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di Walter Passerini
Direttore "Corriere Lavoro"

E' necessaria una vera politica di orientamento, sia scolastico che professionale, che consenta al mondo giovanile di effettuare le scelte nella piena consapevolezza delle proprie capacità ed esigenze

Ma che cosa è la giovinezza?

"Quant'è bella giovinezza…", sì, ma che cosa è la giovinezza? Ad alcuni può apparire come una categoria metafisica, difficilmente afferrabile. Che cosa significa infatti essere giovani oggi? Quando comincia, ma soprattutto quando finisce la giovinezza, oggi?
Se guardiamo ai provvedimenti per i giovani potremmo dire che la giovinezza arriva sino ai 35 anni, età limite per godere di alcune agevolazioni dedicate alla categoria (dall'imprenditoria giovanile ai Cfl), anche se addirittura in alcune regioni si può usufruire dei contratti di formazione e lavoro, tipico strumento giovanile, sino a oltre 40 anni. Poi, si passa all'età adulta, che termina ai 45-50 anni, età in cui si è già vecchi per il mercato del lavoro, da rottamare.
Una lunga giovinezza, quindi, quasi del tutto fuori dal lavoro; una velocissima età adulta; e l'ingresso, ancor giovani, nella ex cosiddetta terza età? Non sembri troppo provocatoria, ma questa potrebbe essere ormai la tendenza dei mercati del lavoro maturi. Con le automatiche conseguenze: della perdita di peso da parte del precedente modello di welfare basato sul posto fisso e sulla stabilità; e della ridotta capacità del lavoro a costituire la fonte forte, spesso unica nel passato, della formazione dell'identità.
Guardiamo i nostri nonni ma anche i nostri padri. Vivevano lavorando quasi la metà della vita. A 18-19 anni spesso erano già sposati e molti di loro padri di famiglia. Adesso si fa fatica a "buttare fuori" di casa i propri figli a 35 anni, non solo perché scapoli, ma, spesso, perché non ancora "sistemati".
Insomma, è questo un mutamento antropologico e non solo generazionale: i giovani e il loro ruolo nella società sono diventati ormai un bene scarso. Ed è su questa "scarsità" che si sono basate, nel recente passato, quelle politiche, tanto discutibili e discusse, che avevano il loro baricentro nello slogan nefasto: "Meno ai padri e più ai figli". Il problema è però quello che nelle prassi successive si è passati agli antipodi: "Meno ai figli, qualche cosa di più ai padri".
Come sono da interpretare, infatti, gli incentivi dati alle persone vicine alla pensione perché non si ritirino dal lavoro? Come leggere i bonus a non entrare nella schiera dei percettori di pensione, prolungando ad libitum l'età pensionabile? E come interpretare, di converso, le proposte di decontribuzione delle nuove assunzioni, ad esempio giovanili? "Cari padri, restate al lavoro" e "voi figli, se proprio volete un lavoro in regola, sappiate che dovrete abbassare la vostra futura pensione". Insomma, al di là degli slogan più o meno intelligenti, il problema resta quello di una frattura tra generazioni, ma anche tra culture e modelli di welfare.

Le culture del lavoro
In questo contesto, ci pare normale che la confusione regni sovrana nella testa dei giovani a proposito di lavoro. E possano apparire all'orizzonte rischi di rancore e odio contro il mondo degli adulti, categoria, come abbiamo visto, a rischio essa stessa di sparizione, a tutto vantaggio di una categoria in forte crescita, quella dei "nuovi vecchi", pimpanti e giovanilisti.
Se dividiamo il mondo giovanile in due, notiamo nei confronti del lavoro il netto prevalere della cultura del diritto rispetto alla cultura del progetto. Il lavoro diventa una chimera, se letta con gli occhiali del posto fisso. Ciononostante, i giovani lo ritengono un diritto, che qualcuno dovrà loro offrire e soddisfare.
Non mancano propensioni alla cultura del lavoro come progetto, ma se pensiamo alla maggioranza dei giovani, essi, purtroppo, sono ancora impregnati in prevalenza di liquido amniotico e denotano una struggente nostalgia del seno materno.
Un segnale debole, ma interessante, nelle culture giovanili del lavoro è rappresentato dalla ricerca di senso. Visto che il lavoro è difficile da trovare, soprattutto nelle sue forme stabili; visto che è proteiforme; visto che entra in un paniere di valori diversi, tanto vale che abbia un significato. Sono infatti in decrescita, specie al Nord, e specie nelle ragazze, le culture strumentali del lavoro ("il lavoro è solo un mezzo per tirare a uno stipendio"), quelle che hanno prevalso e prevalgono nei campioni, soprattutto maschili, di popolazione adulta. Così come sono in ribasso le culture ideologico-etiche del lavoro (nelle due versioni: "Il lavoro è una necessità e un sacrificio, originato dalla cacciata dall'Eden", "Il lavoro è la leva per cambiare il mondo"). Prevalgono o iniziano a prevalere le culture del senso, le culture espressive, che recitano: "Il lavoro è un'opportunità, che mi permette di realizzare insieme progetti personali e professionali".
Insomma, stressati dalla lunga attesa, da un carico abnorme di aspettative, dagli eccessi di tepore del grembo familiare e materno, e dai messaggi più o meno terroristici degli adulti ("Dovrete cambiare lavoro sette volte nella vostra vita"), i nostri giovani ci dicono che se devono farsi una mossa per lavorare, tanto vale che il lavoro abbia un preciso significato, possibilmente non solo economico. Da qui nascono le generosissime esperienze di partecipazione alle organizzazioni di volontariato, un settore in cui i giovani riscoprono senso, lavoro, gratuità, competenza, utilità e collettività.

Il paradosso della fabbrica
Nella confusione e nelle incertezze circa il loro futuro, i giovani manifestano in un paio di versanti di avere le idee piuttosto chiare. Da ricerche effettuate, anche dal nostro Osservatorio giovani, i ragazzi e le ragazze affermano di volere l'autonomia sul lavoro, la possibilità di "comandare" più che di essere comandati, un luogo in cui crescere e apprendere e in cui non essere per forza costretti a negoziare e a vendere; e poi non sembrano avere alcuna idea di andare a lavorare in quella che chiamano la fabbrica.
Inebetiti dall'influenza mediatica, in testa alle loro preferenze professionali, essi mettono il manager, l'ambasciatore, lo skipper, l'attore, la commessa (vedi fiction), e agli ultimi posti la fabbrica e i lavori dell'assistenza bassa.
C'è una grave divaricazione tra il bisogno di profili medi e tecnici che le imprese ricercano, vale a dire i periti, e la propensione di questi ultimi a entrare in azienda anziché prolungare il loro status di studenti indecisi. Ma i giovani non vogliono andare in azienda, perché ne hanno un'immagine sbagliata, perché una certa, anche se distorta, cultura della promozione sociale l'ha fatta apparire come un luogo di scarso prestigio sociale. Il paradosso dell'azienda è questo: soprattutto al centro-nord, le aziende cercano periti, mentre questi ultimi s'aggirano nei corridoi delle università, cullandosi nel mito dell'età dell'oro, che non arriverà mai, o nella sindrome di Peter Pan, che non raggiungerà mai l'isola che non c'è. E il paradosso è aggravato anche dai segnali distonici di quote di giovani, specie a nord-est, che al contrario dei loro colleghi abbandonano la scuola, senza qualifica, per entrare subito, attraverso un lavoro bassamente operaio, nell'altrettanto inutilmente mitico "gioco dei consumi", ipotecando così precocemente la loro vita.

Le bussole dell'orientamento e della formazione
Non è pessimismo quello che fustiga le incertezze dell'età giovanile. Anche se i giovani ci appaiono davvero come degli esploratori senza più bussole. Non è nemmeno corretto attribuire loro le colpe di una società degli adulti che balbettano nei confronti del lavoro del futuro, quando le colpe stanno nella complessità degli scenari, nei loro mutevoli andamenti, nella rottura di tutti gli schemi tranquillizzanti del passato. Per questo, noi adulti abbiamo due responsabilità, almeno, alle quali non possiamo sottrarci. La prima si chiama orientamento. Quando in questo benedetto Paese di eroi, poeti, navigatori, furbi e dilettanti ci daremo una vera politica di orientamento, scolastico e professionale? Quando daremo servizi alle famiglie e ai giovani perché possano effettuare nella consapevolezza le loro scelte? Quando la smetteremo di fare convegni sull'orientamento e faremo, davvero, professionalmente, orientamento? Iniziando dal creare, dal fare gli orientatori. Già, perché l'orientamento si fa con gli orientatori, e non con la metafisica o l'ideologia dell'orientamento. Quindi, primo creare almeno 20 mila orientatori professionali, diversi dai tanti dilettanti allo sbaraglio. Secondo, realizzare una campagna a favore dello studio e della formazione, ai più alti livelli. Che non significa che tutti i giovani debbano per forza tutti andare, dopo il diploma, all'università. Ma offrendo loro, in alternativa, un vero e non solo "aziendalistico" sistema di formazione professionale di qualità che permetta ai giovani che lo vogliano di rientrare nel mondo dell'istruzione, quando lo vogliono, senza punizioni. Innestare nei giovani la capacità e la voglia di "imparare a imparare", e l'idea che non vi sono lavori di "serie B", anche se siamo nell'era della conoscenza. Offrire loro una formazione articolata e solida, come benefit del futuro, come baricentro del nuovo sistema dei diritti. Come un ascensore, che va preso spesso, di frequente, con entusiasmo, se si vogliono raggiungere i diversi gradini della scala della vita e del lavoro.