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di Roberto Artoni

Docente di Economia, Università Bocconi, Milano.

L'area metropolitana milanese è parte di una delle regioni più ricche d'Europa e costituisce un'aggregazione in cui i livelli di reddito sono particolarmente elevati in ogni paragone internazionale. Storicamente, il successo dell'area milanese è stato determinato da tre fattori fondamentali. Il primo è riconducibile all'adeguatezza della struttura produttiva, rivelatasi compatibile con i processi di sviluppo che hanno caratterizzato l'economia italiana ed europea. Il secondo elemento è costituito dalle politiche nazionali che, opportunamente articolate nelle diverse fasi storiche, sono state capaci di favorire la crescita dell'Italia nel suo complesso e, più specificamente, delle aree più avanzate dell'Italia settentrionale. Infine, l'intervento amministrativo, attivando servizi locali di qualità ragionevolmente elevata, ha contribuito a creare i presupposti per un rilevante sviluppo economico e sociale. È certo che i fattori propulsivi alla base dello sviluppo economico dell'area milanese, a partire dalla fine del secolo XIX, e accentuatisi nel secondo dopoguerra, hanno subito profonde modificazioni o, per ragioni varie, hanno perso d'incisività. Nella sfera produttiva, il vecchio modello fondato sulla grande fabbrica e su una specializzazione orientata alla meccanica è per larga parte esaurito. Tuttavia, a testimonianza della vitalità produttiva dell'area economica milanese e lombarda, si è venuta formando nel periodo più recente una diversa articolazione produttiva, peraltro in fase di evoluzione, con caratteri innovativi. Le produzioni tradizionali hanno individuato alcune linee di specializzazione che hanno assunto un rilievo internazionale. Nello stesso tempo, il settore industriale si è parzialmente orientato verso specializzazioni tecnologicamente avanzate. Questo diverso orientamento della composizione della produzione spiega la tenuta dell'attività produttiva nell'area milanese e lombarda, anche in una fase di accentuata concorrenza interna e internazionale. Alla diminuzione di peso del settore manifatturiero ha corrisposto l'espansione del settore dei servizi, in termini di valore aggiunto e di occupazione. La struttura del settore dei servizi presenta rilevanti caratteri di modernità. Il terziario, in particolare, è fortemente orientato alla fornitura di servizi alle imprese con un riferimento molto più vasto dell'area milanese in senso stretto. Se è, quindi, vero che il settore manifatturiero ha perso di peso nella provincia di Milano, è anche vero che il settore dei servizi, sviluppatosi in questi anni, è integrato con quello secondario. Nelle specifiche circostanze dell'area milanese, dove l'incidenza del turismo e della Pubblica Amministrazione è circoscritta, un terziario avanzato e dinamico, capace di fornire servizi ad aree che si estendono al di là della regione, richiede comunque un settore manifatturiero effettivamente moderno. Dal quadro delineato emerge una situazione di transizione. Da un lato, i successi e l'accumulazione di capitale del passato hanno consentito di affrontare, con costi sociali relativamente contenuti, una profonda trasformazione dell'apparato produttivo. Dall'altro, la vitalità imprenditoriale di Milano e la qualità del capitale umano hanno permesso di individuare, parzialmente nel settore manifatturiero e più significativamente in quello dei servizi, specializzazioni produttive che garantiscono a Milano il mantenimento di una posizione di preminenza nella realtà italiana e un ruolo internazionalmente rilevante in alcune specializzazioni produttive. Se gli aspetti sostanzialmente positivi sono quelli appena richiamati, non possono, tuttavia, essere ignorati i fattori che nel medio periodo possono innescare fenomeni involutivi.

I fattori di fragilità

Il punto essenziale è riconducibile al fatto che la struttura produttiva dell'area milanese è caratterizzata da unità produttive di ridotte dimensioni. La struttura dimensionale dell'industria lombarda e milanese ci riconduce all'interrogativo che la letteratura attenta alle vicende italiane si è posta in questi anni. In un mondo caratterizzato da una progressiva integrazione internazionale e dalle grandi concentrazioni produttive, può un Paese o una regione avviare un processo di sviluppo sostenuto e diffuso, con una presenza relativamente ridotta nelle aree tecnologicamente più avanzate e in assenza di imprese leader a livello internazionale? In altri termini, pur riconoscendo l'importanza delle trasformazioni intervenute nell'area milanese, che hanno garantito finora un elevato tenore di vita e il superamento del modello fondato sulla grande fabbrica senza gravi traumi sociali, è importante interrogarsi sulla sostenibilità di lungo periodo del modello che si è venuto formando in questi anni. Non siamo ovviamente in grado di dare risposte precise a questo interrogativo. Possiamo solo sottolineare la sensazione di fragilità, anche se in un quadro in piena evoluzione, che emerge dalla composizione settoriale e dimensionale del secondario nell'area milanese e lombarda. Per l'integrazione fra il settore manifatturiero e il terziario, nella sua componente più evoluta, questa sensazione di gracilità si estende all'intera struttura produttiva. Il quadro di parziale modernità e di relativa fragilità della struttura economica milanese può essere confermata da altri indicatori, in particolare attinenti alla finanza. A Milano esiste una piazza finanziaria dominante a livello nazionale, ma secondaria a livello internazionale. Il numero di imprese quotate alla borsa valori, milanesi o lombarde, rappresentative di un settore produttivo in evoluzione, è decisamente modesto. È in particolare la bassa dimensione d'impresa, congiuntamente alla scarsa propensione alla quotazione in borsa, a ridurre l'offerta di capitale di rischio per il sistema delle imprese lombarde. Milano costituisce, poi, un importante centro di formazione e di raccolta del risparmio, che solo parzialmente si riversa sull'economia del nostro Paese. Abbiamo già osservato che Milano si è collocata al centro di un processo di crescita che ha portato l'economia italiana al livello dei Paesi più avanzati. A questo risultato hanno contribuito sia una diffusa vocazione imprenditoriale (fattore non quantificabile e non prevedibile nelle sue manifestazioni concrete), sia politiche economiche nazionali appropriate, sia un ruolo certamente positivo degli organi locali di governo. Nella storia economica d'Italia si può riconoscere un esperimento largamente riuscito d'industrializzazione guidato dall'alto, risultando, sotto questo aspetto, del tutto simile agli altri Paesi industrializzati. Forzando in una sintesi estrema fenomeni molto complessi, una prima fase protezionistica che si estende dall'Unità alla prima guerra mondiale ha consentito di porre le basi dell'industrializzazione italiana, sia attraverso le commesse pubbliche di grandi infrastrutture sia attraverso la crescita della domanda interna associata alla crescita dell'economia, in particolare nel periodo giolittiano: il regime daziario orientava la domanda verso le produzioni interne. Nel periodo fascista, dopo i sussulti connessi alla smobilitazione postbellica, la politica economica nazionale ha favorito la formazione di grandi imprese nei settori produttivi strategici, in particolare nel periodo della grande depressione. La politica di rafforzamento della base produttiva nazionale, perseguita dall'Unità alla seconda guerra mondiale, ha ovviamente beneficiato le aree geografiche più attrezzate e propense a uno sviluppo economico fondato su questo comparto. Il secondo dopoguerra rappresenta, invece, il momento, realizzato anche a seguito di scelte politiche lungimiranti, dell'inserimento della nostra economia nel circuito europeo. Da un lato, il processo espansivo generalizzato coinvolge pienamente l'economia italiana che sviluppa, per il mercato interno e per quello estero, la produzione di beni di consumo durevoli e raggiunge nella meccanica strumentale una specializzazione a livello internazionale, che ha importanti ricadute sull'economia lombarda. Nello stesso tempo, rimane viva l'attenzione, soprattutto nelle imprese pubbliche, per l'industria di base e si avviano iniziative nei settori tecnologicamente all'avanguardia (elettronica e certi settori della chimica). In questo periodo, anche se l'attività manifatturiera si diffonde in vaste zone del territorio nazionale, l'economia milanese e lombarda mantiene la sua centralità in un quadro in cui la guida dall'alto assume modalità differenti (e in molti casi meno efficace e trasparente). Il meccanismo di crescita fondato sulle grandi concentrazioni produttive, sull'attenzione ai settori strategici e sulla vitalità (in alcuni casi indotta, in altri spontanea) della media e piccola impresa si interrompe con gli anni Settanta. Le ripetute svalutazioni della lira furono probabilmente causa importante della cosiddetta industrializzazione leggera. Simmetricamente si verificarono i fallimenti (privati, pubblici e privato-pubblici) nei settori chiave dell'elettronica e del chimico-farmaceutico. Dal 1992, per ragioni buone e cattive, è stato, infine, avviato un progressivo smantellamento sia della presenza sia della responsabilità pubblica in materia economica, quando significativi elementi di colbertismo continuano a essere evidenti nella politica economica degli altri Paesi europei. L'evoluzione tecnologica, il processo di globalizzazione e la rigidità del cambio hanno, infine, introdotto ulteriori elementi che hanno accelerato la transizione verso un nuovo assetto produttivo ma, nello stesso tempo, hanno reso problematiche le prospettive di lungo periodo.

La specificità dell'economia milanese e lombarda

Il percorso qui sintetizzato permette a nostro giudizio di dar ragione delle vicende specifiche dell'economia milanese e lombarda. Una regione ricca di tradizione imprenditoriale e di capacità produttiva ha saputo trasformarsi rapidamente, individuando nicchie di nuova specializzazione importanti per il mercato nazionale e, in alcuni casi, per quello internazionale. Rimane, tuttavia, la sensazione che non sia configurabile, in assenza di una coerente politica economica sovraregionale, una prospettiva di sviluppo sostenuta e duratura, secondo le linee sperimentate in passato. In una ricostruzione del ruolo svolto dagli Enti locali nei processi di sviluppo economico-territoriale emergerebbero certamente tre aree importanti di intervento, diretto o indiretto. La prima riguarda la creazione o la promozione di strutture finalizzate all'accumulazione di capitale umano, da un'adeguata e superiore formazione di base alla predisposizione di condizioni favorevoli all'insediamento di centri di ricerca inseriti nei circuiti internazionali. La seconda area d'intervento o di responsabilità riguarda, in termini generali, la tutela della funzionalità delle grandi aree metropolitane. Su queste aree gravitano grandi masse di popolazione caratterizzate da un alto tasso di pendolarismo fra luogo di lavoro e luogo di residenza: politica urbanistica, politica dei trasporti e politica infrastrutturale sono le componenti essenziali di un'azione amministrativa tendente a garantire un'accettabile mobilità. Il terzo grande compito affidato agli Enti locali riguarda le politiche sociali. Ripetutamente è stato affidato ai governi locali il compito di individuare i bisogni emergenti, sfruttando la migliore conoscenza della realtà sottostante, e di fronteggiarli anche con risorse finanziarie proprie. Indagini storiche dovrebbero consentire di valutare la capacità dei singoli comuni di soddisfare le esigenze prima delineate nei termini storicamente manifestatisi. Con riferimento a Milano si potrebbe, a nostro giudizio, concludere che gli Enti locali (dal Comune alla Camera di Commercio) hanno contribuito alla creazione di importanti istituzioni di formazione superiore. Il successo dell'area economica milanese si spiega, infatti, anche con la localizzazione di eccellenti università e centri di ricerca. La formazione professionale, alla cui organizzazione hanno contribuito sia il mondo dell'impresa e del lavoro, sia i poteri politici, è stata certamente una storia di grande successo, soprattutto nel periodo del decollo industriale dell'area milanese. Milano, facilitata in ciò dal grande sviluppo economico che ha caratterizzato larga parte del secolo XX e da una favorevole composizione demografica, ha saputo affrontare i grandi problemi sociali, connessi soprattutto all'immigrazione nelle sue diverse manifestazioni storiche, evitando la formazione di rilevanti sacche di deprivazione sociale. Anche in questo contesto il ruolo dei governi locali, in una positiva integrazione con gli altri operatori sociali, è stato molto importante, contribuendo alla creazione di condizioni di coesione sociale compatibili con un forte processo di crescita economica. Una valutazione più problematica emergerebbe, probabilmente, (al di là di tutti gli approfondimenti specialistici), quando si volesse valutare la politica di gestione del territorio seguita, soprattutto, nel secondo dopoguerra. L'impressione più immediata è che l'assenza di scelte lungimiranti abbia reso più difficile la gestione dell'area milanese, contribuendo fortemente alla formazione di un rilevante fabbisogno infrastrutturale. L'inadeguatezza delle infrastrutture o la ridotta mobilità all'interno dell'area o la cattiva qualità della vita, sono tutti fattori che possono limitare le prospettive di crescita dell'area milanese, in un contesto complessivo diventato comunque più difficile. Le probabilità di avviare un nuovo ciclo di sviluppo aumenteranno, tuttavia, se gli enti locali sapranno riprendere il ruolo di stimolo che in passato hanno avuto sotto molti punti di vista; si può aggiungere che la funzione propulsiva degli Enti locali è resa più importante dal fatto, richiamato nel paragrafo precedente, che dalla politica economica nazionale non verrà presumibilmente un grande aiuto. La capacità di attrarre centri di ricerca e di direzione delle grandi imprese dipenderà anche dalle politiche insediative e abitative degli Enti locali, così come la realizzazione di condizioni favorevoli per il buon funzionamento dell'istruzione a tutti i livelli dipende dall'azione di governo territoriale. In questo campo, la progressiva integrazione a livello mondiale della comunità scientifica e la modestia delle sollecitazioni provenienti dal sistema produttivo molto frammentato, richiederanno comunque interventi profondamente innovativi. Sul piano sociale, in futuro, si porranno rilevanti problemi di natura e dimensione diversa da quelle sperimentate in passato. L'evoluzione demografica annuncia, oltre a una caduta della popolazione compensabile solo con flussi migratori, anche un rilevante invecchiamento della popolazione. Il fenomeno è destinato a esacerbarsi anche per le particolari caratteristiche della crescita del tessuto urbano. La fuoriuscita dalla città delle coorti di dimensione più giovane fa sì che, sempre di più, restino ad abitare Milano le classi di reddito più alto, insieme agli anziani e agli immigrati. Inoltre, la stessa esigenza di attrarre flussi migratori dovrà condurre a riconsiderare le politiche locali e, in particolare, le scelte urbanistiche, se si desidera governare un processo che altrimenti rischia di portare spontaneamente a esiti difficili dal punto di vista sociale.