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Un patrimonio culturale organico

La Camera di Commercio rappresenta uno degli snodi fondamentali nell'evoluzione economica, civile e sociale milanese degli ultimi tre secoli.

Lungo questo arco di tempo, presso l'Ente camerale si è venuto costituendo un patrimonio culturale assai rilevante, che però non sempre è stato facilmente percepito come un insieme organico.

Accanto all'archivio storico e alla biblioteca, ben noti e da tempo resi fruibili per la comunità, fanno parte di questo insieme anche il patrimonio architettonico ed uno artistico ad esso connesso, oggetto di interventi di catalogazione negli ultimi due anni.

L'analisi del patrimonio architettonico camerale, che consta di tre edifici di particolare pregio, Palazzo ai Giureconsulti (realizzato tra il 1562 ed il 1655 ed acquisito dalla Camera nel 1911), Palazzo Mezzanotte (edificato nel 1932) e Palazzo Turati (edificato nel 1880), rende facilmente palpabile, nel cuore stesso di Milano, il rilievo dell'Ente camerale nello sviluppo metropolitano.

 

Palazzo Affari ai Giureconsulti

L'elegante edificio, realizzato tra il 1562 ed il 1655, che prospetta con i suoi portici su via dei Mercanti e colpisce ancora oggi per l'esuberanza decorativa della sua facciata e il suo insolito volume, è uno dei più antichi edifici della città. Di proprietà della Camera di Commercio dal 1911, dal 1991 è conosciuto come Palazzo Affari ai Giureconsulti.
La storia di questo antichissimo edificio, che affonda le sue origini nell'età romana, si intreccia con la storia della città stessa di Milano, con la sua arte e la sua letteratura.La facciata di Palazzo Affari ai Giureconsulti prospiciente via Mercanti

Secondo una definizione che potrebbe darne Paolo Torsello, questo palazzo rimane ancora oggi una figura di pietra, che ci parla attraverso le sue stratificazioni storico-costruttive.
La collocazione dell'edificio all'interno del Broletto, uno dei principali scenari della storia civile ed economica milanese, rende doveroso un accenno alla storia di questa struttura urbana, unica a Milano.

Il Broletto, come centro economico ed amministrativo, nasce nel XIII sec., all'indomani dell'abbandono del Broletto vecchio, nel 1228, posto nell'area attualmente sita tra il Duomo ed il Palazzo Reale.
Questa architettura, come molte altre medioevali, non fu costruita in un'unica soluzione, ma si formò gradualmente in un lungo lasso di tempo come un coacervo di edifici eterogenei per forma, funzione e stile, confermandosi però nel tempo come il locus urbano deputato alla trattazione degli affari. Tuttavia, solo nel XVI sec. furono eseguiti quegli interventi che determinarono anche sul piano architettonico il ruolo centrale di questa struttura e tra questi anche l'edificazione di Palazzo Giureconsulti. Quest'ultimo si qualificava infatti come primo tassello di un intervento che, nelle intenzioni del committente, il Pontefice Pio IV, avrebbe dovuto uniformare architettonicamente tutti gli edifici prospettanti su Piazza dei Mercanti.
Il ruolo politico ed economico del Broletto decadde a partire dalla seconda metà del Settecento, quando si estinsero, furono soppressi o trasferiti gli antichi istituti che lo avevano abitato per secoli.
Nel corso dell'Ottocento, diverse serie di interventi e demolizioni posero fine al Broletto come nucleo architettonico completo e chiuso, poiché venne, di fatto, tagliato dalla attuale Via Mercanti, che lasciò isolato Palazzo dei Giureconsulti.
Proprio quest'ultimo, alla conclusione degli ultimi restauri, ha assunto dal 6 dicembre 1991 l'attuale denominazione di Palazzo Affari ai Giureconsulti.
Questa intitolazione riassume in sè la storia dell'edificio, nato nel 1560, su commissione di Papa Pio IV Medici e progetto di Vincenzo Seregni (1509-1594), per dare una degna sede ai Dottori in Legge della città di Milano (Collegio dei Nobili Dottori, ovvero Giureconsulti).
Le sue origini affondano in tempi antichissimi, come testimoniano i resti archeologici di sedimi e lastricati stradali, pozzi e murature, che oggi sono visibili nei sotterranei del Palazzo e rimandano a vicende storiche della Milano medievale, cui appartiene la duecentesca Torre di Napo Torriani, inglobata sin dal 1601 nell'edificio (e rivestita nel 1859 dall'arch. Enrico Terzaghi), la cui mole architettonica è oggi - come nei secoli passati - chiaramente distinguibile nel volume dell'edificio, che ha in essa il suo baricentro.

I lavori iniziarono il 7 aprile del 1562, come testimoniato dalla lapide che ricorda la posa della prima pietra, murata ancora oggi nel passaggio di Santa Margherita.
Al di là dell'inclusione della torre di Napo Torriani, i lavori possono essere considerati come un rimaneggiamento di edifici preesistenti, con interventi che si protrassero per quasi un secolo, tanto che l'ala destra venne completata da Carlo Buzzi (attivo tra 1638 e 1658Particolare del decoro sulla facciata di Palazzo Affari ai Giureconsulti all'angolo con via Mengoni). Buzzi, come Seregni architetto della Fabbrica del Duomo, terminò l'estensione della campata sul fronte est fino a inglobare il portone della Pescheria vecchia (1656).
Dal 1808 al 1901 l'edificio ospitò ( nell'odierna Sala delle Colonne e in altri ambienti dell'ala sinistra) la Borsa di Milano (mentre nell'ala destra nell'ex Gabella del Sale), dal XIX sec. al 1878 ebbero sede gli Uffici del Telegrafo.
Nel 1855, con l'intento di recuperare degli spazi per le attività di contrattazione, i portici lungo Via dei Mercanti furono chiusi con vetrate, opera di Lorenzo Terzaghi.
Nel 1865 la facciata sull'allora Via Mercanti subì delle modifiche, in quanto il livello stradale prospiciente venne abbassato per favorire la posa delle rotaie del tram, facendo perdere alla piazza il suo plurisecolare carattere chiuso.
All'interno di un progetto di più ampio respiro e squisitamente urbanistico che comportò la demolizione dell'antica sede del Tribunale di Provvisione, nel 1887 parte dell'ala sinistra del palazzo subì delle modifiche per consentire l'allargamento del passaggio di Santa Margherita.
In quell'occasione la facciata venne ricomposta, in parte per anastilosi, ovvero mediante il reimpiego delle antiche pietre asportate dalla facciata stessa.
Fu proprio in questa occasione che venne alla luce la già citata lapide commemorativa dell'inizio dei lavori.
Nel 1911-1914, quando il palazzo fu acquistato della Camera di Commercio, furono avviati degli interventi di ridisegno degli interni che trasformarono la distribuzione degli ambienti come la conosciamo oggi.
Le opere rese necessarie dall'insediamento della Camera di Commercio modificarono in modo sostanziale l'assetto distributivo interno dell'edificio. Se da una parte hanno restituito l'aspetto originario del palazzo, eliminando su via Mercanti le vetrate che tamponavano i portici, dall'altra hanno eliminato, in accordo con la Sovrintendenza, le strutture voltate a copertura della Sala delle Colonne (al piano terra a sinistra della torre) e della Sala dell'antica Gabella del Sale (al piano terra a destra dell'edificio), previo strappo delle pitture murali che le decoravano, a loro volta trasportate su tela e ricollocate, rispettivamente, sul soffitto della Sala del Parlamentino e sul soffitto dello Scalone d'onore.
Sparirono inoltre gli ultimi lacerti decorativi e materiali dell'antica Cappella di Provvisione, il cui spazio fu trasformato in un ambiente a doppia altezza, oggi Scalone d'onore del palazzo; la piccola abside fu demolita per allargare lo spazio dell'andito delle scale di servizio; il soffitto fu demolito per ricavare lo spazio a doppia altezza del salone.
Nel 1937, per iniziativa dell'architetto Paolo Mezzanotte, fu sistemato sul soffitto del vano dello Scalone d'onore un affresco di Giovan Battista Sassi (1680-1750), trasferito su tela dopo essere stato rimosso dal coro della soppressa chiesa di San Giovanni Decollato alle Case Rotte.
Durante i bombardamenti del 1945, il palazzo fu seriamente danneggiato, soprattutto nella sua ala destra.
Si resero necessari, dunque, interventi di messa in sicurezza dell'edificio, che trovarono pieno completamento solo con l'ultimo intervento, effettuato nel 1989.

La Sala Parlamentino di Palazzo Affari ai Giureconsulti

Il restauro intrapreso da Gianni Mezzanotte nel 1989, su committenza della Camera di Commercio, ha interessato l'edificio nella sua globalità, riguardando contestualmente per la prima volta l'aspetto distributivo, archeologico, strutturale, giungendo infine anche al restauro delle superfici.
Su un piano distributivo, il salone sotterraneo, oggi Sala Esposizioni, fu liberato dalle tramezzature, permettendo la visione nella sua interezza della volta cinquecentesca a botte e ribassata; analogo intervento ebbe luogo nella soprastante Sala delle Colonne, permettendo il riemergere dell'aspetto dell'antica sala delle contrattazioni.
Il ridisegno delle parti interne ha previsto anche una particolare salvaguardia dei reperti romani ritrovati nel sotterraneo, creando una balconata che consente la visibilità dell'antica sede stradale, dell'antico resto della fornace e dei due pozzi (di cui uno, sottostante la balconata, protetto da una lastra di vetro pedonabile).
I principali interventi sull'aspetto strutturale hanno comportato un intervento atto ad isolare l'edificio dalle vibrazioni indotte dal passaggio dei convogli della Metropolitana linea 1, le cui gallerie sono sottostanti l'edificio. Questi interventi si sono concentrati anche sul consolidamento della Torre di Napo Torriani, in relazione alla quale un restauro statico era già stato attuato nel 1913, con accertamenti dello stato delle sue fondazioni (cronache dell'epoca riferiscono che già nel 1562, all'inizio della costruzione, la torre sembrava inclinata rispetto al resto dell'edificio).
Infine, gli interventi di pulitura si sono concentrati in special modo sulle pietre della facciata.

 

La Cappella di Provvisione

La Cappella è una parte dell'edificio che non ci è stata tramandata come originariamente si presentava, ma in realtà trattavasi dell'ambiente più significativo, cuore delle celebrazioni religiose interne al palazzo e che ricordava, in un certo qual modo, la committenza papale dell'edificio stesso.
La cappella, infatti, intitolata a S. Giovanni Evangelista e agli Angeli, fu voluta e progettata su indicazioni di Pio IV, con l'obbligo della celebrazione della messa quotidiana.
Anche la Torre di Napo Torriani assunse da allora un nuovo significato, espletando sia la funzione di torre campanaria per la sottostante cappella, sia, nelle iniziali intenzioni del Seregni, quella di accesso diretto alla cappella.
Secondo il Seregni la cappella doveva, in realtà, avere una sistemazione completamente diversa rispetto a quanto venne poi effettivamente eseguito: aveva innanzitutto una posizione assiale rispetto all'arco corrispondente alla base della torre di Napo Torriani, successivamente occupata dalla nicchia contenente la statua prima di Filippo II, poi di S. Ambrogio.
Si previde anche la costruzione di un piccolo catino absidale esterno ai volumi della costruzione e debordante sul sedime stradale della retrostante via delle Farine. Il progetto fu poi abbandonato senza un'effettiva motivazione; in realtà, probabilmente furono riscontrate diverse difficoltà, legate sia all'impossibilità di procedere al previsto "svuotamento" della torre, sia all'impossibilità di costruire il catino absidale - restringendo la sezione di via delle Farine, già stretta di per sé - e, soprattutto, alla volontà di non interrompere la continuità interna degli ambienti del palazzo.
La posizione baricentrale della cappella avrebbe infatti comportato una divisione in due ali distinte dell'edificio, che non si sarebbe risolta se non a prezzo di far assumere, a questo ambiente sacro, le funzioni di un ambiente di passaggio. Tutte queste considerazioni contribuirono probabilmente ad una radicale trasformazione del progetto. La cappella dunque si confermò il baricentro della costruzione, ma assunse una posizione completamente perpendicolare rispetto a quella inizialmente prevista, con una piccola conca absidale posta sul lato orientale dell'ambiente che si estendeva nello spazio che attualmente è occupato dalle cabine degli ascensori.
I lavori per la realizzazione della cappella, secondo le cronache di cantiere, potevano dirsi finiti nel 1585.

Nel 1605 la decorazione della cappella divenne l'occasione di una committenza d'eccezione per i massimi pittori lombardi contemporanei: Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone (Morazzone 1573-Piacenza 1626), Giovan Battista Crespi, detto il Cerano (Romagnano Sesia 1573-Milano 1632), Ambrogio Figino (Milano 1553-1608), Enea Salmeggia (1546-1626), Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo (Montabone 1568-Moncalvo 1625), Paolo Camillo Landriani, detto il Duchino (Ponte Valtellina 1560 ca.-Milano 1618), Melchiorre Gherardini (Milano 1607-1668), Giulio Cesare Procaccini (Bologna 1574-Milano 1625).

E' interessante notare, per comprendere quanto fosse alto il prestigio della cappella, che risalgono a quegli anni i cicli dei noti "quadroni" di San Carlo, realizzati per il Duomo di Milano tra il 1603 ed il 1610 da alcuni degli artisti impegnati anche a Palazzo Giureconsulti. Questo apparato decorativo, oggi ricostruito in una sala della Pinacoteca civica del Castello Sforzesco, restituisce pienamente il senso di quella grande impresa collettiva, condivisa dai maggiori protagonisti del Seicento lombardo, che nelle loro pale d'altare espressero al meglio la propria celeberrima capacità narrativa e drammatica, ricca di vivacità cromatica e gusto per la ritrattisticaScalone d'onore di Palazzo Turati, realizzato negli spazi un tempo occupati dalla Cappella di Provvisione. Nel fregio del mosaico il motto Universitas Mercatorum..
Nel periodo napoleonico, dopo la sconsacrazione del 1798, la cappella fu adibita a magazzino delle opere d'arte religiose confiscate al clero.
Risale dunque a questo periodo l'interessante e poco nota funzione civile e politica di questo spazio, in cui opere d'arte trafugate e in attesa di essere distribuite nei nascenti musei pubblici di età napoleonica erano passate al vaglio del giudizio storico critico dei più insigni artisti milanesi alle dipendenze del Regno e operanti a Brera (Andrea Appiani, Giuseppe Bossi).
Gli ultimi lacerti decorativi e architettonici furono definitivamente cancellati dai restauri del 1911, quando, come già ricordato, venne infine trasformata nell' ambiente a doppia altezza dello Scalone d'onore del palazzo.

 

La Torre di Napo Torriani

La torre venne eretta ufficialmente nel 1271, su commissione di Napo Torriani, allora Podestà di Milano, probabilmente innestandosi sui resti di una torre più antica. Le opere di consolidamento eseguite durante i restauri del 1989 hanno consentito infatti di appurare che le fondazioni della struttura raggiungono i 7,5 metri di profondità.
La torre per lungo tempo svolse anche la funzione di torre civica e dal 1411 fu dotata anche di un orologio collocatovi dall'ingegnere del Duomo, Filippino da ModenaLa statua di S. Ambrogio di Luigi Scorzini (1833) e l'orologio di Filippino da Modena (1411) incastonati nella Torre di Napo Torriani (1271) inglobata al centro della facciata di Palazzo Affari ai Giureconsulti.
L'opera fu più volte oggetto di manutenzioni, o, addirittura, di spostamenti.
La sua collocazione, prevista molto al di sopra della linea di gronda della fabbrica, fu oggetto di ricorso da parte dei prefetti della Camera del Collegio, che la considerarono eccessivamente alta per consentire una lettura agevole delle ore.
L'ingegnere Alessandro Besnati, nel 1601, espresse il parere, reso poi esecutivo, di collocare l'orologio appena al di sopra della linea di gronda della fabbrica, non interrompendo quindi la collocazione prevista dal Seregni degli ordini inferiori della fabbrica del Palazzo.
L'aspetto della torre, che allora si presentava come una costruzione snella (terminante nella parte superiore con una piattaforma leggermente sporgente e completata da una loggia in legno sormontata da un tetto a piramide che rappresentava la cella campanaria) rimase tale fino al 1859, quando fu innalzata e dotata di una nuova loggia. Le superfici esterne, per il volume emergente al di sopra della copertura del Palazzo, ancora in mattoni a vista, furono coperte con uno strato d'intonaco, raggiungendo l'aspetto odierno.

Alla base della torre (in corrispondenza dell'arco che nei progetti del Seregni sarebbe dovuto divenire l'entrata dal Broletto alla cappella di Provvisione) fu innalzata nel 1611 una statua di Filippo II di Spagna, opera di Andrea Biffi, oggetto nel tempo di una damnatio memoriae di cui si ha una suggestiva rievocazione nel XII capitolo dei Promessi Sposi, che vale la pena di riportare:
"E lì eran ben pochi quelli che nel passare davanti alla nicchia che taglia il mezzo della loggia dell'edifizio, chiamato allora collegio de' Dottori, non dessero un'occhiatina alla grande statua che vi campeggiava, a quel viso serio, burbero, accipigliato e non dico abbastanza, di don Filippo II, che anche dal marmo, imponeva un non so che di rispetto, e con quel braccio teso, pareva che fosse là per dire: Ora vengo io, marmaglia. Quella statua non c'è più, per un caso singolare. Circa cento settant'anni dopo quello che stiamo raccontando, un giorno le fu cambiata la testa, le fu levato di mano lo scettro e sostituito a questo un pugnale e alla statua fu messo nome Marco Bruto.
Così accomodata stette forse un paio d'anni; ma, una mattina, certuni che non avean simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie, e smozzicata e ridotta a un torso informe, la strascinarono con gli occhi in fuori e colla lingua fuori per le strade, e quando furono stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi lo avesse detto ad Andrea Biffi quando la scolpiva!".

Definitivamente abbattuta, dunque, dai soldati austriaci, la nicchia in cui si trovava rimase vuota fino al 1833, quando fu nuovamente occupata dalla  attuale statua Sant'Ambrogio, opera di Luigi Scorzini.

 

Apparato decorativo e opere d'arte

La caratteristica predominante dell'edificio è senza dubbio l'esuberante apparato decorativo che denota la facciata su via dei Mercanti; e non solo per la statua di Scorzini.
Accanto alle opere d'arte quali affreschi, bassorilievi, medaglioni e stemmi (che rivestono un particolare significato simbolico e allegorico), L'apparato decorativo della facciata di Palazzo Affari ai Giureconsulti: figura allegorica della musica e busto di giureconsulto coesistono altre espressioni artistiche, cosiddette minori, ascrivibili a pertinenze decorative che, come parti originarie del progetto, costituiscono la caratteristica decorativa del palazzo stesso e sono state infatti sin dal Seicento sempre evidenziate nelle descrizioni del palazzo che compaiono all'interno delle antiche guide della città di Milano.
Di tali guide, le più significative in merito, censite per la prima volta in occasione dell'analisi sul patrimonio architettonico affidata nel 2011 al Centro per la cultura d'impresa e condotta da Chiara Nenci, Germana Formenti, Rolando Pizzoli e Francesca Tamanini, vanno dalla più antica di Carlo Torre, Il ritratto di Milano (Milano 1714, pp. 238-239), a quelle di Serviliano Latuada, Descrizione di Milano ornata con molti disegni in rame … (Milano 1738, p. 187), Carlo Bianconi, Nuova guida di Milano (Milano 1787, pp. 446-449) e Ignazio Cantù, Milano, nei tempi antico, di mezzo e moderno …(Milano 1833, pp. 22-23).
Lunghe e significative digressioni di elogio sono naturalmente spese, in questi testi storici, nella descrizione della già citata cappella della Provvisione.
Tornando all'intervento che ne ha cancellato del tutto l'antica fisionomia, lo Scalone d'onore che ne ha occupato lo spazio originario resta comunque notevole per la sua tecnica costruttiva ad archi rampanti e di un certo interesse è anche il mosaico in tessere di marmo con il fregio decorativo circolare nella parte centrale.
Sul soffitto, la pittura che decora la volta è opera tardoseicentesca di Giovan Battista Sassi (1679-1762), proveniente dal coro della soppressa chiesa di San Giovanni Decollato alle Case Rotte, trasportata su tela e inserita nella volta dello scalone nel 1937.

Nella Sala del Parlamentino, cui si giunge attraverso il corridoio dei Passi Perduti, si trova a parete, inquadrata in una sfarzosa cornice dorata e a stucchi, un'allegoria novecentesca della operosità cittadina, impersonata dalle figure allegoriche di Commercio, Industria e Agricoltura, sullo sfondo di una Milano che sale tra fumanti ciminiere.

Scena allegorica con Commercio, Industria e Agricoltura, opera di Paolo Rivetta (1948), nella Sala Parlamentino di Palazzo Affari ai GiureconsultiLa presentazione del modello di Palazzo Giureconsulti a Papa Paolo IV, affresco di Paolo Rivetta (1948), nella Sala Donzelli del palazzo stessoLa presentazione del modello di Palazzo Giureconsulti a Papa Paolo IV, affresco di Paolo Rivetta (1948), nella Sala Donzelli del palazzo stesso; particolare con l'offerta a papa Pio IV del modello dell'edificio

L'opera è di Paolo Rivetta (1911-1985), autore anche della falsa ricostruzione storica de La presentazione del modello di Palazzo Giureconsulti a Papa Paolo IV, da lui raffigurata con i volti dei contemporanei Paolo Mezzanotte, di consiglieri della Camera, del segretario generale Italo Olivetti e del ragioniere capo della stessa (rispettivamente, committente e pagatore dell'opera nel 1947), affresco che nella Sala Donzelli al primo piano sostituì l'originario distrutto. Tornando alla Sala del Parlamentino, l'affresco sulla volta vi fu in realtà trasportato nel 1912 dopo lo strappo dalla sua collocazione precedente, sul soffitto del Salone degli Addottoramenti.

La tradizione storica ne rimanda l'autografia a Giuseppe Bossi (1777-1815), pittore neoclassico milanese apprezzato da Canova e dai più celebri artisti del periodo napoleonico.
In realtà, né Bossi nelle sue memorie autografe, né altre fonti scritte dell'epoca, confortano questa attribuzione, che sarebbe più appropriato spostare verso la direzione di una pittura allegorica di scuola appianesca, se non addirittura ascrivere alla mano dello stesso Andrea Appiani (1754-1817). Resta tuttavia un interessante caso di studio ancora aperto la corretta attribuzione che la buona qualità del complesso impianto compositivo della scena ancora oggi meriterebbe.

 

Palazzo Turati

Il palazzo dalla elegante facciata neorinascimentale La facciata di Palazzo Turati prospiciente via Meravigli si trova su Via Meravigli, ed è collegato con il retrostante Palazzo Mezzanotte da quando l'architetto Paolo Mezzanotte, autore dell'omonimo edificio, ne avviò alcune opere di ridisegno interno.
Come gli altri edifici di pertinenza camerale, anche questo palazzo racchiude nei suoi sotterranei una traccia della Milano romana, ovvero parte delle strutture di sostegno delle gradinate dell'antico teatro romano, distrutto probabilmente dal Barbarossa nel 1162, all'indomani dell'assedio di Milano.
La storia costruttiva di questo edificio inizia nel 1880, ma già qualche anno prima il conte Francesco Antonio Turati, industriale assurto alla dignità nobiliare e Consigliere della Camera di Commercio dal 1842 al 1862, diede incarico all'architetto Emilio Combi di realizzare il palazzo di famiglia al civico 7 di via Meravigli.
Dopo la vendita all'Unione Cooperativa avvenuta all'inizio del XX sec., furono intrapresi dei lavori di rimaneggiamento su progetto dell'architetto Ulisse Stacchini (1871-1947), con un ampliamento, a piano terra, delle finestrature, la copertura dei cortili con grandi lucernari, e la creazione di una galleria che collegava il palazzo con la retrostante piazzetta di S. Vittore, per potervi inserire le sedi dei grandi magazzini di vendita.
Poco dopo, negli anni 1929-1931, in concomitanza con il cantiere del retrostante palazzo della Borsa, Mezzanotte ridisegnò gli interni del palazzo, progettando un ampio salone al piano terra all'angolo con Via delle Orsole, e uno più piccolo per il mercato delle Sete.

Ma fu con i bombardamenti del 1943 che il palazzo subì gravissimi danni, quando fu distrutto il corpo dell'edificio e danneggiata la facciata (che fu anche oggetto di un terribile incendio).
Nel dopoguerra, e precisamente nel 1950, fu presa la decisione di ricostruire il palazzo, ripristinandone, su indicazione della Soprintendenza, la facciata, per farne sede della Camera di Commercio di Milano.
Il prestigioso incarico richiamò l'attenzione dei maggiori professionisti del periodo, ma la gara fu vinta dai fratelli Piergiacomo (1913-1968) e Achille Castiglioni (1918-2002), che seppero coniugare le esigenze di conservazione dell'aspetto esterno, armonizzato con il vicino Palazzo Turati al civico 7, con quelle della moderna funzione.Vista esterna dello scalone d'onore di Palazzo Turati dal cortiletto interno con la statua di Sant'Ambrogio benedicente di Mario Negri (1959)
In pratica il palazzo, salvo limitate porzioni al piano terra e primo, all'angolo di via delle Orsole, fu quasi completamente ricostruito dietro l'originaria facciata.
Per la costruzione dell'interno si operò con criteri moderni e non si fece riferimento al cortile colonnato tipico dei palazzi milanesi. La facciata su via Meravigli fu, infatti, ricostruita fedelmente su quella progettata dagli ingegneri Ponti e Bordoli nel 1880, con reimpiego della pietra di Saltrio; è inoltre l'unica parte dell'edificio ricostruita con mattoni pieni, proprio per poter controbilanciare il considerevole peso del paramento in pietra naturale, e consentire un adeguato contrappeso alla fascia marcapiano, in blocchi di pietra scolpita spessi fino ad un metro, riconoscibile da una accentuata linearità e regolarità degli elementi architettonici, con apparati decorativi debitori dei modelli romani e fiorentini. Infatti, l'impostazione, che evidenzia le linee orizzontali su quelle verticali, il ritmo delle aperture e la collocazioni dei portali, richiamano il palazzo romano della Cancelleria e il fiorentino Palazzo Rucellai. Una netta allusione al primo sono i quattro ordini di apertura (piano terra, piano primo, piano secondo e finestrelle sottogronda) le aperture ad arco su strada, l'apparato decorativo che definisce le aperture al primo piano e la gronda sostenuta da una ritmica serie di mensoline. Il bugnato della facciata si esprime diversamente dagli esempi precedenti, mentre richiama vagamente il Palazzo dei Diamanti di Ferrara, più che per la forma del bugnato, per la marcatura che sottolinea la nettezza delle linee architettoniche della facciata e evidenzia l'apparato decorativo delle finestre.

Il resto dell'edificio fu invece ricostruito con criteri pienamente moderni, impiegando una struttura puntiforme di cemento armato e paramenti in mattoni forati. Furono adottate delle fondazioni a plinto, ad esclusione della porzione ricostruita su Via Meravigli e in adiacenza al Primo palazzo Turati, dove, in considerazione dei carichi e della prossimità delle vicine strutture, si è preferito adottare una soluzione che prevedesse l'impiego di una trave rovescia.
È del 1953 l'approvazione dei progetti delle strutture in cemento armato, ma i lavori di ricostruzione ebbero inizio solo il 26 maggio 1954 e durarono circa quattro anni; dopo un anno e mezzo, nel novembre 1955, il rustico dell'edificio poteva dirsi terminato.
Tuttavia i lavori terminarono del tutto solo nel 1958, quando il 27 aprile vi veniva ufficialmente inaugurata la sede della Camera di Commercio di Milano.
Il vero spirito novecentesco del palazzo aleggia negli spazi interni, che a partire dal piccolo giardino modernista, disegnato per accogliere la grande statua di S. Ambrogio di Mario NegriIl cortiletto interno di Palazzo Turati con la statua di Sant'Ambrogio benedicente di Mario Negri (1959), visto dall'atrio di ingresso, accompagnano il visitatore agli ambienti del primo piano, oggi in parte diversamente connotati, ma, in origine, pensati dai fratelli Castiglioni per le stanze di rappresentanza dove si fondono in organica armonia funzioni operative e apparati decorativi.
Nella Sala conferenze, per fare un esempio, un alternarsi ritmico di forme quadrate e circolari, sottolineato da studiate cromie, trasformava persino i necessari elementi di insonorizzazione acustica e di opportuna illuminazione, in patterns decorativi di pregevole valore estetico, accostati al colore naturale dei legni di rivestimento.

Medaglione raffigurante Sant'Ambrogio, realizzato da Romano Rui (ante 1958) per la Sala del Consiglio camerale di Palazzo Turati

Nell'ottica di un lavoro collettivo, dialogante con l'avanguardia artistica milanese, vanno anche inquadrati il coinvolgimento di un maestro del Novecento italiano, Lucio Fontana, o il medaglione innovativamente realizzato da Romano Rui in lega di alluminio per essere collocato nella Sala del Consiglio. 

Infine, la grande vetrata di Cristoforo de Amicis , che conclude il vestibolo al primo piano e collega le due ali del palazzo, è esempio di una moderna sintesi di un'antica arte manifatturiera al servizio da secoli dei luoghi sacri, ma qui convertita in una maestosa allegoria delle arti produttive, con le gigantesche  personificazioni di Commercio, Industria e Agricoltura che campeggiano, ieratiche, quali Santi moderni.

Allegoria del Commercio, dell'Industria e dell'Agricoltura, vetrata di Cristoforo de Amicis (ante 1956) nel vestibolo del primo piano di Palazzo Turati

 

 

 

 

 


 

Palazzo Mezzanotte

Anche questo edificio si trova nelle immediate vicinanze del centro storico e domina piazza Affari con la sua imponente facciata classica, l'ordine gigante ed il frontone terminale.
Lo stabile è collegato con Palazzo Turati, e forma con quest'ultimo, nella parte interna del lotto, un'unità architettonica pressoché inscindibile.
Le vicende costruttive di questo edificio traggono origine dall'esigenza, da parte della Borsa di Milano, di avere una nuova sede che potesse accogliere tutte quelle operazioni di contrattazione attorno a cui ruotava l'economia del tempo, poiché la sede di piazza Cordusio, il Palazzo della Borsa progettato dall'arch. Luigi Broggi (attiva dal 1901), era ormai diventata inadatta alle nuove necessità.

Il progetto di Paolo Mezzanotte risale al 1928Facciata di Palazzo Mezzanotte prospiciente Piazza Affari, con le sculture eseguite da Leone Lodi e Geminiano Cibau (1932), ma il cantiere fu avviato solo nel 1929, su un sedime che la Camera di Commercio aveva già acquistato nel 1925 dall'Unione Cooperativa.
I lavori per la costruzione dell'edificio comportarono una radicale trasformazione dell'edificato allora esistente, implicando sia la demolizione di alcuni edifici (tra cui alcuni già aventi destinazione commerciale), sia la ristrutturazione di altri sul lato orientale dell'attuale palazzo, inglobati nel nuovo volume architettonico.
Come già accaduto per Palazzo Turati, lo scavo per le fondazioni portò alla luce resti del teatro romano (già individuati nel 1880 dagli studi di Pompeo Castelfranco)Lapide relativa ai resti del Teatro romano, collocata sulla muratura esterna di Palazzo Mezzanotte prospiciente via San Vittore al teatro, circostanza che comportò un rallentamento dei lavori e una conseguente, necessaria modifica del progetto.
Il nuovo edificio fu inaugurato nel 1932, presentandosi come un palazzo che coniugava le linee architettoniche d'impostazione classica con caratteristiche tecnologiche innovative, in particolare per l'aspetto impiantistico, vantando il primato, in Italia, di possedere un moderno impianto di condizionamento d'aria, della possibilità di chiamate automatiche degli impianti di risalita, e disponendo di un quadro elettrico per la visione, in tempo reale, dei titoli di Borsa.
Al suo interno erano ospitate anche diverse funzioni corollarie, a servizio diretto o indiretto delle attività delle contrattazioni: un albergo per gli agenti di cambio, un ristorante al piano interrato (la Taverna Ferrario) e degli spazi ad uso ufficio, da affittare negli ultimi quattro piani.
I bombardamenti del 1943 lasciarono fortunosamente l'edificio, mentre l'adiacente Palazzo Turati fu quasi raso al suolo; l'onda d'urto di questi ultimi distrusse però il velario di copertura della Sala delle grida, che fu ripristinato solo alla fine del conflitto.
Nel 1954, Palazzo Mezzanotte fu privato della Borsa Merci, trasferita nei nuovi ambienti esito della ricostruzione di Palazzo Turati.
Nel 1985 lo storico tabellone elettrico fu sostituito da uno elettronico e nel dicembre 1987 presero avvio dei lavori di restauro che terminarono solo nel 1994; in questo periodo le attività della Borsa furono ospitate in un prefabbricato posto nel mezzo di Piazza Affari.
Nel 2002 gli spazi nel seminterrato occupati dalla Taverna Ferrario furono trasformati in un centro congressi multimediale.
Nel 2008 furono eseguiti alcuni interventi su commissione della London Stock Exchange Group (nel frattempo divenuta nuova società conduttrice del palazzo) che ridisegnarono la zona degli uffici e una sostanziale manutenzione delle finiture, che riproposero e riconfermarono quelle dell'epoca di costruzione.

Particolare della facciata di Palazzo Mezzanotte prospiciente Piazza Affari, con le statue eseguite da Leone Lodi e Geminiano Cibau (1932)

L'architettura della facciata ha un'impostazione, in accordo con le tendenze architettoniche dell'epoca, prettamente classica, ma non si accontenta di riprenderne la modularità e la linea, magari in una chiave razionalista (come le opere di Marcello Piacentini), bensì recupera gli stilemi dell'architettura classica, riconoscibili nell'ordine gigante delle semicolonne chiuse all'estremità da due pilastri squadrate, nel timpano sormontato da statue, opera di Leone Lodi e Germiniano Cibau (richiamo agli acroteri dei templi classici) e al finestrone termale, nelle arcate a due ordini, con timpani spezzati (manieristici).

Gli spazi interni sono razionalmente distribuiti, su sei livelli fuori terra e due sotterranei. Entrando, e considerando l'impostazione classica dell'edificio, si può notare come lo scalone d'onore circolare (che richiama alla mente lo scalone elicoidale bramantesco dei Palazzi Vaticani o quelli del Palazzo Farnese a Caprarola, opera di Giuliano da Sangallo) sia in una posizione non defilata, ma laterale rispetto alle entrate.Lo scalone elicoidale di Palazzo Mezzanotte visto dal basso La scelta architettonica sottolinea la necessità di richiamare l'attenzione del visitatore alla Sala delle grida, prospiciente l'atrio d'ingresso e cuore pulsante dell'edificio.

L'edificio è stato costruito con tecniche tradizionali, anche se la parte strutturale, in cemento armato, può essere considerata sostanzialmente all'avanguardia per l'epoca.
Le murature perimetrali sono in mattoni pieni e quelle delle tramezzature in forati.
Per le finiture interne furono impiegati materiali di pregio che impreziosiscono gli ambienti, sottolineando efficacemente il ruolo altamente rappresentativo dell'edificio: l'atrio è pavimentato con marmo cipollino apuano e breccia verde di Carrara.
Il soffitto in stucco, a cassettoni, è ancora l'originale; anche le parti comuni delle zone uffici ai piani superiori sono pavimentate con bianco di Carrara e grigio Bardiglio, oppure un parquet in rovere di Slavonia, posato a pannellature riproducenti motivi geometrici.
Nel 1987 fu avviato un importante e profondo restauro che "riprogettò" l'edificio, nelle sue parti non di pregio, adeguandolo alle nuove esigenze dell'epoca.
L'incarico fu affidato all'architetto Luigi Caccia Dominioni, che coinvolse anche gli architetti Filippo Dubini, Umberto Bellorini e i BBPR Lodovico e Alberico Barbiano di Belgiojoso.
Lo studio BMZ progettò la parte impiantistica, mentre la parte strutturale e la Direzione Lavori fu assolta dagli ingegneri Antonio Rognoni e Gabriele Gerosa.
I perni attorno a cui si mossero le scelte progettuali furono individuati nella flessibilità e nella modificabilità degli spazi in conformità delle funzioni in essi contenute; le attività borsistiche sarebbero inoltre assurte non solo come "perni" della progettazione degli spazi ma anche come nuovo simbolo di Milano, accanto a quelli tradizionali che già la denotavano.
L'intervento confermò e restaurò tutte le finiture originali dell'arch. Mezzanotte, in altri casi le ripropose, riproducendole in stile; i serramenti su piazza Affari furono riadattati per ospitare dei vetrocamera, per garantire una miglior coibentazione dell'edificio. Anche i vetri del lucernario furono restaurati e al "vetro Cattedrale" fu interposto un foglio di policarbonato, per porre in sicurezza la sottostante Sala delle Grida da eventuali cadute di frammenti di vetri, qualora una lastra si fosse rotta.
A livello distributivo, si riservarono gli spazi più grandi e prestigiosi dell'edificio alle attività di borsa, lasciando alle contrattazioni il piano terra ed il piano seminterrato; al primo piano furono riconfermati gli ambienti di rappresentanza, al secondo ed al terzo piano altri uffici per le attività della borsa.
La fontana progettata da Mezzanotte nello scalone d'onore fu restaurata nei materiali, ma non più rimessa in funzione.
Un nuovo intervento è stato eseguito negli anni 2008-2011 su incarico della London Stock Exchange Group affidato allo studio di Architettura Dante O. Benini & Partners Architects, che ha ridisegnato la zona degli uffici e attuato una sostanziale manutenzione delle finiture.
Sono state riservate particolari cure allo scalone d'onore ed agli ambienti di affaccio; le ringhiere sono state riverniciate e un nuovo intervento di pulitura ha riguardato i marmi e gli intonaci a marmorino.
Per gli uffici ai piani superiori è stata adottata la soluzione dell'open space, con nuove tecniche di insonorizzazione delle pareti.
 

Apparato decorativo e opere d'arte

Terra, scultura di Leone Lodi e Geminiano Cibau (1932), collocata sulla facciata di Palazzo Mezzanotte.

Oltre alle statue che decorano la base delle colonne in facciata, eseguite da Leone Lodi (1900-1974) e Geminiano Cibau (1893-1969) e rappresentanti i quattro elementi (Acqua, Terra, Aria Fuoco) in quanto fonti da cui scaturisce la ricchezza economica, all'interno dell'atrio trovano posto, al di sopra dei vani che comunicano con lo scalone d'onore e la Sala delle grida, dei fregi a stucco che rappresentano la città di Milano, l'Agricoltura, le Belle Arti e il Commercio.

La decorazione di Palazzo Mezzanotte sul fronte prospiciente l'ingresso al cortile su via San Vittore al Teatro con i bassorilievi dedicati ai segni zodiacali

Nella facciata verso il cortile di San Vittore al Teatro, i parapetti delle nove finestre ad arco che si affacciano sull'ambito cortilizio sono decorati con bassorilievi scolpiti nel marmo travertino e rappresentanti i segni zodiacali e il Sole, la Luna ed una cometa.

Nelle intenzioni di progetto la facciata doveva essere completata con una gemella, frontistante, da decorarsi con i sei segni zodiacali rimanenti, che non venne però mai realizzata; perciò i sei segni zodiacali che l'avrebbero dovuta completare compaiono sulla muratura esterna del palazzo, lungo via San Vittore al Teatro. 

Bassorilievo con segno zodiacale appartenente alla serie realizzata per Palazzo Mezzanotte, collocato sulla muratura esterna del cortile interno su via San Vittore al Teatro

Nel 1945 è purtroppo andato perso, con l'infrangersi del velario in vetro, lo Zodiaco che lo decorava, realizzato da Piero Chiesa con vetri dai toni pastello legati a piombo.

Nella Sala delle Grida, al di sopra della cornice, si trovano alcune statue dorate che, riprendendo le pose delle Sibille Sistine, evocano la funzione cui la sala è preposta, rappresentando allegoricamente la Metallurgia, le Arti tessili, le Arti agrarie, i Trasporti, la Chimica, l'Idraulica.

Lo scalone elicoidale di Palazzo Mezzanotte visto dall'alto, con al fondo la fontana progettata da Paolo Mezzanotte

Di grande interesse anche la fontana progettata da Paolo Mezzanotte per lo scalone d'onore, rivestita di tessere di mosaico turchese e oro.
Nella parte interrata del palazzo risiedono le sue parti più significative: le testimonianze della Milano di epoca romana nei resti dell'antico teatro, e le decorazioni anni Trenta disegnate da Gio Ponti ed eseguite dalla Richard Ginori per rivestire le colonne e alcune porzioni di parete del grande ambiente.
Per quanto concerne i resti del Teatro romano, la loro presenza documenta la vita di questo antichissimo snodo stradale, punto strategico già della città antica. A distanza di qualche decennio dai primi rinvenimenti effettuati agli inizi degli anni ottanta del XIX sec., in occasione dei lavori di costruzione del palazzo della Borsa si scoprivano altre porzioni di ruderi, cui si aggiunsero, un ventennio dopo, le ultime testimonianze emerse. Oggi, una valorizzazione che ne permette la visibilità con una copertura a vetri posta a livello del pavimento moderno, ne garantisce la corretta tutela e conservazione. Risalente al periodo augusteo, il teatro dovette rimanere in uso fino alla fine del IV sec. d.C.; gli studiosi ne hanno ricostruito la forma della facciata esterna, curva e composta da due piani, ognuno dei quali di 30 arcate. La cavea poggiava su camere con soffitto a volta, disposte a raggiera intorno all'orchestra. Un corridoio divideva le gradinate in due settori.
Era largo 100 m e alto almeno 20 m. La parete di fondo della scena aveva colonne in marmo bianco e calcare, disposte su due o tre piani, tra le quali vi erano, probabilmente, nicchie con statue.
Alle spalle dell'edificio vi era un cortile rettangolare chiuso da muri e dotato di un portico.
Dell'edificio oggi sono conservate le strutture in muratura, che erano affondate nel terreno.

Particolare della ex Taverna Ferrario, al piano interrato di Palazzo Mezzanotte; sulle colonne e alcune porzioni di parete, le maioliche disegnate da Gio Ponti (1931); sotto il pavimento trasparente, i resti del teatro romano.

La fruttivendola, decorazione in ceramica disegnata da Gio Ponti per la Taverna Ferrario al piano interrato di Palazzo Mezzanotte (1931)

La seconda peculiarità di questo ambiente interrato risiede, come accennato sopra, nel rivestimento di ceramiche disegnate da Gio Ponti (1891- 1979). Le colonne, raffiguranti figure femminili allegoriche del mondo del commercio (la Fruttivendola, la Pescivendola, la Fioraia, ecc.) e motivi astratti, vanno ricordate non solo perché testimonianza della sensibilità della Camera ad accogliere le innovazioni artistiche promosse dalla Triennale, ma perché per la loro realizzazione fu utilizzato il moderno procedimento di impressione dell'immagine attraverso la tecnica serigrafica. Questo particolare utilizzo, applicato alla decorazione di un ambiente di prestigio, ben si inquadra nel clima di sviluppo e rinnovamento delle arti decorative che prese avvio a Milano con l'istituzione delle Esposizioni biennali di arti decorative, inizialmente allestite a Monza ma presto trasferite, con cadenza triennale, nel Palazzo dell'Arte eretto da Giovanni Muzio a Milano.

Tra i primi a proporre in modo esplicito una credibile sintesi estetica e funzionale tra arti maggiori e minori, rivolte alla produzione industriale, Gio Ponti era, all'epoca, il grande protagonista di quelle esposizioni, nonché direttore artistico del padiglione dedicato alla produzione ceramica.
Le eleganti linee che definiscono le sei figure allegoriche di queste decorazioni in Palazzo Mezzanotte, riecheggianti il secessionismo viennese di fine Ottocento, rispondono a quell'imperativo categorico pontiano secondo cui non andava mai sacrificata la ricerca del bello, al fine di educare il gusto anche attraverso la produzione industriale.