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di Paolo Lambruschi*, e Fabio Silva**
*Direttore Valori, rivista di economia solidale, finanza etica e ambiente
** Consigliere di amministrazione di Banca Etica
Il ricorso da parte delle banche a strumenti di finanza etica deve essere accompagnato da una maggiore trasparenza e serietà nelle scelte riguardanti la loro gestione
Nel 2002 lo scenario internazionale si presenta favorevole all'investimento socialmente responsabile e alla finanza etica.
Che di etica nella finanza vi sia bisogno lo dimostrano due avvenimenti che hanno messo in crisi il sistema: lo scandalo Enron, che getta un'ombra lunga sugli analisti finanziari, un attore fondamentale per la credibilità dei mercati; la facilità con la quale la rete terroristica di Osama Bin Laden ha approfittato di paradisi fiscali e speculazioni finanziarie per prosperare e che ha costretto l'amministrazione Bush a rivedere, dopo l'11 settembre, la propria politica favorevole all'off shore.
Un altro evento dimostra il clima favorevole. Lo scorso 4 febbraio, al termine del World Economic Forum a New York, l'uomo più ricco del mondo Bill Gates ha dichiarato che "i ruoli di manager di multinazionale e di cittadino non possono più essere separati, dobbiamo discutere su quanto il mondo ricco stia restituendo quel che dovrebbe ai Paesi in via di sviluppo".
Lo stesso giorno 36 presidenti, amministratori delegati, direttori generali di multinazionali industriali, di consumo, finanziarie – Coca-Cola, McDonald's, Edf Renault, Siemens, Deutsche Bank, per citarne alcune – hanno firmato un documento, "The Leadership Challenge for Ceo and Boards" ("La sfida della leadership per amministratori delegati e consigli di amministrazione").
I leader dell'economia mondiale si impegnano a mettere al centro degli affari non più la crescita immediata del profitto, ma l'attenzione al sociale, a minimizzare ogni impatto negativo sulla popolazione e sull'ambiente; a spostare l'attenzione dai diritti dell'azionista a quelli del cittadino, "dallo shareholder value – il valore di chi possiede i titoli di Borsa – allo stakeholder value – il valore di chi sostiene alle fondamenta la società (consumatori, lavoratori, fornitori)". Un improvviso attacco di bontà? No, necessità di orientarsi diversamente al mercato.
"I leader di ogni Paese, settore e livello – scrivono infatti i 36 top manager – devono lavorare insieme per lo sviluppo sostenibile e assicurare che i benefici della globalizzazione siano distribuiti equamente. È nell'interesse del business".
Le multinazionali hanno imparato a non sporcare la propria reputazione, perché la nicchia dei consumatori sensibili a questi temi si sta ampliando grazie alla facilità di circolazione delle notizie sui comportamenti scorretti delle grandi aziende. Molti marchi, è noto, vengono presi di mira da campagne di boicottaggio mirate perché essi o i loro fornitori sfruttano lavoratori e lavoratrici, spesso minorenni, nelle zone cosiddette franche (cioè dove non sono tutelati dai più elementari diritti sindacali). Certo, le grandi aziende hanno imparato a redigere bilanci sociali, cioè a spiegare agli azionisti quanto dei profitti annuali va ad attività filantropiche o ambientali. Ma non è più sufficiente, ora devono fare i conti con una maggiore sensibilità critica sulla globalizzazione, diffusa grazie anche a eventi mediatici come quelli di Seattle, Genova e Porto Alegre, che hanno intercettato l'attenzione e il consenso di consumatori e risparmiatori cambiandone l'orientamento.
Le ricerche di mercato commissionate da questi colossi confermano infatti un crescente senso di sfiducia nei confronti delle multinazionali da parte di una buona fetta dell'opinione pubblica dei Paesi occidentali, cioè chi ha il potere di determinare l'andamento del "mercato". Questi soggetti, attivi anche nella finanza etica, stanno imponendo comportamenti socialmente responsabili in territori nuovi.
I militanti che possiedono azioni o quote di un fondo stanno ottenendo successi inattesi attraverso attività di lobby, ad esempio all'interno dei fondi pensione, i quali sui mercati finanziari anglosassoni sono investitori determinanti. Una vittoria importante è stata ottenuta un anno fa con il cambiamento di rotta delle multinazionali del farmaco che non volevano vendere i medicinali anti Aids a prezzi bassi in Sudafrica, condannando a morte gli ammalati poveri.
L'impegno di alcuni attivisti, che hanno rivelato i nomi delle aziende coinvolte, e un'efficace campagna mediatica hanno convinto molti cittadini britannici a minacciare il ritiro dei propri risparmi dai fondi pensione del Regno Unito che investivano in azioni delle multinazionali farmaceutiche in questione. I fondi pensione hanno così chiamato queste aziende costringendole a correggere il tiro, pena il disinvestimento di quote interessanti di capitale.
Invece a fine febbraio Calpers, il fondo pensione dei dipendenti pubblici della California, colosso con 1,2 milioni di membri e una gestione di oltre 170 miliardi di euro, ha annunciato che non investirà più nelle quattro tigri asiatiche, Filippine, Thailandia, Indonesia e Malesia, finché non rispetteranno i diritti umani e quelli dei lavoratori. Una scelta senza precedenti perché Calpers non è un fondo etico.
I dati sui fondi di investimento etici
Vediamo invece come si presenta il quadro dell'investimento socialmente responsabile o etico.
Le analisi confermano che i fondi di investimento etici globalmente guadagnano terreno. L'impennata a livello mondiale – rivela un rapporto della banca d'affari Ubs Warburg – è iniziata nella seconda metà degli anni '90, quando si è passati dai 682 miliardi di dollari raccolti nel '95 ai 2.160 del '99.
Al momento i britannici restano i primi della classe in Europa, con una raccolta etica che copre il 5% del totale del risparmio gestito contro il 13% degli Usa (in Italia siamo a mezzo punto percentuale). In una ricerca sulle prospettive di crescita dell'investimento responsabile in Europa, il 92% di banchieri e finanzieri ritengono che conquisterà nei prossimi anni spazi impensati.
E da noi come vanno le cose?
Alcuni indicatori confermano attenzione crescente ai consumi socialmente responsabili. Prendiamo il commercio equo e solidale. Aumentano sensibilmente gli acquisti nei negozi (+30% secondo il circuito delle botteghe del commercio equo Ctm) nel 2001, mentre per Transfair, concessionaria italiana del marchio equo e solidale, il prodotto con l'aumento più significativo è il cacao che complessivamente è passato da 153 tonnellate nel 2000 a 180 nel 2001. Anche il caffè del commercio equo è cresciuto del 20%, passando dalle 399 tonnellate del 2000 alle 462 del 2001.
Dati positivi, cui fa da contraltare un sondaggio commissionato dalla Procter & Gamble all'Ispo per il quale al 65% degli italiani piace il concetto di sviluppo sostenibile, solo che vorrebbe saperne di più. Il 28% dichiara inoltre di acquistare prodotti del commercio equo, ma il 70% lamenta scarsa informazione.
Per quanto concerne la finanza etica, da noi la decina di fondi cosiddetti etici effettua una raccolta ancora modesta, circa 1,2 miliardi di euro contro i 513 miliardi di tutto il risparmio gestito. Alcune grandi società di gestione di diritto estero stanno per sbarcare sul nostro mercato: Mellon, Ing, Pioneer, Parvest.
Ma per noi servono due condizioni per orientare i risparmiatori italiani verso i fondi etici. La prima è che sul lungo periodo assicurino un rendimento almeno pari se non superiore a quello dei fondi non etici. È una sfida, ma può essere la chiave di volta in un mercato che non ha mai aiutato i piccoli risparmiatori. Non è una chimera: l'indice cui fanno riferimento molti fondi etici nel mondo, il Dow Jones sustainibility world index, è cresciuto dal 1993 al 2001 del 146% contro il 99% del corrispettivo non etico.
I requisiti dell'eticità
Il vero nodo è la trasparenza. Secondo noi il ricorso alla cosiddetta finanza etica da parte di gestori del risparmio e banche italiane il più delle volte ha l'obiettivo di fidelizzare il cliente e acquisire quote di mercato. Perciò è una buona notizia che l'Abi, l'associazione delle banche, aprirà un dipartimento per coordinare e censire i prodotti etici dei soci. Infatti non esiste alcuna norma nel nostro ordinamento giuridico riguardo l'uso della parola "etica" nei prodotti finanziari. Quindi chiunque può utilizzare il termine senza restrizioni. Quali le principali critiche ai fondi cosiddetti etici?
Vi sono gestori che fanno capo a una "banca armata", cioè quelle banche che legalmente sono coinvolte nel commercio di armi e armamenti. Oppure fondi etici privi di comitato etico. Per quanto riguarda le società emittenti, i prodotti "etici" provengono da realtà profit e vanno incontro a un particolare tipo di sottoscrittore "buonista". Ossia offrono una possibilità in più al risparmiatore. In questi casi ci si rivolge ad una società di "rating etico" che seleziona i vari titoli (azionari, ecc.) in base a specifiche e soggettive motivazioni. Così si può anche affermare il principio della "prevalenza", ossia considerare che l'attività esercitata da un'azienda è etica se "il buono" è maggioritario sul "non buono". Questa situazione lascia numerosi dubbi.
Invece per la Banca Popolare Etica la finanza etica è l'insieme di strumenti di raccolta e d'impiego che rispetta questi requisiti:
– un tasso d'interesse "sganciato" dal mercato: il risparmiatore ha la possibilità di definire il tasso da applicare sul proprio risparmio scegliendolo tra uno massimo prefissato dalla banca e il tasso zero. Il vantaggio non è economico, ma permette al risparmiatore adesione e partecipazione ai progetti finanziati;
– una gestione trasparente della raccolta del risparmio e degli impieghi: si offre così al risparmiatore la possibilità di conoscere il funzionamento della struttura che gestisce il risparmio e la destinazione dei finanziamenti;
– una politica degli impieghi che valorizza le persone. È l'aspetto peculiare della finanza etica, orientata allo sviluppo umano attraverso una diversa e più equa produzione e distribuzione della ricchezza.
In autunno una novità cercherà di rispondere alla sfida del mercato: i fondi di Etica Sgr, società promossa da Banca Popolare Etica, Bipiemme, Casse rurali e Popolare di Sondrio. Proporrà fondi etici di quarta generazione. Che significa?
I fondi di prima generazione devolvono in beneficenza parte del rendimento; la seconda generazione introduce criteri di esclusione (no ad aziende che trattano armi, alcool, tabacchi, prostituzione), la terza valuta la responsabilità sociale delle imprese, quindi l'impegno verso ambiente e società. La quarta, l'ultima, dedica un'attenzione ancora maggiore ai comportamenti delle aziende controllando non solo i bilanci sociali, ma anche le scelte del management con indagini e interviste mirate. Etica Sgr presenterà prodotti finanziari garantiti da Ethibel, una società belga di certificazione etica che opera da 10 anni e ha un portafoglio orientato sulle piccole e medie imprese.
C'è molta attesa perché Banca Etica vanta una leadership in Italia e in Europa tra le banche alternative. Ma i risparmiatori etici chiedono serietà sui principi e nella gestione. Lo dimostra l'esempio dell'inglese Co-operative bank: un terzo dei suoi due milioni di clienti è stato attirato dalle sue rigorose scelte etiche. Più rigore farà crescere la finanza etica nel nostro Paese a vantaggio di tutti.





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