vita in senso lato. Le politiche di sviluppo impostate in tal modo stimolano la partecipazione degli attori sociali nella gestione delle decisioni e sono in grado di contribuire a rinforzare la partecipazione democratica.
Come afferma un documento sul Mezzogiorno redatto qualche anno fa dalla Conferenza Episcopale: "Lo sviluppo è un processo di popolo", cioè di tutti. Dunque non è legato soltanto alla crescita del livello di Prodotto interno. La questione di fondo è quella di verificare se sia possibile affidare ai singoli operatori le leve dello sviluppo di un'area. Per fare questo è necessario impostare una politica in grado di stimolare un atteggiamento di autodeterminazione della domanda locale selezionandola ed accompagnandola.
Il processo di sviluppo locale determina il coinvolgimento di una pluralità di operatori ambientali in grado di progettare, moltiplicare e mettere in atto programmi e strategie. Le caratteristiche del territorio inducono e influenzano i processi locali di sviluppo, costituiscono il fulcro del sistema di trasformazione e rappresentano una ricca fonte di potenziali risorse.
La scelta tra le diverse politiche dipende essenzialmente dalle caratteristiche dell'area, dalle preferenze registrate a livello locale e dalle risorse disponibili in quel territorio. Il fine prioritario resta, in ogni caso, il processo di creazione di nuova occupazione. Di solito nei contesti locali nei quali vengono applicati gli strumenti che mirano alla creazione di posti di lavoro vengono inseriti programmi che tendono ad incentivare il lavoro autonomo e ad incoraggiare l'avvio di nuove imprese.
Una delle derive fondamentali è rappresentata dalla creazione di una base economica diversificata e flessibile. Per questo sono risultate particolarmente idonee le politiche che spingono a creare e a promuovere un tessuto impostato su attività autosufficienti di lavoro autonomo e di piccole e medie attività imprenditoriali. Infine, è bene ricordare che queste politiche sono spesso accompagnate anche da interventi che spingono verso la messa in atto di piani finanziari in grado di attrarre investimenti.
L'esperienza sul campo ha dimostrato che le politiche per la creazione di impresa e per l'avvio di nuove attività di lavoro autonomo sono in grado di concorrere alla realizzazione di valide economie territoriali favorendo la buona amministrazione e la partecipazione democratica. I programmi comprendono una serie molto ampia di strumenti quali il finanziamento di nuove iniziative imprenditoriali, la realizzazione degli incubatori di aziende, l'avvio di parchi letterari e turistici, la promozione di reti di vendita, la fornitura di competenze in ambiti specifici. La scelta delle strategie dipende dalle caratteristiche dell'area, dalle preferenze riscontrate a livello locale e dalle risorse disponibili. Il fine ultimo resta, comunque, il processo di creazione di nuove attività di lavoro autonomo e l'ampliamento della base imprenditoriale.
Uno degli aspetti principali di tali sistemi, che si sviluppano seguendo una direttrice sociale e operativa che va dal basso verso l'alto, è rappresentato dalle politiche dirette alla promozione delle azioni che si ispirano alle teorie rivolte alla diffusione e alla crescita della imprenditorialità. La nascita di nuove imprese e il sorgere di attività economiche autonome e indipendenti comportano inevitabilmente la realizzazione di nuovi posti di lavoro e il miglioramento della qualità della vita dei singoli e del contesto in cui si collocano.
Con questa chiave di lettura si può declinare anche la direttrice dell'economia sommersa. In questo campo una risposta potrebbe essere quella di operare in maniera fiscale attraverso i condoni o la repressione ma questa soluzione rischia di affrontare il problema in modo limitato e circoscritto. È necessario invece compiere uno sforzo in più. Considerare le ragioni che hanno determinato la presenza di soggetti "sommersi" e perché questi esprimano resistenza alla emersione. Ovvero, per comprendere fino in fondo il fenomeno, ed adottare di conseguenza le misure più adeguate, è utile sforzarsi di capire se i soggetti sommersi siano colpevoli per scelta o per effettive difficoltà oggettive che ne ostacolano l'emersione. Per questo il primo aspetto da considerare è quello di mettere in atto meccanismi di selezione e di agevolazione, anche indiretti, in grado di avviare processi in maniera non automatica ma necessariamente discrezionale, ma non arbitraria, per valutare e decidere.
La legge 608/96 sul "Prestito d'Onore"
Per molteplici aspetti il Prestito d'Onore continua a rappresentare una nota di evidente innovazione nel panorama degli interventi per lo sviluppo che tendono a favorire il lavoro autonomo e l'auto-imprenditorialità di piccola dimensione. La misura è applicabile in tutti i comuni del Mezzogiorno e in buona parte di quelli del Centro e del Nord d'Italia per un totale di 5.934 su 8.100 comuni, pari al 73,2% del totale.
Dal punto di vista quantitativo l'impatto di questo strumento è stato sorprendente. In cinque anni sono state presentate oltre 140 mila domande delle quali poco meno di 35 mila sono state ammesse ai finanziamenti (tab1). Circa il 90% delle iniziative avviate è tuttora in attività. Il tasso di mortalità si presenta molto bas- so grazie al percorso di accesso ai benefici che ha consentito l'autovalutazione da parte del singolo delle proprie attitudini, delle competenze, delle inclinazioni e delle capacità gestionali.
Il 61% dei beneficiari rientra nella classe di età che va dai 18 ai 30 anni, mentre un ulteriore 35% ha un'età compresa tra i 35 e i 44 anni. Quindi il 96% dei finanziati dalla legge 608/96 si concentra nella classe dei "giovani" fotografando demograficamente la disoccupazione e l'occupazione sommersa presente nel Mezzogiorno e negli altri Comuni del Centro-Nord dove è applicabile.
Il carattere di "disoccupazione intellettuale" dei beneficiari è confermato dal possesso del titolo di scuola media superiore da parte del 55% e da un 19% di soggetti che ha conseguito il diploma di laurea.
L'81% dei finanziati attribuisce alla "Propensione al lavoro autonomo" il ruolo di motivazione principale alla scelta imprenditoriale; al secondo posto vi è "la possibilità di ottenere un finanziamento"; al terzo posto troviamo "la valorizzazione delle competenze personali". Solo in ultima posizione, tra le motivazioni che hanno spinto nel determinare la scelta, vi è la difficoltà di trovare un posto di lavoro dipendente. La legge 608/96 ha coinvolto lavoratori autonomi "in potenza", lavoratori autonomi "di fatto", lavoratori autonomi "per necessità", lavoratori autonomi "figli d'arte". Ha risposto ai bisogni dei "detentori di sapere", dei "conoscitori del mestiere", dei "cacciatori di opportunità". Ha riguardato soggetti più o meno motivati e più o meno specializzati e competenti, in grado di gestire rapporti e relazioni complesse come quelle produttive legate al mondo del lavoro. Il Prestito d'Onore ha comunque consentito a tutti di accedere ad agevolazioni finanziarie reali e di mettere alla prova il proprio grado di autoimprenditorialità.
Oltre a questo lo strumento ha funzionato come misura per l'emersione, innescando un effetto di accelerazione del processo quando le scelte lavorative del singolo erano potenzialmente orientate verso un modello di lavoro autonomo regolare.
L'obiettivo dell'emersione, anche se non previsto né esplicitato dalla legge, si è rivelato di fatto ed è stato confermato dai risultati raggiunti: per circa il 30% dei casi, infatti, il Prestito d'Onore ha funzionato da strumento di regolarizzazione di attività già in essere. Circa 10 mila sono state le "regolarizzazioni" di attività sommerse, su un totale di oltre 34 mila soggetti ammessi ai finanziamenti.
I soggetti "emersi" col Prestito d'Onore forniscono importanti esempi sulle molteplici, possibili e realistiche vie per l'emancipazione (produttiva, legale e commerciale) di quelle piccole attività di impresa che, a seconda delle situazioni di partenza, vengono definite marginali, volatili, informali o sommerse. Il Prestito d'Onore ha potuto risolvere molte situazioni irregolari e difficili da recuperare per la naturale flessibilità del meccanismo agevolativo in grado di attivare una serie di incentivi finanziari e di servizi reali, consentendo così un facile adeguamento dello strumento alle richieste, alle esigenze e alle condizioni di origine dei beneficiari.
Nella valutazione della sostenibilità della regolarizzazione, il beneficiario tiene conto del fatto che il costo relativo è commisurato alla non breve durata dei vincoli giuridici che comporta il meccanismo della legge 608. Chi ha fatto la scelta di emergere col Prestito d'Onore ha spesso preso una decisione consapevole con una prospettiva univoca. L'esperienza osservata su una miriade di casi ha confermato che l'effetto emersione generato dal Prestito d'Onore è un processo che tende ad essere definitivo e che, attraverso l'offerta pubblica di un percorso agevolativo amichevole, spinge i beneficiari ad assumersi le responsabilità della nuova identità acquisita.





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