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di Lanfranco Senn
Docente di Economia Regionale, Università Bocconi, Milano.
Che Milano rappresenti un nodo della rete globale è testimoniato anche dall'andamento del mercato del lavoro. Un nodo si caratterizza, infatti, per la sua concentrazione e per la forza dei legami che intrattiene con il territorio che lo circonda, con una tendenza decrescente con l'aumento della distanza dei flussi. Nel caso del mercato del lavoro non è difficile comprendere che la prima caratteristica della funzione nodale, inevitabilmente, prevale sulla seconda. Quest'ultima, infatti, è legata al fenomeno del pendolarismo, il cui bacino di gravitazione è delimitato da un raggio massimo di mobilità che difficilmente supera i 100 km e un'ora, o un'ora e mezza, di tempo. Diversa è, invece, la caratteristica della concentrazione di domanda e offerta di lavoro, che assume connotati di stabilità e che vede persone e imprese decidere di localizzarsi in una grande città o area metropolitana. È indubbio che la forza di attrazione di Milano per chi offre e domanda lavoro abbia un peso notevole. Nel 2001, in occasione dell'ultimo censimento dell'Industria e dei Servizi, nella città di Milano lavoravano 789.300 addetti, che rappresentavano il 44,1% degli addetti provinciali; il 20,2% di quelli regionali e il 4,1% di quelli nazionali. Il dato di stock è impressionante e suggerisce valutazioni di quasi piena occupazione, anche se il trend temporale più recente mostra qualche segno di rallentamento, dovuto sia alla situazione congiunturale in cui versa l'economia nazionale, sia al progressivo "allargamento" e decentramento del sistema metropolitano. Nell'ultimo decennio (1991-2001) l'incremento complessivo è stato del 6,3% ed è stato contrassegnato da una sensibile modificazione strutturale del mercato settoriale del lavoro. A un decremento di quasi il 10% degli addetti nell'industria e del 5% nel commercio, è corrisposto un incremento del 14,1% nel comparto dei servizi, un fenomeno che caratterizza tutte le aree metropolitane "guida" delle rispettive economie nazionali. La terziarizzazione è certamente frutto anche di spinoffs, sia delle imprese manifatturiere, sia di quelle commerciali e persino della Pubblica Amministrazione. Molte attività dei servizi nascono, infatti, dallo scorporo di funzioni terziarie precedentemente svolte all'interno delle imprese e della Pubblica Amministrazione e successivamente resesi autonome. Positiva è da ritenere la diminuzione degli addetti alla Pubblica Amministrazione (-2,2% nel decennio intercensuario) a causa di progressivi processi di efficientamento della stessa e di una lenta, ma decisa, tendenza alla privatizzazione dell'economia milanese. Analogamente positivo è l'aumento (+2,3%) delle attività no profit, che rivela quanto si stia allargando la concezione di lavoro, non solo strutturato secondo i modelli tradizionalmente attribuiti alle imprese e alla Pubblica Amministrazione. Più problematico è, invece, l'impatto che questa modificazione strutturale esercita sui lavoratori destinatari di queste trasformazioni. Essi sono obbligati - specie quelli meno giovani - a forme di transizione e riqualificazione professionale che non sempre sono indolori. Riguardo le dinamiche più recenti - e concernenti l'indagine sulle forze di lavoro a livello provinciale - dal grafico di tabella I si può osservare che tra il 1998 e il 2003 si sono modificate le relazioni tra tasso di occupazione e tasso di disoccupazione. Mentre il primo aumenta, il secondo diminuisce significativamente fino a raggiungere livelli da considerare fisiologici. L'andamento congiunto di questi due tassi - più marcato per le donne che per gli uomini - mostra che più persone lavorano, meno persone che vorrebbero lavorare riescono a trovare lavoro. Più problematica si presenta la relazione tra occupati indipendenti e occupati dipendenti. Si possono rilevare due periodi distinti: il primo, tra il 1998 e il 2000 ha mostrato che sono entrambi cresciuti, con quelli indipendenti a un tasso di crescita superiore a quelli dipendenti. Nel periodo successivo (2000-2002) diminuiscono invece gli occupati indipendenti, rilevando un processo di parziale riassorbimento. L'interpretazione che si può dare è che, a una maggiore flessibilità iniziale, è subentrata la ricerca di una maggiore stabilizzazione successiva. Il dato non stupisce, perché non sempre il lavoro indipendente sa rendersi effettivamente autonomo ed è costretto a sacrificare i potenziali vantaggi dell'occupazione indipendente per fruire di maggiori garanzie di stabilità. Più preoccupante è, invece, il segnale di inversione che, dal 2003, mostra una lieve diminuzione sia degli occupati dipendenti sia di quelli indipendenti, a conferma che, nell'ultimo quinquennio il mercato del lavoro si è mosso, ma senza che questa modificazione si sia ancora stabilizzata secondo tendenze univoche e consolidate. Avvicinando ulteriormente il tempo dell'osservazione - dal 2001 al 2004- si possono svolgere altre considerazioni, a partire dal Sistema Informativo Excelsior che concentra la sua attenzione sulle previsioni della domanda di lavoro da parte delle imprese. Il contributo conoscitivo e interpretativo di questa fonte informativa sul mercato del lavoro - concepito e ormai consolidato in modo pionieristico da Unioncamere - è di assoluto rilievo. Esso, infatti, rilevando le intenzioni della domanda di lavoro da parte delle imprese, colma un vuoto conoscitivo cruciale per ogni politica del lavoro che voglia essere efficace e consente di analizzare andamenti revisionali del mercato del lavoro spesso confinati nella mera intuizione. Nel grafico di tabella 2 - che mostra i tassi di entrata, di uscita e dei saldi previsti dalle imprese - si nota che, sia nella città di Milano sia in provincia, i saldi tra entrate e uscite rimangono positivi, ancorché siano sensibilmente in diminuzione. Si può ipotizzare che il ciclo di stagnazione - se non di recessione - dell'economia nazionale abbia progressivamente indotto le imprese milanesi a una maggior cautela nell'espandere la propria forza lavoro. Il fatto che in provincia di Milano la dinamica positiva si sia mantenuta su livelli più accentuati - non potendosi immaginare che le percezioni cittadine e provinciali sulle prospettive economiche del Paese siano diverse - è probabilmente ancora da attribuire all'allargamento territoriale della base produttiva milanese. Nella sola città di Milano i saldi tra tassi di entrata e uscita di lavoratori dalle imprese mostrano che, nell'ultimo anno, la domanda di lavoro prevede una diminuzione nei settori del manifatturiero e delle costruzioni, pur essendosi caratterizzata nel triennio precedente per previsioni di saldi sempre positivi. Continuano a essere ottimistiche le previsioni di saldo positivo per le imprese dei servizi, del commercio, degli alberghi e dei pubblici esercizi. Ma anche per questi grandi comparti si registra una tendenza al rallentamento della crescita del terziario milanese. La domanda media di lavoro nel triennio 2002-2004 mostra che le imprese della città di Milano tendono a privilegiare i livelli di istruzione medio alta: le entrate previste per i laureati (19%) e i lavoratori con diploma superiore (39%), infatti, prevalgono nettamente su quelle con semplice qualifica professionale (13%) o addirittura senza titolo di studio (29%). In questi anni le imprese avrebbero, cioè, già confermato la loro propensione a reggere la sfida della competizione globale avvalendosi di capitale umano dotato di gradi di istruzione più elevata. Cosa confermata anche dal fatto che le imprese prevedono che i laureati e i diplomati che intendono assumere non dovranno essere oggetto di ulteriore formazione in azienda. Se da una parte, quindi, la propensione delle imprese per i livelli di istruzione più elevata sembrano scontare la scelta di ridurre i costi di formazione on the job, dall'altra questo dato è segno di una certa soddisfazione, o quantomeno fiducia, nei confronti del sistema di formazione esistente, soprattutto a livelli medio alti di istruzione. Ciò non ha esentato le imprese milanesi dall'avere effettivamente svolto attività di formazione (nel 2003). Mediamente il 20% delle imprese svolge questa attività, con prevalenza del settore dei servizi rispetto a quello manifatturiero e delle imprese medio-grandi (con più di 50 addetti) rispetto a quelle piccole. Come si nota nel grafico di tabella 3, la formazione avviene più per acquisizione di formazione aggiuntiva esterna che interna. Scarsissima è ancora la quota di imprese che ricorre a modalità di formazione a distanza, mentre è tuttora problematico l'impegno - specie delle imprese più piccole - ad affiancare la formazione con modalità di tutoraggio e verifica degli standard di apprendimento richiesti. Nel confronto dei giovani, a cui è prevalentemente destinata la formazione con caratteristiche di tirocini e stage, sono ancora le imprese più grandi che vi provvedono, mentre l'industria prevale sui servizi. È indubbio che tirocini e stage rappresentino un'opportunità crescente per i giovani di entrare nel mercato del lavoro, ma sarebbe ancora da verificare se dei maggiori vantaggi siano beneficiarie più le imprese dei giovani (o viceversa). Di grande rilievo è la rilevazione che il Sistema Informativo Excelsior svolge in ordine ai canali di selezione del personale. Come mostra il grafico in tabella 4, le piccole imprese vogliono andare sul sicuro e selezionano il proprio personale attraverso conoscenza diretta o segnalazione personalizzata. Questo avviene perché la funzione di selezione del personale è inevitabilmente poco strutturata. Servizi pubblici qualificati - come ad esempio la Borsa Lavoro di recente avviata per iniziativa della Regione Lombardia - potranno avere un ruolo importante e un potenziale ancora efficacemente sfruttabile. Diverso è il comportamento delle imprese di maggiori dimensioni: dispongono di banche dati aziendali assai strutturate, anche se neppure esse disdegnano le conoscenze dirette (ma molto meno le segnalazioni). Significativo è il ricorso che queste imprese fanno ad altre fonti di selezione quali la stampa, il lavoro interinale e le stesse società di selezione. A conferma che la crescente flessibilità del mercato del lavoro conviene alle imprese, la percentuale di quelle che hanno fatto ricorso nel 2003 a contratti "co.co.co." si avvicina al 30%; è prossima al 20% la quota di imprese che ha stipulato contratti di formazione-lavoro; pari al 10% quella che si è avvalsa di lavoro interinale e al 15% quella che ha assunto lavoratori a tempo determinato. Quanto alla domanda di occupazione femminile, a Milano il settore dei servizi (alle persone e alle imprese), il commercio, il turismo e i trasporti si rivelano i più attenti (grafico tabella 5). Minore è la domanda di occupazione femminile nei settori manifatturieri, con l'eccezione del tessile-abbigliamento, tradizionale campo di lavoro femminile. Infine, di grande utilità è l'informazione resa disponibile dal Sistema Informativo Excelsior per quanto riguarda la domanda di personale per età a Milano. Gli ultratrentacinquenni sono richiesti in misura pari al 9,1%, i giovani nella fascia fino a 24 anni sono ricercati nella misura del 20% e tra i 25 e i 29 anni -presumibilmente dopo il completamento della formazione universitaria e magari dopo una iniziale esperienza lavorativa - sono ricercati nella misura del 30,7%. Ma il dato forse più significativo - come appare nel grafico relativo, in tabella 6 - è che non vengono posti limiti di età, per il 29,2%, alla domanda di lavoro: si può ottimisticamente ritenere che nel nodo di Milano esiste una "speranza di lavoro" abbastanza diffusa. Milano rimane - indipendentemente dalla difficile situazione economica del Paese - un polo di attrazione lavorativa assai importante.





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