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di Dionigi Card. Tettamanzi

Arcivescovo di Milano

Giovanni Paolo II, amatissimo e indimenticabile Pontefice dalla personalità davvero straordinaria, nel guidare la Chiesa per oltre un quarto di secolo, tra il compiersi del secondo millennio e l'avvio del nuovo, ha voluto attribuire sin dall'inizio e in continuità - all'interno di un amplissimo magistero - un singolare rilievo al messaggio sociale della Chiesa. Fin dalla sua prima enciclica, la Redemptor hominis (1979), è apparso con chiarezza il punto focale del suo insegnamento: Cristo ha raggiunto e redento integralmente ogni uomo. È in Cristo che Dio ha voluto che l'uomo fosse salvato, trovasse cioè perdono, pienezza di vita e di grazia, anche nelle dimensioni sociali del suo vissuto. Escludere allora che la salvezza di Cristo possa raggiungere anche le relazioni sociali, la tutela dei diritti umani, il mondo dell'economia e della politica, significa ridurre drasticamente la sua stessa immagine, sminuendo in Lui la piena umanità nella quale si è comunicato a noi. Significa anche ridimensionare la nostra immagine, quasi che alcuni aspetti del nostro vissuto non siano in grado di ricevere l'impronta salvatrice, liberante e rinnovatrice della grazia di Cristo. Rivelandosi pienamente nell'Uomo Cristo Gesù, Dio ha voluto svelare l'uomo all'uomo stesso. A partire da questa intuizione fondamentale, vero e proprio asse portante di tutto il magistero di Giovanni Paolo II, si snoda anche il suo messaggio sociale. Esso si condensa attorno a tre grandi encicliche: la Laborem exercens (1981), la Sollicitudo rei socialis (1987), la Centesimus annus (1991). Una "trilogia sociale" in cui l'uomo appare, rispettivamente, chiamato al lavoro, membro di un'umanità in faticosa ricerca della solidarietà universale, impegnato ad edificare la società succeduta agli eventi del 1989.

1. La prima enciclica sociale sviluppa ampiamente il tema del lavoro a partire dal suo protagonista indiscutibile, l'uomo. Il lavoro, infatti, costringe ciascuno di noi a porsi una serie indefinita di domande: qual è il senso del lavoro? È sempre fonte di realizzazione del proprio vissuto o, più spesso, di "alienazione", di perdita di sé? Nei rapporti con gli altri, è occasione di crescita comune o di aperta concorrenzialità e conflittualità? Le istituzioni, poi: dovrebbero lasciare il mondo del lavoro in balìa di se stesso o attivarsi per regolamentarne diritti e doveri? A questi grandi interrogativi, il Pontefice ha dato una precisa risposta, mostrando anzitutto il lavoro umano come chiamata, come "vocazione", in quanto ogni opera dell'uomo finalizzata non a se stessi ma al servizio degli altri e di tutta la società assume sempre un significato personale, riceve l'impronta esistenziale caratteristica del suo autore. Il lavoro pone poi le persone a diretto contatto tra loro, crea forme di interdipendenza obiettiva. E in tal senso ogni ambiente lavorativo può e deve divenire occasione vera di collaborazione all'opera comune, spazio umano di solidarietà. Anche le parti sociali e lo Stato sono chiamati a tutelare e regolamentare i giusti diritti e le giuste attese del lavoro, così che questo si possa realizzare con vero senso di responsabilità verso tutti, anche verso coloro con cui si entra a contatto soltanto attraverso la mediazione della propria opera. Da ultimo, viene sottolineata la dimensione teologica del lavoro, ossia l'apporto della fede, che parte dal riconoscimento di Cristo come "uomo del lavoro". In lui e nella sua Pasqua di morte e risurrezione si ritrova la risposta ultima ai propri interrogativi: alla "perdita di sé", insita in ogni operare umano, è dato infatti il nome ultimo di Croce; all'attesa di realizzazione, di pienezza di significato che ogni agire umano porta in sé, risponde in modo incomparabile la risurrezione di Gesù, promessa di un mondo nuovo, donato da Dio, pienezza di una vicenda storica alla quale l'uomo, già al presente, può offrire il proprio contributo, anche mediante il lavoro.

2. Nella successiva enciclica, la Sollicitudo rei socialis, il Papa affronta la questione dei rapporti all'interno dell'intera umanità, drammaticamente contesa tra il perdurante sottosviluppo di gran parte dei Paesi del "Terzo mondo" e le enormi possibilità dischiuse da una comunicazione e da un'economia estese ormai a raggio globale. L'interdipendenza tra tutti i popoli è chiamata oggi a trasformarsi in corresponsabilità, in condivisione: più precisamente, una condivisione aperta a considerare lo scambio non solo di risorse economiche ma anche di risorse umane, culturali, morali, al fine di realizzare un'interrelazione non interessata e concorrenziale ma finalizzata al bene supremo della pace. Diviene urgente un grande "salto culturale", anzi una mentalità nuova, in grado di sostituire alla logica dei "blocchi" (Nord-Sud del mondo, o Est-Ovest), quella di una decisa e coraggiosa ricerca di nuovi "ponti" tra i vari Paesi, e così sostituire alle "strutture di peccato" esistenti sempre nuove "strutture di solidarietà", espressioni concrete e necessarie della carità nell'ambito sociale.

3. Da ultimo, ma non ultima, l'enciclica Centesimus annus: una formidabile sintesi, un vero "compimento" o perfezionamento dei primi cento anni di dottrina sociale della Chiesa, nel contesto dei nuovi scenari dischiusi dal crollo dei grandi sistemi ideologici del XX secolo. In questa enciclica emerge come la società contemporanea - complessa, frammentata, multiculturale e in rapida inarrestabile evoluzione - sia chiamata a rintracciare in ogni ambito nuove vie da percorrere: nell'economia, nell'ordinamento della società civile, nella democrazia, nell'orientamento di tutti i popoli alla giustizia e alla pace. Tra i numerosi temi in essa svolti, mi limito ad accennare unicamente alcuni sviluppi che ritengo illuminanti come sostegno e orientamento per l'attività economica. Questa, secondo il Papa, richiede una "società del lavoro libero, dell'impresa e della partecipazione. Essa non si oppone al mercato, ma chiede che sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società" (n. 35). Un'attività economica in cui l'uomo è e rimane risorsa primaria, come risulta in riferimento a molti suoi aspetti. Anzitutto, il lavoro: "Oggi più che mai lavorare è un lavorare con gli altri e un lavorare per gli altri: è un fare qualcosa per qualcuno. Il lavoro è tanto più fecondo e produttivo, quanto più l'uomo è capace di conoscere le potenzialità produttive [...] e di leggere in profondità i bisogni dell'altro uomo, per il quale il lavoro è fatto" (n. 31). Poi, l'impresa: suo scopo "non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l'esistenza stessa dell'impresa come comunità di uomini" (n. 35). Anche il significato dell'attività produttiva non si identifica più, oggi, con il realizzare "una quantità di beni sufficienti, ma è quello di rispondere a una domanda di qualità: qualità delle merci da produrre e da consumare; qualità dei servizi di cui usufruire; qualità dell'ambiente e della vita in generale" (n. 36). In una sola parola, "oggi il fattore decisivo è sempre più l'uomo stesso e cioè la sua capacità di conoscenza che viene in luce mediante il sapere scientifico, la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell'altro" (n. 32). Per questo, però, è "necessaria e urgente una grande opera educativa e culturale", in grado di superare il "vuoto spirituale che si è venuto a creare" (n. 36). Si è così costantemente ricondotti al fulcro centrale di ogni agire: l'uomo, non riducibile all'insieme dei suoi bisogni ma da riconoscersi sempre come soggetto irrinunciabile dell'intera vita sociale. Desidero concludere con una parola che certamente abbiamo tutti e più volte ascoltato dalla voce di Giovanni Paolo II e che vorrei riecheggiasse profondamente nel cuore di ciascuno: "Non abbiate paura!". Questo invito incoraggiante è quanto mai opportuno e necessario per ogni operatore del mondo dell'economia, dell'impresa, del commercio. Vorrei poter dire a tutti, con estrema semplicità e con ferma convinzione: no, non abbiate paura di mettere al centro della vostra attività la persona umana: la persona dei vostri colleghi, dipendenti, clienti. La cura per l'altrui umanità abbia sempre l'ultima parola, dal momento che l'economia è attività che, mai come oggi, si trova continuamente al bivio: o porsi a servizio dell'altro o asservirlo. Vi auguro di tutto cuore di scegliere sempre, senza esitazioni e con fiducia, la via che con umana ed evangelica saggezza e con vigore profetico ci ha indicato Giovanni Paolo II: "è l'uomo la prima e fondamentale via da percorrere, perché tracciata da Cristo stesso".