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di Luigi Abete
Presidente Banca Nazionale del Lavoro.
Cosa fa un banchiere romano a Milano? Qualcuno potrebbe essere perplesso, soprattutto considerando che questa città continua a essere sede di alcune delle principali banche italiane. In realtà, a Milano hanno sede grandi gruppi bancari che costituiscono, per redditività, efficienza e visione strategica dei punti di riferimento fondamentali per le altre principali compagini bancarie nazionali. Ma, avendo a mente i numeri rappresentativi della redditività e dell'efficienza della nostra banca, nonché la sua storia e il suo DNA, azzarderei a dire che BNL è certamente la più "milanese" tra le grandi banche italiane con sede a Sud. Cosa vuol dire milanesità? La nozione di milanesità, come è stato argomentato dal professor Magatti, ovvero la "mediolanità" su cui questa città dovrebbe puntare per il futuro, consiste nella sua capacità di essere "terra di mezzo", ovvero "nodo di connessione", efficiente ed efficace, tra territori, mercati, scenari, idee, persone. Milano come connessione e come laboratorio di innovazione. Milano, infine, come luogo di un ceto dirigente in grado di "condividere una cultura minima comune", di "ricomporre la complessità" e di esprimere una "capacità di rappresentanza e negoziazione esterna". Come assertore e promotore dell'idea di una società aperta, io non posso che sottoscrivere questa qualificazione della "milanesità". E aggiungo una cosa: il futuro di Milano, ma anche quello di Roma, sta nella capacità di diventare delle "terre di mezzo" che funzionano; terre che si attraversano non per necessità ma per scelta, in quanto attrezzate per attrarre persone e imprese, per fungere da luoghi di una crescita economica e di uno sviluppo sociale i cui futuri percorsi certamente sono oggi meno prevedibili di quanto fossero in passato. La terra di mezzo, per essere tale, deve essere terra di ricerca dinamica dell'equilibrio, in cui realizzare un mix efficace tra competizione e cooperazione. A Milano, come a Roma, servono le due "C": competizione e cooperazione. Competizione e cooperazione sono i binari su cui marcia il treno dello sviluppo, le traversine che tengono uniti i binari sono le regole del mercato e della convivenza civile (se le traversine vengono divelte, se le regole non vengono rispettate, il treno deraglia e, quindi, si ferma). Da qualche tempo anche in Italia si è diffusa l'idea delle "tre T", coniata del professor Richard Florida: per essere globale, per creare sviluppo, le città devono puntare su tolleranza, talento e tecnologia. Una recente ricerca, promossa da Assolombarda e condotta dall'Università Bocconi, ci conforta nel dirci che sia Milano sia Roma sono città ben attrezzate in termini delle tre "T": Milano è prima per le tecnologie e le imprese (è la capitale dei brevetti e delle imprese high-tech); Roma è prima per le persone (è la capitale degli stranieri e dei laureati). Condivido la teoria delle tre "T" del modello di Florida, tuttavia preferisco ragionare sulle mie due "C". A cosa serve la "C" di competizione? In quanto imprenditore mi è ben chiaro come, nonostante tutte le storie di declino, riposizionamento e metamorfosi che quotidianamente ci raccontiamo, a Milano continua a prodursi il 10% del valore aggiunto nazionale: 10 euro ogni 100. Ossia a Milano si producono ogni anno 120 miliardi di euro (gli ultimi dati provinciali disponibili risalgono al 2002) sui 1.200 prodotti in Italia. A Roma se ne producono 96. Inoltre, su 100 euro di valore aggiunto prodotti a Milano, ben 31 vengono dall'export (solo 6 a Roma), mentre per ogni 100 euro di valore, ben 30 a Milano continuano a provenire dall'industria e dalle costruzioni, contro i solo 12 euro della medesima matrice sul Pil romano. I servizi, infine, contano per circa il 70% del valore aggiunto a Milano, contro l'87% a Roma. Ancora oggi, quindi, e certamente in futuro, Milano continuerà a essere luogo di produzione, oltre che di connessione; continuerà a essere soprattutto un mercato, oltre che un nodo. Per questo Milano dovrà puntare sulla competizione, sulla capacità di essere luogo di concorrenza.
Concorrenza fa rima con convenienza
In un Paese a bassa crescita, come è da almeno un decennio l'Italia, il rilancio dell'economia passa attraverso un aumento consistente e generale dei livelli di concorrenza. Occorre far funzionare il mercato, rispettare le regole, in breve: comportarsi come un "normale" Paese moderno. Milano deve diventare un nodo di questo rilancio della concorrenza nel rispetto delle regole. Del resto, nella storia italiana, Milano è capitale morale e capitale del mercato. La scelta della concorrenza è per le imprese una scelta irrinunciabile. Nell'arena della globalizzazione, la sopravvivenza di settori protetti, di nicchie sicure e di rendite di posizione è solo temporanea. Giorno dopo giorno si allarga l'area di esposizione al mercato; meglio, quindi, cercare di anticipare il confronto competitivo, invece di subirlo, promuovendo le innovazioni, gli investimenti e l'efficienza: si tratta di regole semplici che valgono per ogni impresa, industriale o bancaria. A livello macro condivido appieno l'idea di chi ritiene che il problema di crescita dell'economia italiana abbia una soluzione e che questa preveda l'accettazione, da parte di tutti, di un aumento della concorrenza. In tema di banche e mercato, il quindicennio che abbiamo alle spalle ha visto le banche italiane attraversare la stagione storica delle privatizzazioni e dell'apertura alla concorrenza. Nel 1991, il peso delle banche quotate era pari al 30% del totale delle attività, oggi è dell'80%. Tra il 1991 e il 2003, il margine di intermediazione per addetto è cresciuto a un ritmo mediamente doppio di quello registrato negli anni Ottanta. Le grandi banche milanesi sono state, come ho già detto, punti di riferimento di questo rilancio di redditività e di efficienza. Insieme a esse un contributo fondamentale al progresso e alla modernizzazione del sistema bancario italiano è provenuto dal confronto con le best practices internazionali. Oggi, sul nostro mercato, la concorrenza degli intermediari di matrice estera - soprattutto con molte filiali e filiazioni di banche estere basate proprio a Milano - è particolarmente rilevante in settori innovativi quali la finanza aziendale, la gestione professionale del risparmio, il credito al consumo e la monetica. Come ha ricordato di recente il Governatore, sul mercato italiano, dall'inizio del 2000 a giugno del 2004, le banche estere attraverso le loro succursali hanno curato il 30% delle emissioni di titoli da parte di società non finanziarie, italiane ed estere, e un quarto delle emissioni delle istituzioni finanziarie internazionali. Sempre le banche estere hanno collocato oltre il 70% dell'ammontare delle circa 200 emissioni effettuate da imprese italiane sull'euromercato. Le maggiori banche internazionali, inoltre, svolgono un ruolo preponderante nelle operazioni di fusione e di acquisizione nel nostro mercato. Si tratta di una concorrenza virtuosa, un confronto che ci sprona e ci fa crescere, ampliando la concorrenza, anche a livello di banca commerciale, tramite una maggiore internazionalizzazione. Per avere banche italiane grandi e competitive in Europa occorre accettare una maggiore presenza delle banche internazionali in Italia; solo così si eviterà, da un lato, il nanismo, dall'altro, l'oligopolio sul mercato. Così come virtuoso e indispensabile per continuare a crescere sarà, ora, il confronto con le nuove regole internazionali di Basilea II e degli IAS. I nuovi principi ci renderanno ancora più esposti al vaglio e alla concorrenza europea e internazionale e saranno un'occasione per rilanciare la crescita, nella concorrenza. Un'occasione che conviene cogliere, per il bene delle banche e, più in generale, del Paese.
Cooperazione e tolleranza
Che dire della cooperazione? Forse va oltre la tolleranza, una delle tre T del professor Florida. Cooperazione, pensando a Milano e all'Italia, vuol dire, anche e soprattutto, saper valorizzare la condivisione e delle idee, dei progetti e delle realizzazioni necessari a tutti: cooperazione come metodo condiviso basato sull'ascolto e sul lavoro insieme. La cooperazione, quindi, è il metodo della concertazione, che non è, ovviamente, collusione o consociativismo, ma è consapevolezza che su alcuni terreni è giusto collaborare, mentre in altri è necessario competere. In campi come le infrastrutture o la mobilità, ad esempio, soprattutto in realtà come quelle di Milano o di Roma, i progetti e le realizzazioni da compiere devono essere oggetto di cooperazione, di metodo e di merito. Se non si risolve in modo cooperativo il nodo dei trasporti, della mobilità e dell'inquinamento, non possiamo pensare di fare di Milano e di Roma nodi di connessione culturale ed economica, prima ancora che tolleranza, tecnologia e talento le tre "T" di Milano sono: trasporti, trasporti, trasporti. L'impresa come soggetto di cooperazione L'impresa come soggetto di cooperazione è la via da percorrere, perché ponendo questa entità di nuovo al centro del dibattito economico e sociale è possibile recuperare la sua natura di soggetto fondamentale per l'opera di formulazione e di aggregazione delle idee, dei progetti, delle realizzazioni. Il bipolarismo imperfetto - che divide tutto in due, dal Parlamento ai talk show - impoverisce l'humus progettuale dell'economia e della società. Le imprese e le persone devono riappropriarsi di questo humus di cui si nutre lo sviluppo in modo intelligente, valorizzando e aggiornando i veicoli di aggregazione delle idee e delle istanze. Occorre, però, riconoscere preventivamente che, nell'Italia di questo avvio di XXI secolo, le imprese e gli imprenditori sono cambiati: imprese industriali, ma anche imprese di servizi, imprese del credito e della finanza e della grande distribuzione. E poi medie imprese innovative e internazionali, in grado di fare da capofila di filiere di imprese più piccole, di interrelarsi con territori multipli, dentro e fuori d'Italia, con università e città. Sono questi i soggetti di un nuovo ceto imprenditoriale chiamato a elaborare e realizzare cooperativamente idee e progetti utili a tutti. E Milano, con la sua storia, le sue università, i suoi imprenditori, sarà certo una città-laboratorio di questo nuovo ceto imprenditoriale.





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