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di Lorenzo Ornaghi

Presidente Agenzia per le ONLUS.

È sempre più necessario "non sottovalutare" la globalizzazione. Ma che cosa significa, in concreto, non sottovalutarla? Lo stesso impiego di questo termine, ormai inflazionato, ci impone di sapere cogliere le reali novità e gli ulteriori assai probabili cambiamenti che esso riassume. Se si paragona il funzionamento attuale degli scambi politici ed economici planetari con il paradigma che ha contrassegnato le relazioni internazionali dalla prima età moderna sino a qualche lustro fa, non si può non notare una immediata e significativa soluzione di continuità. Via via che gli scambi sono andati crescendo per quantità e hanno ampliato l'ambito di efficacia, la loro secolare modalità di regolazione -fondata sostanzialmente e soprattutto sugli equilibri di potere tra gli Stati Nazionali - si è fatta sempre meno adeguata. La globalizzazione, in tal senso, è assai più di una specifica forma storica del processo di internazionalizzazione dei mercati. Come si può registrare specialmente sul versante finanziario, essa presuppone la presenza di soggetti che operano non soltanto "in" molti territori e mercati nazionali, ma anche, oltrepassandoli (e spesso scomponendoli e ricomponendoli in forme nuove), "tra" i vari differenti territori e i vari mercati. Le imprese e i mercati globalizzati non sono soltanto "imprese internazionali" particolarmente attive e potenti, che nondimeno mantengono un fondamento nazionale; si caratterizzano invece, sempre più, per il fatto di perseguire i propri obiettivi indipendentemente (o con un grado di dipendenza assai relativo e fluttuante) dalle esigenze di un determinato territorio. Si potrebbe discutere a lungo sul dilemma se sia stata principalmente la globalizzazione a provocare le più visibili trasformazioni del sistema degli Stati Nazionali, o se, invece, sia l'esatto contrario. Probabilmente v'è stato un rapporto circolare, accelerato dagli enormi progressi della tecnica (specialmente nel settore delle comunicazioni e dei trasporti) e dalla dissoluzione di uno dei due blocchi in cui si era alla fine ripartito il sistema internazionale vestfaliano. Sempre al fine di non sottovalutare la globalizzazione, bisogna però evitare l'errore di mettere ai margini il ruolo che gli Stati Nazionali (e, in particolare, i livelli di governo territoriale) ancora oggi conservano, soprattutto nell'accompagnare e sostenere - o, al contrario, nell'eludere e deludere - le attese della società. Così come sarebbe sbagliato non considerare in modo appropriato le risorse che le società civili dei vari Paesi possono autonomamente mettere in campo. Proprio per questo motivo, ai fini di rendere riconoscibile e interpretare il nesso tra flessibilità e coesione sociale, diventa sempre più essenziale che le classi dirigenti dispongano di una "lettura strategica" di ciò che sta cambiando. Da questa lettura dipendono, infatti, le possibilità di intervenire efficacemente sulla struttura stessa del sistema, per migliorarne la capacità di adattamento. Capire la sostanza e le caratteristiche di lungo periodo della globalizzazione comporta, in definitiva, volere e sapere "guardare meglio" ciò che accade nel mondo. Significa, soprattutto, imparare a guardare, con i molti occhi del mondo, il nostro territorio.

Flessibilità come capacità di reazione e come elemento della coesione sociale

Sono, dunque, i grandi cambiamenti in corso a portare in primo piano non solo e non tanto il concetto, quanto e soprattutto (per dir così) la "materialità" della flessibilità. La quale, tuttavia, non consiste in una predisposizione remissiva o, ancor meno, in una sorta di inerte adattabilità del corpo sociale. "Essere più flessibili" equivale alla capacità di saper corrispondere, agilmente e prontamente, ai cambiamenti (e già agli annunci di mutamento) interni ed esterni. Una flessibilità che, propositiva e proattiva (come la qualificano oggi molti studiosi), è "organizzata" e sa organizzarsi. Ed è soprattutto in grado di incidere sulle tendenze globali, a partire dalle dinamiche e dalle scelte "localmente" territoriali. Tutto ciò significa, in concreto, che un sistema deve sviluppare un'adeguata capacità di movimento (mobilità) dei gruppi e delle persone che lo compongono. Nondimeno, proprio su questo terreno (ossia il terreno su cui l'economia si confronta più da vicino sia con le elaborazioni e le proposte delle istituzioni, sia con le risorse della cultura e della società) occorre saper rispondere a domande sempre più urgenti. Vale a dire: in che modo la flessibilità nei rapporti di lavoro favorisce la mobilità delle imprese? E in qual modo la mobilità dei lavoratori può convivere nelle migliori forme possibili con la necessità di un nuovo, effettivo sistema di garanzie? Lungo i cambiamenti, che non possono essere compresi e orientati se non da una "società attiva", la questione della coesione sociale sta diventando sempre più cruciale. Al progressivo sfaldarsi delle simmetrie tra Stato e territorio, tra il potere/controllo del primo e le risorse (non solo materiali) del secondo, la "comunità territoriale" (o qualunque sia il nome che si intenda applicare a questa realtà) risulta decisiva come elemento non solo di reale appartenenza, ma anche di potenzialità di sviluppo dentro il sistema multiplo di interessi, funzioni e rapporti di lealtà, caratteristico della globalizzazione. Accanto a elementi strutturali per nulla modificabili (nel caso di Milano, per esempio, la felice posizione geografica, che costituisce un valore fondamentale) e infrastrutturali (trasporti, telecomunicazioni, utilities, etc.), occorre prestare la massima considerazione a quelle diverse variabili che dipendono dalla (e, al tempo stesso, incidono sulla) qualità del "capitale umano" e del "capitale sociale" di una comunità locale. Ricerca scientifica e tecnologica, istruzione, formazione, creatività, cultura della cittadinanza, welfare: tutti fattori, questi, la cui diffusione ed efficacia riguardano direttamente il grado di coesione sociale di una collettività. Appare necessario, dunque, che ogni azione intrapresa per migliorare il livello di flessibilità e mobilità delle imprese tenga conto di tutto ciò. E che sia attenta, in special modo, a evitare i rischi derivanti da un aumento della frammentazione sociale. È in questa prospettiva che, rispetto al tema della flessibilità, il Terzo Settore già si offre come quella pluralità di soggetti in grado non solo di valorizzare - sullo scenario globale - identità e capitale sociale di una comunità particolare, ma anche di costituire un fattore di dinamicità e di ulteriore, effettivo sviluppo.

Il Terzo settore

Pur sotto il peso di resistenti incrostazioni che si sono sedimentate nel tempo, significativamente è riuscito ad andare avanti il processo per cui il Terzo settore risulta una risorsa essenziale per il futuro dell'intero Paese. Nelle istituzioni è cresciuta la consapevolezza che, proprio grazie al Terzo settore, è possibile riformare le più vecchie modalità di rapporto della politica con la società. Inoltre, a mano a mano che si è indebolita l'antica diffidenza verso i corpi intermedi della società civile, si è andata rafforzando la necessità di ritrovare i fondamenti autenticamente "culturali"- dentro, e alla base di, ogni schema di coerenza istituzionale - della sussidiarietà. Proprio questi fondamenti, infatti, consentono di trovare le forme di reciproca funzionalità tra sussidiarietà verticale e sussidiarietà orizzontale, impedendo al contempo che la pretesa di una maggiore flessibilità del sistema politico ed economico si rovesci nel suo opposto, ossia nella moltiplicazione di apparati burocratici autoreferenziali. Quanto alla realtà di Milano e del suo necessario ruolo di protagonista nel sistema globale, sempre più condivisa è la convinzione secondo cui "lavorare per lo sviluppo" significhi pensare fattivamente anche alle fondamenta e all'identità di una convivenza civile, libera e responsabile, formata dai cittadini, dalle famiglie, dalle scuole, dalle Università, dal Terzo settore e dalle imprese. Sono questi gli attori che, spesso ricorrendo alla rete di autonomie funzionali, giorno dopo giorno costruiscono quel futuro che è ormai così incombente da venir percepito come un tutt'uno col nostro presente. Non si può allora prescindere, in un'ottica sussidiaria, dalla progettazione di nuove forme di governance in cui coinvolgere questi protagonisti sociali e auto-organizzati. Senza nuove forme di partecipazione (non illusoria) e di rappresentanza (non burocratica), non vi può essere un genuino e credibile "riformismo". Per contrastare le pericolose rappresentazioni sociali di un declino inarrestabile, le politiche pubbliche nazionali, regionali e locali sono chiamate a favorire la realizzazione di una vera società attiva, in cui davvero si manifesti come "pubblico" quel tessuto connettivo della cittadinanza spesso attribuito ai comportamenti e ai rapporti privati di quote più o meno larghe di cittadini. Sostenere la funzione di nodo, che già Milano ricopre nella rete globale, comporta dunque la capacità di saper anticipare e interpretare correttamente le trasformazioni sociali, economiche, politiche e culturali, che tendono ormai naturalmente a oltrepassare confini e scenari noti. Parimenti, è indispensabile puntare sulla flessibilità del sistema, tenendo, tuttavia, conto di quell'esigenza profondamente umana, che Mircea Eliade definiva come l'esigenza di "cosmizzare la realtà": ossia di vivere in un mondo riconoscibile, in una città che, pur essendo una porta "del" e "sul" mondo, sia anche un'immagine del mondo, inclusiva e positiva. Sono queste le ragioni per cui una città come Milano deve valorizzare al massimo il suo patrimonio di volontariato e di associazioni del Terzo settore. L'impegno quotidiano, la costante attenzione a tessere e rinsaldare la trama della solidarietà e dei rapporti umani, infatti, non è soltanto una forma di ridistribuzione della ricchezza prodotta. È, soprattutto, il valore aggiunto del modello ambrosiano. Milano, ancora indiscussa capitale economica, non può abdicare all'altra sua vocazione storica: quella di essere la capitale della solidarietà.